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Perché l’Italia è ancora ferma a Mussolini (di S. Rizzo e A. Campi)

Immagine di copertina
illustrazione: Emanuele Fucecchi

Ovunque nel nostro Paese esistono ancora vie, piazze e scuole intitolate alle figure del regime. Un estratto dal libro "L'ombra lunga del fascismo" di Alessandro Campi e Sergio Rizzo (Solferino) sul nuovo numero del settimanale di The Post Internazionale, in edicola da venerdì 16 settembre

Nelle decisioni riguardanti la toponomastica l’ultima parola spetta sempre alla Prefettura. Si potrebbe credere che a dispetto dei poteri attribuitigli dalla legge del 1927 il prefetto si limiti di solito a prendere atto delle decisioni dell’amministrazione comunale. Ma non è così. E c’è un caso eclatante che lo dimostra in un paese nella provincia di Caserta famoso perché lì, di fronte a una taverna distante un centinaio di metri dal luogo dove ora si trova la stazione ferroviaria, il 26 ottobre 1860 si incontrarono Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Nel 1998 c’è a Vairano Patenora una giunta di centrodestra. Il sindaco è un ex democristiano sostenuto anche dagli ex missini. Così viene fuori una bella pensata: dedicare una via a Giuseppe Bottai. Perché proprio Bottai? Chissà… Squadrista della prima ora, non è nemmeno dei più scalmanati. Ma nel partito è un pezzo da novanta. Massone come tantissimi esponenti di spicco del regime, scala rapidamente i vertici del potere fascista. Ministro delle corporazioni, governatore di Roma, primo presidente dell’Inps, governatore di Addis Abeba, ministro dell’Educazione nazionale. Fino a quando molla Mussolini, votando il 25 luglio 1943 l’ordine del giorno Grandi che mette fine al regime. Sfugge alla condanna a morte repubblichina riparando in un convento e arruolandosi nella Legione straniera francese. Scampa poi all’ergastolo repubblicano grazie all’amnistia del Guardasigilli Palmiro Togliatti. Muore nel 1959 dopo aver abbracciato la causa della Dc. Al funerale viene avvistato anche il ministro della Pubblica istruzione del governo di Amintore Fanfani, Aldo Moro. Suo padre Renato Moro era un maestro elementare elevato nel 1942 al rango di ispettore centrale del ministero dell’Educazione dal ministro Bottai. La presenza di Moro e di altre autorità alla cerimonia funebre potrebbe senza dubbio rivestire il significato della riabilitazione postuma dell’ex gerarca. Di sicuro il passato fascista di Giuseppe Bottai non ha minimamente offuscato la brillante carriera di suo figlio Bruno, apprezzato diplomatico che per anni, dal governo di Giovanni Goria a quello di Carlo Azeglio Ciampi, ha ricoperto con dedizione il delicato incarico di segretario generale della Farnesina. E forse una strada l’avrebbe meritata lui. Ci sono però odiose farneticazioni del regime fascista, generosamente tradotte in mostruosità dai suoi gerarchi, per cui qualunque riabilitazione è inammissibile. Le leggi razziali, per esempio. E si dà il caso che, proprio mentre quella vergognosa pagina viene aperta, Giuseppe Bottai occupi un posto di enorme responsabilità per dare concretezza alla brutale svolta antisemita nelle scuole. Un compito al quale il ministro dell’Educazione nazionale volentieri non si sottrae. Ma se molti italiani hanno la memoria corta, e quando il sindaco di Roma Francesco Rutelli nel 1995 propone di intitolare una strada della capitale a Giuseppe Bottai restano indifferenti, la comunità ebraica romana che dei 1023 rastrellati e condotti al campo di sterminio di Auschwitz ne ha visti tornare soltanto 16 (sedici!) la memoria ce l’ha impressa con i marchi dei deportati. Un giorno di settembre del 1995 Rutelli ha appena deposto una corona d’alloro sul muro della sinagoga quando viene affrontato a brutto muso. «Sindaco, intestare una strada a un fascista è uno strappo che non recuperi» gli dice la mamma di un bambino ebreo che è stato al centro di un clamoroso episodio a scuola, punito dalla maestra perché non si vuol fare il segno della croce. «Quando è successo il caso di intolleranza che ha colpito mio figlio tu stesso l’hai condannato. E ora vuoi ricordare un razzista, un gerarca responsabile di avere sostenuto con vigore le leggi razziali, un fascista che ha cacciato gli ebrei dalle scuole e dalle università, uno che ha avuto addirittura il coraggio di cacciare Einstein dall’Accademia dei Lincei». Albert Einstein in realtà si dimette dall’Accademia dei Lincei il 15 dicembre 1938, dopo aver appreso della svolta razziale. Probabilmente ignorando che il primo dicembre un regio decreto firmato da Vittorio Emanuele III ha già dichiarato decaduti dall’Accademia tutti i soci ebrei. Dunque pure lui. Parte la valanga e non si ferma più. L’associazione dei partigiani è indignata. Anche nei partiti è un crescendo di critiche. I consiglieri comunali di Roma che hanno sostenuto la proposta di Rutelli arrossiscono. E alla fine il sindaco deve battere in ritirata. Chiamare una strada della capitale «via Giuseppe Bottai» resta una chimera. Ma non così, invece, nel paese del casertano dove è idealmente nata l’Italia unita. Tre anni dopo lo scivolone romano, evitato si può dire a furor di popolo, ecco un altro scivolone che nessuno evita. Forse soltanto perché troppo lontano dai riflettori. A Vairano Patenora scalo spunta a sorpresa nella nuova toponomastica cittadina una «via Giuseppe Bottai – Politico». Un ammiccamento palese alla destra nostalgica: che altro, se no? Il personaggio al quale si dedica una strada o una piazza di regola dovrebbe avere qualche attinenza con fatti che riguardano in qualche modo quella città o quel paese. Oppure gli interessi della sua comunità. Bottai non è di Vairano Patenora, ma nemmeno della provincia di Caserta o della Campania.

È nato, vissuto e deceduto a Roma. Magari ignorava perfino l’esistenza di quel luogo. In considerazione soltanto di ciò, e senza entrare neppure nel merito dell’aspetto più peloso, quello del fascismo, il prefetto potrebbe anche rimandare al mittente la bella pensata. Per non dire di un particolare che rivela, se ce ne fosse ulteriore necessità, quanto l’iniziativa sia assolutamente inopportuna anche al di là delle questioni ideologiche. Perché la strada intitolata al gerarca che ha cacciato gli ebrei dalle scuole è proprio quella dove c’è la scuola del paese. Tanto da far pensare che la scelta non sia proprio frutto del caso. A differenza, per esempio, di Alvito: nel paese in provincia di Frosinone originario dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio la scuola elementare Domenico Santoro si trova in via del Littorio numero 1, ma soltanto perché in tre quarti di secolo il nome della strada non è mai stato cambiato. Evidentemente come in altri paesi, da Roccasecca (Frosinone) a Mileto (Vibo Valentia), da San Polo Matese (Campobasso) a Ficuzza (Palermo), che conservano ancora nella toponomastica una «via del Littorio». Ma torniamo a Vairano. Il 7 giugno 1999 il prefetto, anziché bloccare l’assurdità di intitolare la strada della scuola al gerarca che ha espulso gli ebrei dalle scuole, firma un decreto che ratifica la decisione del Comune. Zittendo in tal modo le poche voci contrarie. Passano cinque anni. Cambia la giunta e la nuova amministrazione di centrosinistra del sindaco Massimo Visco prova a fare marcia indietro. Vuole cambiare il nome a via Bottai per chiamarla «via Giorgio Perlasca», l’italiano che ha salvato cinquemila ebrei ungheresi fingendosi un diplomatico spagnolo. Nemmeno lui ha personalmente molto da spartire con Vairano Patenora, ma almeno è una bandiera contro il razzismo (anche se va ricordato che Perlasca, pur avendo rotto col regime che sosteneva proprio sulle leggi razziali, non è mai divenuto un antifascista). In Consiglio comunale la discussione è serrata. L’ex sindaco Robbio, che ora è un semplice consigliere, non ci sta. E addirittura rilancia: «Non mi sembra che gli organi deputati alla autorizzazione della toponomastica, quali la Prefettura e l’Istituto di storia patria abbiano trovato scandaloso il nome, tant’è che il prefetto ha emesso il relativo decreto. In Italia ci sono strade intitolate a Italo Balbo, squadrista fascista, in quanto è stato il fondatore dell’Aeronautica. Ogni figura può avere aspetti negativi e positivi. Bottai resta di fatto un traditore del fascismo avendo decretato la caduta del fascismo in Italia e questo è l’aspetto fondamentale che va riconosciuto. Nella sua targa potrebbe essere scritto: Esempio di onestà e coerenza politica». Nientemeno.

Il risvolto grottesco

Passa invece la linea Perlasca. Ma qui interviene il prefetto di Caserta. Lui è contrario. Intendiamoci, non al fatto che Vairano Patenora dedichi una strada all’eroe Perlasca. Anzi. La sua contrarietà riguarda l’eventualità di cambiare nome a via Bottai. Certo non per motivi ideologici: perché, scrive nella lettera che spedisce al Comune, ci sarebbero molti disagi per i cittadini, che sarebbero obbligati ad aggiornare i documenti, e per gli uffici comunali, che dovrebbero modificare gli schedari anagrafici e i dati catastali. E vogliamo parlare dei problemi che avrebbe il postino? La stessa cosa afferma nel parere altrettanto contrario la Soprintendenza. Ma la soprintendente di Caserta Giovanna Petrenga, che nel 2008 sarà eletta alla Camera con Forza Italia e otto anni più tardi passerà con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, dice anche qualcosa in più. Appoggia in pieno la linea dell’ex sindaco Robbio. Se è vero che Bottai condivise e applicò le leggi razziali, è pur vero che sottoscrisse l’ordine del giorno Grandi «col quale fu decretata la fine della dittatura fascista» ed emanò anche «leggi fondamentali per la tutela dei beni di interesse artistico, storico e archeologico». Tanto basta. Il nome di «Giuseppe Bottai – Politico» dunque non si tocca. E Perlasca? Che il nome lo diano pure a un’altra via. Punto evidentemente sul vivo dalla sconfessione prefettizia, il Comune intitola a Perlasca la strada che fa angolo con via Bottai. Senza però pensare al risvolto grottesco dei due cartelli a pochi metri l’uno dall’altro, che possono essere inquadrati insieme dallo scatto fotografico: «via Giuseppe Bottai – Politico», che cacciava gli ebrei dalle scuole, accanto a «via Giorgio Perlasca – Uomo giusto antirazzista», che li salvava. La cosa, per fortuna, non finisce lì. Trascorrono altri dieci anni e nel 2013 la giunta del nuovo sindaco Bartolomeo Cantelmo riapre il dossier. Il Consiglio comunale approva un’altra volta l’idea di sostituire il nome di Bottai con quello del giornalista Giancarlo Siani o in alternativa del prete Giuseppe Diana, entrambi assassinati dalla camorra. Sembra fatta. Invece, come spesso capita in Italia, il dossier si trascina per anni. Fino a quando, all’inizio del 2021, la storia viene rilanciata dai microfoni di Radio Capital da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, insieme a Michele Astori. Il tutto grazie all’impegno del giornalista Dante Stefano Del Vecchio. La spinta è decisiva. A Caserta c’è un nuovo prefetto, e anche la Soprintendenza ha cambiato registro. Da rosso il semaforo diventa subito verde e il 25 giugno 2021 il sindaco Cantelmo può scoprire la nuova targa della strada che cambia nome. Da «Giuseppe Bottai – Politico» a «Giancarlo Siani – Giornalista vittima della camorra». Ma c’è voluto quasi un ventennio.

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