Silenzio sui titoli di Libero, ma guai a toccare Salvini. Se questo è un Ordine dei Giornalisti (di Giulio Gambino)

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 8 Lug. 2020 alle 06:57 Aggiornato il 8 Lug. 2020 alle 11:07
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Che io ricordi, da che esiste, l’ordine dei giornalisti serve a tutelare i suoi iscritti. E però, caso quanto mai singolare, succede che mentre scriviamo – la sera del 7 luglio – l’Odg della Lombardia decida di deferire un suo iscritto per aver fatto il suo mestiere: fare una domanda e dare una notizia. Avete capito bene. Se non che poi vai a leggere la formula utilizzata dall’Odg per quel deferimento e la ritrovi utilizzata (ben prima che venisse resa pubblica), una stampa e una figura, dal leader della Lega Matteo Salvini. Violazione della Carta di Treviso. Ma è solo una formula, appunto, per mascherare quello che è a tutti gli effetti un grave atto perpetrato dall’Ordine dei giornalisti (!) nei confronti di un proprio giornalista.

Fatto ancor più grave poiché crea un pericoloso precedente che rischia di compromettere la libertà e l’indipendenza dell’Odg. Il deferito – senza nemmeno essere avvisato dall’Odg di questa decisione formale – è una giornalista di TPI, Selvaggia Lucarelli. E allora inizi a capire. Anche perché indovinate chi si è fatto immediatamente portavoce di quella nota stampa inviata dall’Odg alle agenzie per darla in pasto alla gogna? Naturalmente la pagina della Lega Salvini Premier.

I fatti: domenica 5 luglio la Lucarelli scende sotto casa per fare colazione, si accorge che c’è un comizio politico, capisce che è della Lega, scorge per caso Salvini e come ogni giornalista avrebbe fatto prende telefonino e mascherina e gli si catapulta lì davanti. Assiste, fa una domanda: perché il leader leghista non ha la mascherina? Fine della storia. Questo è quanto. Se non che qualche minuto più tardi suo figlio, Leon, si avvicina ed esprime la sua opinione critica nei confronti di Salvini, circostanza già raccontata dalla Lucarelli stessa su questo giornale. Leon compie una scelta autonomamente, senza che venga istigato, come tutti i presenti hanno successivamente potuto constatare. Per aver espresso questa sua opinione viene anche identificato dagli uomini della scorta di Salvini.

Da quel battibecco nasce un caso. L’accusa, falsa, è che la Lucarelli avrebbe istigato il figlio usandolo come un “vessillo” per aizzare Salvini, inviando poi alla stampa i video scaturiti da quell’incontro, circostanza non realistica poiché quei filmati sono trapelati per primi da altre fonti giornalistiche e – per scelta – non dal nostro giornale, pur avendolo potuto fare come è facilmente intuibile. Fra l’altro se c’è qualcuno che ha commesso l’errore di mostrare pubblicamente il volto di un minorenne è proprio la pagina della Lega che ha diffuso per primo la foto di Leon.

Ma in ogni caso entrambi i fatti – alla base dei quali l’Odg è arrivato al deferimento della Lucarelli – non solo sono falsi ma anche viziati da una cultura paternalista, maschilista, sessista. Paternalista perché in questa Italia è impensabile, agli occhi di chi accusa Leon di essere un vessillo della madre, che un ragazzo di quindici anni abbia sviluppato un pensiero proprio, anche fortemente schierato, e che quindi possa avere una propria opinione in merito alla attualità politica. Maschilista e sessista perché chi ha mosso queste accuse, da uomo, non ha capito nulla. Non ha capito invece il coraggio di una donna e suo figlio una domenica mattina di fronte a un comizio politico di un uomo potente con la scorta. Affrontato, separatamente e individualmente, con rispetto e dignità.

Conosco tanti giornalisti, padri e madri, che avrebbero fatto finta di niente, che si sarebbero voltati dall’altra parte, che avrebbero fatto la passerella del saluto istituzionale e che avrebbero impedito al proprio figlio di avvicinarsi e di mettersi in mostra, in larga parte perché intimoriti di poter essere messi in ombra e perché impauriti dall’idea di finire nel bersaglio della Bestia leghista. E c’è solo da esultare se un ragazzo, quindicenne o ventenne che sia, abbia il coraggio di scendere in piazza e di confrontarsi in pubblico alla pari con chi da anni professa che chi non la pensa come lui sia solo un salottiero della sinistra. Il tutto per di più da chi, come Salvini, negli anni ha utilizzato i propri figli come scudo per le sue trovate politico-mediatiche, non ultima la vicenda della moto d’acqua sulla spiaggia di Milano Marittima, anche in quel caso intimidendo chi aveva fatto solo il suo mestiere di giornalista.

Per paradosso tutta questa vicenda mostra anche il valore dell’Odg oggi, inadatto a prendere posizione quando serve, incapace di pronunciare parola, e di muovere critiche altrettanti pesanti come nel caso del deferimento alla Lucarelli, quando Feltri scrive ciò che scrive e quando Il Giornale o Libero fanno titoli e paginate da vergogna per il nostro mestiere; e capace di mettere bocca (e di farsi mettere i piedi in testa) quando non serve.

Un breve aneddoto su questo Odg voglio aggiungerlo: quando uscii dalla scuola di giornalismo della Columbia domandai all’Odg se quel titolo di studio fosse comparabile a una scuola di giornalismo italiana. La risposta fu che no, la scuola fondata da Pulitzer e all’interno delle cui aule ogni anno ad aprile si assegnano i premi giornalistici più importanti al mondo, non poteva essere equiparata a una qualsiasi scuola di giornalismo italiana nata al più tardi trent’anni fa. Capite? Ecco, questo è il grado di innovazione che viene perseguito oggi dall’Odg in Italia. Da allora, pur avendo fondato un giornale che oggi è una realtà affermata e sostenibile, “devo accontentarmi” al massimo di essere pubblicista, come lo è Milena Gabanelli, per dire, o il mio amico e vicedirettore di TPI Stefano Mentana.

Se così stanno le cose, se questo Odg decide di deferire una giornalista di TPI proprio come deferì Carlo Verdelli per un titolo su Salvini, non è certo l’organismo che può tutelare adeguatamente i suoi giornalisti. Anche i “poveri” pubblicisti come noi.

Leggi anche: Salvini e i suoi poliziotti: ma mio figlio ha il coraggio delle sue idee (di Selvaggia Lucarelli) 

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