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Ri-scriviamo la storia: da oggi un mondo senza armi nucleari

Di ReWriters
Pubblicato il 23 Gen. 2021 alle 12:30 Aggiornato il 23 Gen. 2021 alle 14:27
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Immagine di copertina

* Di Eugenia Romanelli (Presidente dell’Associazione Culturale ReWriters), che ogni mese firma un editoriale per TPI  sulla riscrittura dell’immaginario contemporaneo.

L’Associazione ha la mission di diffondere i principi del Manifesto ReWriters, a cui si ispira il Movimento Culturale omonimo. Su questo blog troverete punti di vista ReWriters. Cosa significa? Il “rewriting”, ossia la riscrittura, è la mission del Movimento Culturale che ho fondato a giugno 2020 ed è lo strumento che abbiamo scelto per riparametrare e risignificare la nostra contemporaneità con l’obiettivo di imparare a immaginare un mondo e un modo di stare al mondo migliore: inclusivo, sostenibile, plurale, progressista, creativo, responsabile, pacifista.

Sono felice di cominciare questa collaborazione con TPI oggi, primo giorno di un mondo migliore, proprio grazie alla riscrittura della storia. Ieri infatti, a 90 giorni dalla 50a ratifica sottoscritta dall’Honduras, è entrato in vigore il Trattato Internazionale per la Proibizione delle Armi Nucleari TPNW discusso e votato all’ONU nel lontano luglio del 2017. Decenni di attivismo hanno raggiunto quello che molti dicevano fosse impossibile: le armi nucleari sono vietate. Sottoscritto finora da 86 Paesi e ratificato da 51, la democrazia ha trionfato, la stragrande maggioranza delle persone nel mondo sostiene il TPNW. E’ un risultato che mi tocca emotivamente, avendo, negli anni, più volte preso parte attiva al movimento di sensibilizzazione Senzatomica (senzatomica.it), partner della campagna internazionale Premio Nobel per la pace ICAN, fino a creare un’inchiesta con i miei studenti e a fare schierare anche l’Università Luiss, organizzando un congresso corposo. Evviva, dunque. E’ la dimostrazione che l’attivismo può trasformare il corso della storia, che le iniziative personali, in una collettività, sono utili, che ognuno di noi, pensando divergente, usando il pensiero laterale, può fare la differenza, soprattutto se in relazione agli altri.

I punti chiave di questo risultato storico sono molto importanti perché fanno sì che anche gli Stati che si sono rifiutati di aderire al TPNW saranno coinvolti dalla sua entrata in vigore. Non solo. I precedenti trattati di disarmo hanno portato a un cambiamento di comportamento anche nei Paesi che si sono rifiutati di aderire: presto aderiranno altri Stati, come è successo con l’entrata in vigore di ogni altro Trattato di questo tipo, e molto cambierà.

Il Trattato, infatti, proibisce specificamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. Il Trattato rafforza la norma contro le armi nucleari come primo strumento legale per vietarle (vedi il documento informativo di ICAN). Ovviamente questo avrà un impatto anche sulle alleanze militari, oltre che sulla produzione di armi: l’entrata in vigore di precedenti divieti su specifiche armi (ad esempio per quanto riguarda le mine anti- persona o le munizioni a grappolo) ha portato a cambiamenti concreti anche nella produzione, nelle politiche di utilizzo e nel trasferimento di queste armi anche nell’ambito di Stati non partecipanti a tali norme internazionali. Giubilo, nel leggere sulla stampa internazionale che alcune aziende stanno già iniziando ad adeguarsi a questo nuovo panorama giuridico, e al pensiero che gli istituti finanziari non potranno investire in armi nucleari.

Adesso gli Stati parte di questo Trattato avranno ora l’obbligo di sollecitare altri Stati ad aderire e dovranno lavorare per l’universalizzazione del Trattato: il tema sarà una pressione internazionale durante le visite di Stato, nelle discussioni bilaterali e multilaterali, ecc. Non è tutto: visto il grande sostegno pubblico al TPNW in molti paesi che non vi hanno ancora aderito (79 per cento degli australiani, 79 per cento degli svedesi, 78 per cento dei norvegesi, 75 per cento dei giapponesi, 84 per cento dei finlandesi, 87 per cento degli italiani, 68 per cento dei tedeschi, 67 per cento dei francesi, 64 per cento dei belgi e 64,7 per cento degli americani) anche questi Paesi potrebbero presto seguirne l’esempio.

E in Italia? in base all’ultimo sondaggio di Ican, l’87 per cento dei cittadini vuole aderire al Trattato. Ieri, alle 9 in punto hanno suonato le campane della basilica santuario di Santa Maria de Finibus Terrae a Santa Maria di Leuca in Puglia, alle 12 quelle della cattedrale di Padova, mentre 7 diocesi del Triveneto hanno organizzato iniziative varie. La diocesi di Brescia ha rivolto invece un appello a farsi promotori di una cultura di pace con azioni coerenti e coraggiose (sono molte le realtà ecclesiali che chiedono uno scatto al Paese, e la Chiesa cattolica ha modificato la dottrina, chiarendo che possedere l’atomica costituisce peccato quanto impiegarla). Francesco Vignarca, coordinatore campagne per la Rete italiana pace e disarmo, partner di ICAN, ha lanciato la campagna #ItaliaRipensaci, visto che: “l’Italia ha deciso di non firmare, pensando alle testate americane nelle basi di Aviano e Ghedi (rispettivamente in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia); un rifiuto, questo, che per coloro che vogliono un mondo senza atomica è una delusione.

All’attuale Governo chiediamo di resistere alle pressioni esterne insieme a quei Paesi che si trovano nella nostra stessa situazione, come Germania e Belgio”. Vignarca ha anche lanciato un appello in vista della prima riunione del Tpnw, nel gennaio 2022: “L’Italia dovrebbe partecipare almeno come osservatore”. L’importanza storica del Trattato Onu è anche data dal fatto che nei 90 giorni che hanno preceduto l’entrata in vigore, il presidente Donald Trump ha fatto molta pressione sugli Stati aderenti affinché ritirassero la firma, mentre la Nato sollecitava i Paesi a non siglarlo. Gli Stai Uniti non hanno nemmeno partecipato ai negoziati, come anche gli altri Paesi che possiedono armi nucleari (Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord) e gli stati parte di alleanze militari che includono la deterrenza nucleare quali gli Stati della NATO (a eccezione dei Paesi Bassi), la Corea del Sud, il Giappone, l’Australia.

Fa riflettere che questo passo storico che sarebbe stato impossibile senza l’impegno dei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo” o “marginali”, tra cui quelli che hanno subito negli anni i test nucleari sul proprio territorio – come le Isole Fiji, le Isole Marshall, Nauru, ma anche Kazakistan o Algeria. Come spero che faccia riflettere che, finalmente, viene data priorità su tutto alla vita, il dono più prezioso: i Paesi che vogliono proporsi come un faro di civiltà non possono fondare il loro sistema di sicurezza su un’arma che attua il genocidio. Altrimenti tra noi e i gruppi armati come l’Isis non ci sarebbe più differenza.

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