Tra il Sì e il No al referendum anche stavolta rischia di vincere l’astensione (di S. Mentana)
Quando partecipano in pochi elettori, la rappresentatività politica si riduce inevitabilmente
Non sappiamo se il 22 e 23 marzo al referendum costituzionale vincerà il sì o il no. Ma, al di là dell’esito e delle posizioni dell’una e dell’altra parte, il rischio concreto è che anche questa volta sarà l’astensione a raccogliere più consensi delle due opzioni in campo.
Quando arriverà il risultato del voto, una parte celebrerà la vittoria e l’altra analizzerà le ragioni della sconfitta. L’astensione verrà citata tra i tanti dati del voto, anche se dovesse essere molto alta e rappresentare più persone dell’opzione uscita vincente. Qualcuno dedicherà qualche riga all’argomento, qualcun altro inviterà alla riflessione. Alla fine, ancora una volta, non ci sarà da stupirsi se il dato finirà rapidamente nel dimenticatoio.
Che in Italia sempre meno persone vadano a votare è un dato evidente. Nel 2024 alle elezioni europee si è recato alle urne solo il 48 per cento degli aventi diritto: meno della metà, e sei punti in meno della tornata precedente. Alle politiche del 2022 l’affluenza ha registrato un magro 64 per cento, nove punti in meno del 2018. In sintesi: sempre meno italiani vanno a votare.
Le ragioni di questa tendenza, che va in direzione opposta a quella di altri Paesi europei in cui la partecipazione cresce, sono molteplici. C’è la disillusione di chi ha visto disattese le proprie aspettative, imbattendosi in giustificazioni percepite come lontane dalle esigenze dei cittadini e della vita quotidiana: lo spread, i mercati, “ce lo chiede l’Europa”. C’è un sistema elettorale che cambia continuamente, così come una macchina elettorale che fatica ad aggiornarsi. E, probabilmente, una classe politica che, dall’una e dall’altra parte, non riesce a toccare le corde di un pezzo consistente di popolazione. Classe politica che dovrebbe provare a intervenire su questi elementi.
Al di là delle cause e delle possibili soluzioni, però, è importante interrogarsi sugli effetti dell’astensione crescente. Se a votare vanno sempre meno persone, sempre meno persone finiscono per decidere le sorti del Paese: che si tratti di eleggere i rappresentanti in parlamento, un sindaco, un presidente di regione o pronunciarsi in un referendum costituzionale. Costituzionale, va chiarito, perché in quelli abrogativi, dove serve l’affluenza al 50 per cento perché siano validi, è ampiamente sdoganata la strategia dei contrari di unirsi all’astensione strutturale per farli fallire.
Ma il punto resta: quando partecipano in pochi, la rappresentatività della politica si riduce inevitabilmente. Può anche far sentire più decisivi coloro che continuano a recarsi alle urne, ma il rischio è che le istituzioni finiscano per rappresentare una parte sempre più ristretta della società.
C’è poi un altro aspetto che la politica farebbe bene a non sottovalutare. Gli astensionisti, anche quelli cronici, non perdono il diritto di voto. L’astensione non è solo un vuoto di partecipazione, ma una forza latente dell’elettorato italiano. Non è un blocco compatto, mobilitarla non è semplice. Ma chi riuscirà a riportarne alle urne anche solo una parte rischierebbe di cambiare molto rapidamente gli equilibri politici. Il pezzo più prezioso dell’elettorato potrebbe essere proprio quello di cui si è smesso di parlare.