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Lettera aperta di un 24enne: “In Italia non vedo un futuro. Qui il lavoro non dà dignità”

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Credits: Ansa/Matteo Corner

Pubblichiamo la lettera inviata alla nostra redazione da Marco Ierani, studente di Fisica di 24 anni

Egregio Direttore, Egregio Giornale sono uno studente di Fisica presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, ho ventiquattro anni ed oggi, alle 19:17 del 12 giugno 2022, mi sono deciso a scriverVi una lettera aperta: un’affluenza all’11 per cento ad un referendum popolare ha fatto sorgere la voglia di “sfogarsi” e di riflettere. Credo nel mio Paese, credo nella Repubblica e nella Democrazia, ma porto con me il peso di molti, se non tutti i giovani: cosa ho davanti, nel nostro futuro? Sono giovane e non so quale sarà il mio futuro lavoro.

Di più, non so se lavorerò in Italia (e se sì per quanto) e al solo pensiero me ne dispiaccio in quanto vorrei restare nel mio Paese, per costruire un futuro qui nella mia Roma, che vedo, per usare una metafora, usata, digerita, gettata in pasto alle fauci dell’incuria. Spesse volte penso che non vi siano possibilità per chi vuole e per chi merita, in ogni settore e (ancora peggio forse) ad ogni livello. Ed ecco quindi che l’estero accoglie giovani (e non solo), offrendo una sicurezza maggiore, una riconoscenza maggiore ed altro ancora.

Aborro l’idea che gli italiani non abbiano voglia di lavorare, tutt’altro. Ma il lavoro è dignità e in molti casi, purtroppo, in Italia il lavoro non dona dignità: io sono fortunato, con la mia famiglia, ma come si fa in certi casi, banalizzando (neanche troppo) a un solo aspetto, ad “arrivare a fine mese”? Ritengo che un lavoro dignitoso non sia quello che faccia comprare molti e grandi beni: è quello che dà modo a tutti di potersi permettere una cena fuori ogni tanto, una vacanza normale, un regalo a figli o nipoti o affetti, ad esempio. Per molti questo è un lusso, per altri lo è diventato: non è normale.

Inoltre confesso che mi è difficile credere nella politica odierna. È manifesto che di brave persone portanti avanti l’Italia e il Suo nome ce ne siano. Penso su tutti al nostro Presidente Mattarella, di cui ammiro l’Uomo anche prima del suo operato compiuto ed in atto. Lo stesso dicasi per il nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi, la Senatrice Liliana Segre ed il Prof. Giorgio Parisi ad esempio. Eppure appena volgo altrove lo sguardo vedo tutti i partiti non più rappresentanti dei loro valori (cos’è la destra? cos’è la sinistra? per citare Gaber e aggiungo cos’è il centro?), quasi incapaci di avvicinare gli italiani alla politica, poco volenterosi di fare, forse più attenti ad altro che al Bene Comune. Credo nelle Istituzioni, ma a volte questa forte sicurezza viene fatta vacillare.

Un albero con radici profonde, al più si piega, ma non si spezza, perciò continuerò a crederci. Per non parlare di sicurezza, salute, ordine pubblico ed istruzione. A mio modesto parere uno Stato dovrebbe fondarsi sulla istruzione, sulla salute, sull’educazione civica e sul benessere economico. Mi sembra manchino tutti. Mi è stato insegnato come la cultura, il Sapere, renda liberi: liberi di agire e di pensare. L’Italia (mi si consenta l’esternazione patriottica) è la Patria della cultura: un popolo di artisti, poeti, scienziati e tanto altro. Eppure c’è molta ignoranza in giro, anche in termini di educazione e senso civico. Sapere non serve a fare bella figura, a prendere voti alti, serve a determinarci come Uomini, come Uomini liberi, perché siamo ciò che facciamo, ma anche quello che diciamo e (soprattutto) che pensiamo.

Il diritto alla salute non ci serve (passatemi l’espressione cruenta) a morir bene, ci serve (collegandoci al lavoro, mediante il quale si può ricorrere a servizi di sanità privata) a vivere bene, per formare il nostro futuro e le future generazioni, ci serve ad avere quel tempo in più per far sì di poter insegnare dove non cadere: perché è da ciò che veniamo che possiamo capire dove andare. Ma per molti questo diritto, il diritto alla Vita in certi casi, non è garantito in tempo. Di sicurezza ed ordine pubblico, anche in questo caso (per dirne solo una) ne vedo poca: penso a tante mie coetanee ed alla cronaca che quasi giornalmente leggiamo.

Non vado oltre perché allora sì che diventerebbe un discorso troppo lungo, a partire dai diritti individuali. Arriviamo quindi al referendum popolare. Vedere una così bassa affluenza mi permetto di dire come cittadino, è un fallimento dello Stato. Perchè prescindendo dal tema e dal fatto che sia giusto o sbagliato abrogare o meno certe leggi (che è soggettivo), evidenzia un totale disinteresse del popolo verso la Cosa Pubblica. È molto triste.

Non posso e non voglio credere che agli Italiani non interessi l’Italia. Forse sarà a causa di quella che chiamo “la politica del gerundio”: stiamo vedendo, stiamo valutando, stiamo dialogando, stiamo facendo eccetera. Tante parole, pochi fatti. Temo anche che si avverino le parole del Prof. Tremonti (che è certamente un eccelso economista) sul futuro tracollo economico. Non mi intendo di economia, ma sembra evidente che il quadro che arriva dal settore energetico e finanziario non migliorerà a breve, anzi ad oggi può solo peggiorare. Come se di miseria, ahimè, non se ne veda già a sufficienza.

A Catone il Censore si attribuisce la massima “rem tene, verba sequentur” (possiedi l’argomento, le parole seguiranno): a me pare che molti parlino e pochi sappiano di cosa parlino. Ed ecco allora che chi non sa, insegna, per restare in tema di massime. Ovviamente anche io non so, ma questo mi è noto. Quello che so è che da Dante ad oggi, salvi pochi “attimi” di storia, l’Italia è ancora “di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta”. Io continuerò ad imparare, a rispettare le regole, a fare il mio dovere, di uomo, di cittadino e un domani anche di genitore se Dio vorrà. E se leggendo queste mie parole, porterò anche solo una persona a riflettere, a fare qualcosa in più, allora non sarà vano lo sforzo di credere nel futuro, di sperare. Augurandoci giorni migliori, porgo a tutti un saluto.

Marco Ierani

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