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No, non è vero che i populisti hanno perso (di Giulio Gambino)

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L'editoriale del direttore di TPI Giulio Gambino sul quarto numero del nostro nuovo settimanale

Tra gli editorialisti e i commentatori italiani c’è un’espressione ricorrente che nei giorni successivi al voto delle amministrative ha dominato su quasi tutti i quotidiani: la sconfitta del populismo. Temo per loro che il populismo sia tutto fuorché svanito. E se a sconfiggerlo sarebbe stato – è questa la tesi di alcuni osservatori – il voto con cui il Pd ha trionfato nelle grandi città affermando i propri candidati, da Milano a Napoli, non hanno capito davvero un bel nulla. La grande illusione sta nel credere che il risultato politico di una tornata elettorale possa offrire uno spaccato della società. Come a dire che la vittoria della sinistra e la conquista da parte del segretario dem Enrico Letta del seggio di Siena per le suppletive alla Camera siano di per sé emblematiche di un ritorno al bipolarismo. Cancellando così ciò che è avvenuto nell’ultimo decennio in Italia, una censura del passato che conviene solo a chi ha interesse a disfarsene.

Per questi pensatori, infatti, ciò che sarebbe accaduto nella notte tra il 3 e il 4 ottobre è il ribaltamento della società dove i cattivi, i mediocri, i rozzi – appunto i populisti – sono evaporati nello spazio di un mattino e, d’un tratto, in città è ripiombato il sistema bipolare che per anni è stato l’architrave della società. Il ritorno a due schieramenti, e solo quelli. Opposti, certo, ma pur sempre moderati, oltre che colti, intelligenti e soprattutto illuminati dalla competenza di cui quegli altri, i populisti, sono privi sin dalla nascita. Che se ci pensate bene è davvero fantastico, come a dire: se sei passato attraverso il mio stesso tirocinio fai parte del club; se invece sei uno qualunque non potrai mai farne parte.

La scollatura più forte che i politici rischiano di non comprendere è proprio questa, che poi è anche la causa di un così forte astensionismo al voto (1 elettore su 2 non è andato a votare). Chiedetevi perché. Parte della risposta sta proprio nella definizione che si vuole oggi attribuire a questa fetta, maggioritaria, della popolazione: chiunque dica una cosa che abbia il minimo sapore di retorica, anche se condivisibile o giusta, è subito etichettato come un populista che non capisce le complessità della vita che lo circonda. Complessità che invece capiscono loro, tanto che ogni volta che si ha necessità di entrare nel merito delle questioni spunta fuori il jolly del populismo. Un passepartout valido per tutto. Per la scuola, l’ambiente, i diritti sociali, etc.

Il fatto però è che quello che viene chiamato populismo, e che altro non è se non il popolo con le sue richieste, le sue paure, le sue perplessità, è sempre lì. Non è mai stato sconfitto. Meno che mai da un voto. Quel pubblico esiste. Ma osserva, non vota, e alla politica non crede perché sa che le decisioni, oggi, non vengono prese in Parlamento e nemmeno nei consigli comunali. Ma altrove. Dove loro non sono ammessi e non hanno diritto di parola. Si sentono inutili. E quando all’esito del voto il gentile segretario Letta annuncia di essere riuscito a “riconnettere il proprio partito con le persone” esaspera quella recita teatrale perché è tutto fuorché così. Proprio come la favola che è sparito il populismo.
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