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Il referendum sul Jobs Act è un bivio per il Pd

Immagine di copertina
Elly Schlein, segretaria del Pd. Credit: AGF

I dem sono almeno due partiti: uno di sinistra e uno di centro. Sono due linee inconciliabili. Se alle urne passerà il Sì, l’alleanza con M5S e Avs sarà più facile. Altrimenti ripartirà la guerra interna a Schlein

Nel loro cinismo, i meloniani hanno un minimo di ragione: i referendum del prossimo 8 e 9 giugno costituiscono, in parte,  la coda del congresso del Pd e, se dovessero andar male, il suo ribaltamento. In caso di raggiungimento del quorum, infatti, Elly Schlein, meritoriamente schierata a favore di 5 Sì per restituire dignità ai lavoratori e agli italiani di seconda generazione ancora privi del diritto di cittadinanza, riuscirebbe ad archiviare definitivamente la stagione renziana. In caso di sconfitta, invece, al Nazareno si respirerebbe aria di tempesta. 

È noto, difatti, che il Pd sono almeno due partiti: uno di sinistra, desideroso di costruire un’alleanza progressista con M5S e Avs, e l’altro di centro, con qualche tendenza a destra, smanioso di  liberarsi dell’attuale segretaria per far rientrare Renzi, tornare ad allearsi con Calenda e magari strizzare l’occhio a Forza Italia o a nuove larghe intese qualora il Governo Meloni dovesse esaurite anzitempo la spinta propulsiva o l’esito delle prossime elezioni non dovesse fornire un vincitore certo. 

Sono due linee inconciliabili che prima o poi porteranno, probabilmente, all’ennesima scissione, in un senso o nell’altro. La differenza fra i due scenari è la seguente: nel caso in cui dovessero passare i cinque quesiti referendari, oltre a vivere in un Paese migliore, più libero e più inclusivo, il cosiddetto «campo progressista» potrebbe diventare realtà nell’arco di qualche mese; nel caso contrario, le tensioni si riacuirebbero fino a mettere in discussione una segreteria che, sia pur con qualche limite, ha restituito al Pd un senso e un’agibilità politica.

Ciò che sfugge ai «riformisti», infatti, è una citazione di Carducci: «Or non è più quel tempo e quell’età», il tempo del blairismo e della Terza via, degli inciuci e delle pastette con una destra assai più radicale e identitaria rispetto a quella berlusconiana. 

Potrebbe anche riuscire loro l’ennesimo gioco di palazzo, ma fuori dal palazzo non saprebbero dove andare, in una stagione caratterizzata dal collasso del sistema capitalista, dal bisogno di un nuovo multilateralismo a livello globale e dalla proletarizzazione del ceto medio che ha fatto, ahinoi, la fortuna di tutti i soggetti estremisti cui, almeno a parole, i democratici dicono di opporsi. 

Non è da escludere, insomma, l’ennesimo accordo al ribasso, con una lista di ministri monstre, grandi proclami e i turiboli agitati a reti ed edicole unificate dei soliti opinionisti che scrivono lo stesso articolo da trent’anni. Ci permettiamo, tuttavia, di informarli, per il loro bene, che l’unico ad avvantaggiarsene sarebbe il M5S. Se si trattasse di un partito estremista e con venature fascistoidi, nulla da eccepire; trattandosi di Conte, il loro cuore potrebbe non reggere!

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