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Salvini ora fa la morale, ma anche la banca della Lega fu salvata dal fallimento

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 16 Dic. 2019 alle 14:08
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Immagine di copertina
Matteo Salvini e un manifesto della CrediNord con immagine di Umberto Bossi

La Lega di Salvini tuona contro le banche. Mentre Renzi e Di Maio si ritrovano a dover intiepidire i toni delle accuse che si lanciarono sul salvataggio di Banca Etruria ora che entrambi si ritrovano in mano lo scandalo della Banca Popolare di Bari i leghisti si atteggiano a vergini sull’argomento e sparano a palle incatenate contro il governo. “Amici delle banche!” è l’urlo di battaglia con cui Salvini e i suoi puntano il dito contro il presidente del Consiglio Conte e contro Pd, Italia Viva e Movimento 5 Stelle.

Eppure dalle parti della Lega vige da tempo il giochetto facile di praticare solo la memoria a breve termine, quella che condona ogni evento passato per potere apparire vergini in ogni occasione e addirittura primi nel fare la morale. Dalle parti di via Bellerio, era il 1998, Umberto Bossi decise che anche la Lega Nord dovesse avere un propria banca, addirittura costituita con le quote dei vertici del Carroccio. Il presidente della banca era Francesco Arcucci (che veniva da Banca Intesa) e il vice presidente il leghista Gian Maria Galimberti. La banca si chiamò inizialmente CrediNord ma una causa intentata dalla banca francese Crédit du Nord spinse i vertici a cambiare subito nome: CredieuroNord fu il nome definitivo, con un tocco di europeismo che ai tempi piaceva tanto infilare nei nomi per apparire più autorevoli. Altri tempi, davvero.

I manifesti pubblicitari sventolavano un Bossi sorridente e elegante che invitava alla sottoscrizione: peccato che i soldi investiti lì dentro si sarebbero rivelati soldi buttati. Un’ispezione di Bankitalia del 2003 evidenziò evidenti problemi gestionali oltre a una direzione dei Galimberti piuttosto padronale e vivace: le fideiussioni, le garanzie e gli assegni erano carta straccia e quattro e quattr’otto si organizzò un salvataggio in extremis (prima di trasmettere gli atti alla magistratura) con l’intervento della Banca Popolare di Lodi. Per inciso: era la Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani che da lì a poco finirà nel vortice di un enorme scandalo finanziario.

Il direttore Galimberti e i suoi collaboratori nel 2006 vennero condannati a un risarcimento di tre milioni di euro, i militanti vennero parzialmente risarciti con i soldi dei parlamentari leghisti (invitati a partecipare a una sottoscrizione). Il 5 gennaio 2006 interrogati dai magistrati Fiorani dice: “A Fazio serviva l’appoggio della Lega in Parlamento. Giorgetti si era impegnato a sostenere il governatore in cambio del salvataggio della banca”. Così, giusto per fare un po’ di memoria.

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