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La malattia della democrazia italiana, Quirinale ultima chiamata per i partiti

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Due strade per il Colle: rigenerazione del sistema politico o tecnocrazia con Draghi garante. La candidatura di Berlusconi non andrà a buon fine, i leader del centrodestra lo illudono

In questi giorni si è consumata una ennesima baruffa politica, secondo uno schema ripetuto più volte negli anni passati e che ha segnato la vita tormentata del Pd.

Da una parte D’Alema e dall’altra Renzi. Come simboli di due visioni alternative del ruolo dei democratici e delle prospettive del Paese.

Renzi, una malattia; da estirpare dal corpo della sinistra, un usurpatore. D’Alema, il male assoluto. L’uomo degli intrighi e delle manovre. L’ultima coda dei comunisti italiani rimasta a condizionare. Trovo tutto questo banale, superficiale e fuorviante.

Nessuno, tuttavia, faccia il “verginello”. Se, infatti, è cruda la definizione del renzismo come un’infezione da curare, altrettanto ho trovato intimamente violenti e illiberali gli appelli di Renzi (e anche di Calenda) per distruggere il M5s. Personalmente non ho mai coltivato una rabbia così cieca. Spero di battere elettoralmente i miei avversari; distruggerli mi sembrerebbe velleitario, infantile e persino dannoso circa la rappresentanza democratica a cui tutti gli Italiani hanno diritto. Eppure tale baruffa è forse l’occasione per uno stringato ragionamento, utile a capire dove andare nel futuro.

La sinistra italiana in larga parte comunista, dopo l’89, non è stata all’altezza della prova tremenda che la fine di un mondo le consegnava. Lo sfaldamento dei partiti di massa e le macerie del muro di Berlino avrebbero comportato la ridefinizione di un nuovo soggetto politico e di una nuova visione critica della società moderna. Su questi due campi non ci sono state elaborazioni sufficienti e neppure azioni conseguenti. Ci si è concentrati, soprattutto, nella conquista del governo. In un corpo a corpo elettorale con Berlusconi, vinto sul campo solo da Romano Prodi per ben due volte.

Questo limitato orizzonte, tuttavia, non ha impedito alla sinistra di salvare ripetutamente l’Italia e di conservare un elettorato di una certa consistenza che rischiava di essere spazzato via.

In questa temperie si è formato, e ha svolto un ruolo rilevante, un nucleo dirigente di grande valore che proveniva dalla storia dei comunisti italiani. È del tutto evidente che mi concedo qualche indulgenza, perché a esso debbo molto e in esso mi sono sentito per tanti anni a mio agio. I nomi li conosciamo: Occhetto, Veltroni, Bersani, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Fassino (un grande segretario forse non sufficientemente valutato) e tanti altri. E poi, Massimo D’Alema: in quel periodo l’ispiratore fondamentale di una politica di unità e in grado di vincere.

Il punto, mi scuso se debbo andare rozzamente alla sintesi, è che per vari motivi, dopo il tentativo breve, sfortunato, visionario e nel medesimo tempo contraddittorio di Walter Veltroni, la tradizione di quella prestigiosa sinistra oggettivamente perse ogni forza propulsiva: non vi fu capacità espansiva elettorale da parte del Pd e lo schema di alleanze apparve sostanzialmente povero e indifeso rispetto alla prima crescita del populismo.

Ecco l’irruzione di Renzi. Non come l’insorgere patologico di una malattia, ma come una risposta, nel modo a lui congeniale, di una crisi profonda della sinistra italiana. Se non si parte da qui, non si capisce nulla. Renzi apparve un rinnovamento delle classi dirigenti (la rottamazione), un cambio radicale del linguaggio, la capacità (per certi aspetti anch’essa populista) di rivolgersi direttamente ai cittadini con provvedimenti attenti alle loro condizioni economiche (gli 80 euro). In una certa fase letteralmente conquistò la base del vecchio insediamento comunista. Alluse a una nuova esperienza più fresca e libera, capace di superare la stanca tradizione del passato.

Lo stesso Renzi, a un certo punto e rovinosamente, ha perduto la rotta. Conquistato il potere (tutto, compresa la premiership) ha perso grandemente il rapporto con il Paese reale. È il difetto di molti leader e di tante esperienze politiche: dopo la vittoria è il momento di aprirsi, della magnanimità e dell’ascolto; ti compete un ruolo ordinatore, di equilibrio e di sintesi. Renzi ha fatto tutto il contrario. Decisionismo fino all’arbitrarietà, riformismo astratto fino all’insensibilità sociale, incapacità di autocritica e reiterazione degli errori.

Siamo arrivati così alle ultime elezioni politiche: il 18% dei consensi per il Pd e il più totale isolamento politico. Con Zingaretti e con Letta si è ripreso un cammino.

Il Pd è di nuovo al centro del sistema politico, lentamente progredisce sul piano elettorale, è il pilastro del governo di emergenza indicato da Mattarella, non rinunciando al suo profilo e ai suoi contenuti. Letta ha fatto molto di più in pochi mesi di quello che tanti osservatori, pure onesti e di buon senso, avevano sperato.

Detto questo: a me pare che siamo solo alla premessa per poter tentare una vera svolta. C’è, in questo caso sì, una malattia della democrazia italiana e del suo sistema politico.

Perché, pur enunciando solennemente contenuti più di “sinistra”, non si conquistano voti operai? Perché le posizioni e le affermazioni del mondo politico non pesano e i cittadini non si fidano più? Perché i fautori del “centro”, attaccati a questa formuletta, da anni non riescono a costruire un solido partito di centro democratico che tanto servirebbe per battere il sovranismo?

La sensazione è che ormai si sia perso il valore simbolico (e quindi anche concreto) del linguaggio. Il linguaggio politico non nomina più la realtà. Non si misura più rispetto a forme consolidate, leggibili, saldamente ancorate a un senso comune, a una cultura, a una fase di civiltà.

Sinistra. Rivoluzione. Riformismo. Conservatore. Populista. Ognuno ne dà il significato che vuole. Siamo in mezzo ad una “insalata” di parole, casualmente ordinate, interscambiabili, prive di pregnanza rispetto alla vita concreta. Un sovraccarico di parole, inutili, che impediscono il “parlare” delle cose (Wittgenstein).

In questo modo è proprio lo specifico della politica che viene a mancare. La sua capacità ordinatrice. Il lavoro, dunque, è di lunga lena. Altro che schematici posizionamenti! C’è bisogno di una rivoluzione culturale. Essa chiama in causa la decadenza della scuola e dell’università; la povertà della vita interna dei partiti; la cattiva selezione delle classi dirigenti; la scarsezza di esempi che giungono dall’alto.

La politica avrà la forza di una reazione? Per certi aspetti l’elezione del Presidente della Repubblica può essere una verifica.

Ormai appare in campo per la destra la candidatura di Berlusconi. Non entro nel merito. Osservo solo che essa, per molteplici ragioni, non convince neppure tutte le forze politiche che dovrebbero sostenerla. Ma tant’è: il Cavaliere è testardo e i leader lo illudono.

Penso, tuttavia, che essa non andrà a buon fine. In tal caso si apriranno due strade. Una decisamente in mano ai partiti. Saranno in grado di concordare una figura di garanzia, ma nello stesso tempo percepibile come l’avvio di una fase di rigenerazione del sistema politico e di nuova vitalità delle forze politiche? Non mancano le figure autorevoli da una parte e dell’altra dello schieramento in grado di svolgere questa funzione. Certo ci vuole lungimiranza, generosità, uno slancio che vada oltre gli interessi delle rispettive botteghe. Con l’intesa di arrivare fino alla fine della legislatura, portando a casa i risultati ancora non definitivamente acquisiti sulla pandemia, sullo sviluppo economico e sulle divaricazioni sociali e di ricchezza che sono cresciute; e tentando il varo di una legge elettorale che regoli meglio le alternative future.

Se questo non accadrà, significa semplicemente che lo stato di emergenza, che riguarda anche la debolezza del nostro sistema politico, è destinato a continuare.

A quel punto, al contrario di quello che hanno scritto alcuni commentatori, la mia opinione, che ho già espresso, è che solo Draghi possa continuare a svolgere una funzione generale di garanzia. Anche come Capo dello Stato. E nessuno si potrà lamentare delle tendenze tecnocratiche. La tecnocrazia (quando ha un profilo altissimo e democratico come nel caso di Draghi) è indispensabile per mandare avanti un Paese, se la politica latita. Siamo in un passaggio stretto. Per i partiti, forse, all’ultima chiamata.
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