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Cara Boschi, studia un po’ di storia: in Italia abbiamo avuto un sacco di Governi senza maggioranza assoluta

Di Luca Telese
Pubblicato il 19 Gen. 2021 alle 12:31 Aggiornato il 19 Gen. 2021 alle 13:27
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Immagine di copertina
Giulio Andreotti, Giuseppe Conte e Maria Elena Boschi

Un governo senza maggioranza assoluta, dice Maria Elena Boschi, “si dovrebbe dimettere”. Questa singolare tesi, l’ultima balla dei propagandisti renziani, ha preso corpo nelle ultime ore, in corrispondenza con il crescere delle loro difficoltà politiche, e in attesa del voto di stasera a Palazzo Madama. Alla Camera gli uomini di Italia Viva si sono dovuti astenere per evitare che il gruppo di spaccasse tra chi è disposto a far cadere il governo e chi no: e così, per nascondere questo disagio, in nome del vecchi adagio secondo cui la miglior difesa è l’attacco, i renziani hanno improvvisato una maldestra campagna sulla presunta illegittimità.

L’ultima balla, dunque, è proprio quella che ripete oggi – in una intervista sul Corriere della Sera – la Boschi: “Se Conte non prende la maggioranza assoluta si dovrà dimettere”. Nel suo dialogo con Maria Teresa Meli, sul Corriere, la Boschi finge di non sapere (o addirittura non sa) che molti governi importantissimi nella storia della Repubblica sono nati con una maggioranza relativa (e non assoluta) in almeno una delle due Camere.

Accadde così, tanto per fare un esempio, con il terzo governo di Giulio Andreotti, che governò per due anni, nel pieno degli anni di piombo con soli 258 voti raccolti alla Camera (e 303 astenuti) senza il voto favorevole del Partito Comunista, che tuttavia – non votando contro – teneva in vita il governo. Per questo motivo, l’esecutivo fu chiamato “il governo delle astensioni”.

Ma fu così anche – nella stessa fase storica – per il primo governo di Francesco Cossiga che nel 1979 ottenne 287 voti alla Camera e 157 al Senato. Accadde – addirittura – per un governo molto prestigioso, guidato da un futuro presidente della Repubblica, quello di Carlo Azeglio Ciampi che nel 1993 ottenne “solo” 309 si alla Camera (sei voti meno della maggioranza assoluta, dunque).

Accadde anche per quello che viene considerato il primo governo della seconda Repubblica, il Berlusconi Uno, che nel 1994, al Senato non raccolse la maggioranza assoluta: allora il quorum era 164 voti, e il leader di Forza Italia ne raccolse soltanto 159, per giunta con il Sì di due parlamentari eletti in altri schieramenti: uno era il senatore Luigi Grillo (eletto nel Ppi, e destinato a diventare famoso come primo “responsabile” della storia moderna) l’altro era nientemeno che Giulio Tremonti. Il futuro ministro delle Finanze era stato eletto anche lui fuori dal centrodestra, con il Patto Segni.

Lamberto Dini ottenne 302 sì alla Camera, di cui uno addirittura annunciato tra le lacrime dalla deputato (allora) di Rifondazione Marida Bolognesi: il partito di Fausto Bertinotti subì una scissione molto sofferta, ma nessuno chiamò “Responsabili” i Comunisti Unitari, che si costituirono in partito dopo quello strappo. Né considerò “traditori” Giuliano Pisapia e Nichi Vendola, che non votarono la sfiducia, ma non uscirono da Rifondazione in quella occasione.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

L’ultimo governo che dovette combattere fino all’ultimo voto (anche stavolta alla Camera) fu il D’Alema Bis, che prese il largo con soli 310 voti. Lo sostenevano, oltre ai partiti del centrosinistra, ben 23 deputati del gruppo misto eletto con schieramenti diversi dal suo. Il governo cadde soltanto perché D’Alema scelse di dimettersi dopo il risultato (per lui deludente) delle elezioni regionali.

Non esiste quindi nessun problema di legittimità, per un governo che raccogliesse una maggioranza non assoluta. Questa offensiva dialettica, e come si vede fragilmente argomentata della Boschi, serve in realtà a nascondere le difficoltà di Italia Viva: che se Renzi dovesse dare indicazione di votare contro il governo si spaccherebbe in due come una mela. L’astensione, ovviamente, è una scelta di opportunità, è una scelta legittima, che non equivale più ad un voto contrario come in passato, e di conseguenza abbassa il quorum. Se vuole far cadere il governo Italia Viva deve solo trovare il coraggio di votare contro.

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