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L’attacco all’Iran: una pugnalata agli Alleati e un regalo a Mosca (di F. Bascone)

Immagine di copertina
Vladimir Putin e Donald Trump. Credit: AGF

Trump ha scatenato l’attacco all’Iran per spietatezza verso chi osa sfidare la potenza americana, subalternità a Israele, istinto bellicista e bisogno di distrarre l’attenzione dalla politica interna. Così l’Europa pagherà un prezzo altissimo per una guerra non sua. Ma sarà la Russia a beneficiare dell’aumento dei prezzi energetici

La assoluta illegalità dei bombardamenti americani e israeliani sull’Iran è fuori discussione. La necessità di difendere gli americani (e gli europei, che non l’avevano chiesto), asserita da Trump nel suo annuncio del 28 febbraio, è chiaramente una menzogna. In mancanza di una minaccia, non si tratta neanche di una guerra preventiva. Lo è tutt’al più per Israele. Ma la guerra preventiva è comunque illegale, a meno che non prevenga un attacco imminente.

Finalità confuse, irrealistiche

Le motivazioni di Israele sono evidenti: vendicarsi per il sostegno fornito dall’Iran a Hamas e a Hezbollah, completare l’annientamento del programma nucleare di Teheran, solo parzialmente riuscito nel giugno scorso, mettere l’Iran in condizioni di non nuocere per anni a venire, abbattere il regime degli Ayatollah,  proseguire lo stato di guerra permanente che congela ogni opposizione a Netanyahu. Più difficile è individuare le motivazioni di Trump, una volta scartata quella della difesa del popolo americano.
L’unica spiegazione plausibile, accanto a quella psicologica (hybris), è il sostegno acritico agli obiettivi del governo guidato da Netanyahu, in primis il “regime change” (che ha probabilità di riuscita vicine allo zero) e la blindatura del monopolio nucleare di Israele nella regione. Come già durante la prima presidenza Trump, su questo punto, nei negoziati che erano in corso quando è scattato l’attacco, gli iraniani si mostravano flessibili, non invece sul disarmo missilistico e sulla rinuncia a sostenere i movimenti di resistenza anti-israeliana. Il bullo di Mar-a-Lago aveva quindi deciso di passare il Rubicone per un misto di spietatezza verso chi osava sfidare la potenza americana, subalternità a Israele, istinto bellicista (non a caso aveva rinominato il ministero della Difesa) e bisogno di distrarre l’attenzione da errori e insuccessi di politica interna.

Quando chiudere la partita?
La nebulosità degli obiettivi di Trump si riflette sui criteri per dichiarare mission accomplished”: imposizione di una Guida Suprema gradita a Washington? Resa senza condizioni (cioè accettazione di un diktat sul nucleare, i missili, i “proxies”,  ilregime change”)? Annientamento dei Pasdaran e distruzione di tutti i siti militari, dell’industria bellica e di quella nucleare? Trump, di fronte alle pressioni degli sceicchi e alla ridotta disponibilità di armamenti anti-missile e anti-droni, potrebbe chiudere fra alcune settimane (o anche a giorni) la partita senza aver raggiunto alcuno di quegli obiettivi, semplicemente dichiarando di aver eliminato la minaccia iraniana. Una prospettiva non certo gradita a Israele.

La strategia dell’Iran
La rappresaglia iraniana sotto forma di missili e droni sulle basi americane nella regione del Golfo era scontata, compreso qualche danno collaterale su strutture civili dei Paesi ospitanti. Ma come spiegare i successivi attacchi mirati contro aeroporti e altri obiettivi civili di quei Paesi (persino del Qatar, sempre equidistante e disposto a mediare), una mossa atta a provocare contro-rappresaglie e quindi autolesionista? Infiammando tutta la regione, seminando confusione, panico, crisi economica e inflazione, Teheran vuole rendere palpabile l’assurdità della aggressione israelo-americana e il danno che ne deriva ai Paesi terzi e in particolare a quelli mediorientali ed europei,  e  punta a spingere gli sceiccati del Golfo a chiedere agli Stati Uniti di fermare la guerra.
La sorprendente dichiarazione del 7 marzo in cui il presidente iraniano chiedeva scusa ai vicini arabi e annunciava di aver ordinato all’esercito di soprassedere a quegli attacchi (tranne quelli contro le basi Usa), ordine ignorato dai Pasdaran, dimostra che ci sono significative divergenze in seno alla dirigenza iraniana sull’opportunità di allargare il conflitto.

La reazione europea
Gli europei, troppo pavidi per esprimere una condanna, con la sola eccezione del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, si sono almeno astenuti dal partecipare all’ aggressione. In proposito va dato atto al premier britannico Keir Starmer di aver opposto un rifiuto a Trump e di aver poi ribadito la volontà di “non cedere a pressioni”. Salvo mandare poi i propri caccia nel Golfo a intercettare i missili iraniani. Il nostro Governo ha addirittura giustificato l’attacco americano perché “difensivo”, o in quanto le regole su sovranità e non aggressione sarebbero state messe fuori uso dall’invasione russa dell’Ucraina (!).
Nessuno degli europei vuol farsi coinvolgere attivamente, ma il rischio che ciò avvenga involontariamente non va sottovalutato. Dopo alcune esitazioni, Italia, Germania e Regno Unito hanno messo le loro basi a disposizione degli Usa (nel 2003 la Turchia le aveva negate).  A seguito dell’arrivo di un drone sulla base britannica di Akrotiri, che non fa parte del territorio cipriota, l’Ue ha subito proclamato la determinazione a difendere la Repubblica di Cipro (non direttamente minacciata), e vari Paesi tra cui l’Italia hanno mandato mezzi navali nella zona. Qualora uno di essi venisse colpito da un drone, volontariamente o meno, si rischierebbe uno scontro diretto o una ignominiosa ritirata.
Supponendo che vengano evitate simili derive, l’Europa pagherà comunque un prezzo economico altissimo per questa guerra non sua e avrà buone ragioni (ma scarse prospettive di successo) per chiedere all’alleato americano di concludere rapidamente il conflitto e ottenere garanzie di libero passaggio nello Stretto di Hormuz.

Russia, Ucraina, Nazioni Unite
Di certo la crisi gioca in favore della Russia, che avrà più compratori per i suoi idrocarburi e beneficerà del forte aumento dei prezzi. Sarà così annullato l’effetto delle sanzioni che tanto ci sono costate, e quindi si accentuerà di nuovo lo squilibrio tra Russia e Ucraina. L’America ridurrà le sue vendite di missili Patriot che gli europei vogliono donare a Kiev, perché servono a proteggere Israele e gli sceicchi. Anche l’Italia fornirà a uno dei Paesi del Golfo un sistema Samp-T che sarebbe prezioso per rafforzare le difese antimissili dell’Ucraina. Quella guerra si prolungherà, i negoziati sono sospesi, la colpevolizzazione di Mosca (già poco sentita nel Global South) si attenuerà ulteriormente.
Una vittima di questa crisi è il già molto ammaccato “rule-based international order”. Ma è un errore affermare che queste regole sono ormai superate, sostituite dalla legge del più forte. Non va dimenticato che sono state spesso violate anche in passato – dal Vietnam all’Afghanistan, al Kosovo, all’Iraq, alla Libia ecc. – senza che venissero considerate desuete. Si deve lavorare al loro ristabilimento, e riaffermare malgrado tutto il ruolo delle Nazioni Unite, in attesa di tempi migliori.

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