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La guerra in Ucraina cancella 70 anni di interdipendenza energetica fra Europa e Russia

Immagine di copertina
Credit: REUTERS/Yves Herman

In seguito all’invasione russa dell’Ucraina i governi occidentali hanno congelato oltre 400 miliardi di dollari di asset della Banca centrale di Mosca e almeno 240 miliardi di ricchezza privata, mentre più di 400 aziende hanno lasciato la Russia. Non solo: l’Unione europea punta a diminuire la dipendenza dal gas russo di due terzi per la fine dell’anno. La guerra in Ucraina sembra così interrompere l’interdipendenza energetica ed economica tra Europa e Russia costruita faticosamente in oltre settant’anni.

Due blocchi

Alla creazione nel 1951 della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), il carbone copriva l’80% del fabbisogno energetico dell’Europa occidentale. Le miniere erano state nazionalizzate sia in Gran Bretagna che in Francia e nel settore lavoravano centinaia di migliaia di europei: in Belgio il settore minerario assorbiva il 10% della forza lavoro. Stesso discorso valeva per l’Unione Sovietica, che produceva il 25% in più del carbone della Gran Bretagna, soprattutto in Donbass. A partire dal “blocco Berlino” del 1948, che interruppe il flusso di gas, carbone ed elettricità tra le due parti della città, una cortina di ferro, anche energetica, si estese progressivamente tra l’Europa comunista e l’Europa occidentale. Nel 1957 sei Paesi europei dettero vita alla Comunità economica europea (Cee) e alla Comunità europea dell’energia atomica (Ceea). Si prevedeva un gran futuro per il nucleare civile. Ma gli anni del “boom economico”, furono caratterizzati dall’ascesa del petrolio, che nel 1960 si affermò come prima fonte di energia in Europa. I suoi derivati alimentarono il boom: la benzina muoveva le automobili, le plastiche davano forma a un mondo artificiale e moderno.

L’Europa occidentale si legò alle importazioni da Medio Oriente e Nord Africa di petrolio estratto da società anglo-americane (l’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei le chiamò «le sette sorelle») e distribuito da filiali europee di queste società. D’altra parte l’Urss, erede di quello che a fine dell’Ottocento era il maggior centro di produzione di petrolio al mondo, Baku sul Mar Caspio, aumentò nel dopoguerra gli investimenti negli Urali e nella Siberia occidentale. Per rifornire le democrazie popolari dell’Europa dell’Est venne avviato nel 1967 il sistema del “gasdotto dell’Amicizia” in gran parte incentrato sull’Ucraina.

In questo periodo il flusso energetico tra le due Europe era quasi inesistente, con un’importante eccezione. L’Eni guidata da Mattei firmò nel 1960 il primo contratto per l’acquisto di petrolio russo a prezzi vantaggiosi. Il vicepresidente dell’Urss Kosygin annotava: «Mattei ha detto che Eni si è posta l’obiettivo di intraprendere un grande lavoro per indebolire le posizioni delle grandi compagnie del cartello petrolifero internazionale (Standard Oil, British Petroleum, Shell) in Europa occidentale e in Africa, spingendo fuori il petrolio americano dai mercati dell’Africa e dell’Europa occidentale». Di fronte all’embargo dei Paesi arabi produttori di petrolio, nell’ottobre del 1973 il segretario di Stato americano Henry Kissinger disse: «So cosa sarebbe successo nel XIX secolo […] L’idea che un Regno di beduini possa tenere in scacco l’Europa occidentale e gli Stati Uniti sarebbe stata inconcepibile. Sarebbero sbarcati, si sarebbero divisi i campi petroliferi, e avrebbero risolto il problema»…
Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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