Il nuovo ordine mondiale e l’Europa (di F. Bascone)
La caduta del Muro di Berlino, l’allargamento della Nato, gli affari sull’energia. Poi la guerra in Ucraina e le sanzioni internazionali. Così l'Occidente ha regalato la Russia alla Cina e relegato il Vecchio continente a un ruolo di secondo piano tra le superpotenze
La guerra in Ucraina, frutto di un contrasto geopolitico regionale, all’interno dell’ex impero sovietico, sta avendo conseguenze sulla geopolitica mondiale. Il nuovo ordine internazionale che va prendendo forma è profondamente diverso da quello proclamato dal Presidente Bush senior dopo la fine della guerra fredda. Non solo la frattura fra le due rive dell’Atlantico era allora impensabile. Anche il tempestoso divorzio fra Europa e Russia, fino alla minaccia di usare le armi nucleari, non appariva probabile, e tantomeno ineluttabile. Il deterioramento dei rapporti – a lungo compensato dagli interessi economici – e il conseguente rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino è diventato insanabile solo quattro anni fa con l’invasione dell’Ucraina e la ferma reazione degli europei.
Verso una “proxy war”
A partire dai primi anni di questo secolo, il progressivo scivolamento verso una nuova guerra fredda, alimentato dalla espansione della Nato e dal rifiuto occidentale di riconoscere alla Russia una sua sfera di influenza comprendente l’Ucraina e la Georgia, non ha impedito che si instaurasse fra Russia ed Europa una partnership economica, soprattutto nel campo dell’energia. Un partenariato sopravvissuto alle crisi del 2008 (indipendenza del Kossovo e invasione della Georgia) e del 2014 (annessione della Crimea e appoggio non dichiarato ai ribelli di Donetsk e Lugansk).
La partita poteva finire con un precario pareggio fra Kosovo e Crimea, con in più un “conflitto congelato“ nel Donbass, compatibile con fruttuosi rapporti economici fra Russia ed Europa occidentale. Ma il rafforzamento militare della Russia e la crescente influenza americana ed europea in Ucraina spinsero Mosca nel 2021 ad alzare il tiro: prepararsi a marciare su Kiev per imporre all’intera Ucraina il rientro nell’orbita russa. Poteva essere come nel 1968 dopo l’invasione della Cecoslovacchia: proteste internazionali senza conseguenze concrete, continuazione delle relazioni economiche, una conferenza sulla sicurezza europea. Ma la coraggiosa resistenza dell’Ucraina, i sanguinosi combattimenti, i bombardamenti, le disperate richieste di aiuto ucraine di armi difensive, imponevano agli europei e ai riluttanti americani di intervenire con forniture di armi. Era uno scivolamento verso una “proxy war” ma non ancora una frattura definitiva. Questa venne con le sanzioni.
Frattura definitiva?
Le sanzioni economiche erano essenzialmente un surrogato per l’insufficienza degli aiuti militari (a Washington per timore di una escalation, in Europa per la scarsità di materiale nei depositi). Ufficialmente erano un valido contributo allo sforzo bellico dell’Ucraina in quanto intese a privare la Russia di introiti indispensabili. In realtà, come sempre avviene quando non vi è un’adesione compatta della comunità internazionale, vengono aggirate in vari modi e non hanno assolutamente frenato l’espansione della produzione bellica russa.
Il divorzio economico dalla Russia è stato tutt’altro che immediato, come sarebbe stato se avessimo avuto il coltello dalla parte del manico. Data la dipendenza dalle forniture russe di energia, abbiamo dapprima rinunciato alle importazioni di carbone, solo in un secondo momento a quelle di petrolio e poi gradualmente a quelle di metano. Una “punizione“ frenata che ha permesso alla Russia di organizzarsi, convogliando le esportazioni di petrolio e gas verso altri clienti, in primo luogo Cina e India. Al tempo stesso una auto-punizione perché il gas russo è stato sostituito dal molto più costoso Gnl americano.
Qualora la guerra in Ucraina fosse finita dopo pochi mesi (colloqui di Istanbul, marzo-aprile 2022), e prima del sabotaggio dei gasdotti Nord-stream (settembre 2022) da parte di una squadra di guastatori ucraina, la partnership energetica russo-europea non sarebbe stata interrotta se non marginalmente, e sarebbe stata ulteriormente sviluppata negli anni futuri malgrado la condanna morale e politica per le annessioni di territori ucraini. L’irrompere della IA, enormemente energivora, neutralizzerà infatti la decarbonizzazione ottenuta grazie allo sviluppo delle energie rinnovabili. E un’eccessiva dipendenza dalle forniture americane è come cadere dalla padella nella brace.
Il nuovo bipolarismo
Durante la prima presidenza Trump, quando già si delineava un possibile divorzio fra Europa e Stati Uniti, si poteva immaginare che si andasse verso una spartizione abbastanza equilibrata del mondo in tre aggregati geopolitici: le Americhe sotto egemonia Usa, la Cina con la sua sfera di influenza nel sud-est asiatico e i suoi legami con l’Africa, e infine l’Eurasia da Lisbona a Vladivostok. È un’utopia, o distopia, ormai tramontata.
Quattro anni di guerra e di sanzioni hanno creato nuove realtà, praticamente irreversibili: Cina e India hanno tutto l’interesse a rendere stabili i flussi di idrocarburi dalla Russia, tanto più che anche nel caso della Cina l’intelligenza artificiale neutralizzerà i vantaggi dello sviluppo di energie alternative. La Cina è inoltre interessata all’utilizzo della rotta artica controllata dalla Russia, mentre questa beneficerà della tecnologia cinese, oltre che di beni di consumo a basso prezzo. La alleanza “senza limiti“ fra i due colossi proclamata nel febbraio del 2022 alla vigilia della guerra russo-ucraina si è ormai consolidata, e l’illusione europea che Pechino frenasse Mosca o facesse addirittura da “onesto sensale” fra i due belligeranti si è da tempo dissolta.
Questa duplice superpotenza nucleare è in grado di contrapporsi alla potenza americana e di mirare in futuro a sopravanzarla. Dopo aver predicato il multipolarismo sta dunque realizzando un sostanziale bipolarismo, affiancato da alcuni poli secondari. Uno di questi è l’India, che potrebbe mantenersi autonoma oppure gravitare verso il polo russo-cinese (secondo la formula Brics). Un altro potrebbe essere l’Europa, se riuscisse a fare il balzo in avanti verso una struttura quasi-federale e una politica di difesa unificata, e contenere le spinte centrifughe dei suoi membri filo-russi o filo-americani. Ma anche in questo “best case scenario“ l’Europa sarà un vaso di coccio fra due vasi di ferro: una situazione insoddisfacente.
Una direzione per Bruxelles
Perciò non abbiamo alternative al salvataggio di quanto può essere salvato della solidarietà e collaborazione con gli Stati Uniti, al tempo stesso riducendo per quanto possibile la nostra dipendenza. Preferiremmo abbracciare pienamente la filosofia del premier canadese Carney: riconoscere realisticamente che la frattura è definitiva, cioè che l’era della solidarietà atlantica (in realtà una subordinazione) è passata e non tornerà. E quindi Europa e Canada devono fare da sole, unendo i loro sforzi. Ma dobbiamo realisticamente constatare che in alcuni campi non ne siamo in grado, che una coalizione fra le “middle powers” (per usare la terminologia del premier canadese) è utile per non dover sottostare alle imposizioni dell’egemone, ma non sarà un terzo polo a livello mondiale. La direzione su cui lavorare non differisce comunque da quella indicata da Carney: dotarci di capacità autonome in settori in cui abbiamo troppo a lungo delegato agli americani la nostra sicurezza. Dobbiamo metterci in grado di negoziare con gli Stati Uniti da posizioni di non-debolezza, e prepararci al peggio (totale allontanamento degli Usa dall’Europa) ma non dare per finita la Nato e non dare per esclusa la possibilità di una liberazione dell’America dal trumpismo.