Giulio Regeni: la verità sepolta da 10 anni
Dal febbraio 2016 a oggi, l’omicidio del ricercatore friulano in Egitto è rimasto impunito. Non per mancanza di prove, ma per scelta politica. Il Cairo ha ostacolato in tutti i modi le indagini. E i governi italiani hanno fatto troppo poco per ottenere giustizia
Dieci anni, un tempo enorme, specie per un ragazzo giovanissimo che aveva davanti a sé tutte le possibilità del mondo. Eppure dieci anni sono passati dalla scomparsa e dall’uccisione di quel ragazzo, Giulio Regeni, che al Cairo incontrò «tutto il male del mondo».
Dieci anni non sono passati sopra il suo omicidio. Gli hanno lavorato attorno. Lo hanno levigato, reso meno appuntito, meno ingestibile. Fino a trasformarlo, per molti, in qualcosa di amministrabile. Non una ferita aperta, ma una pratica da tenere in sospeso. Non una richiesta di giustizia, ma un caso «complesso».
Il tempo, in questa storia, non è stato neutro. È stato uno strumento. Ha agito come agiscono i meccanismi di potere più efficaci: senza rumore, senza strappi evidenti, affidandosi alla stanchezza, alla ripetizione, alla convinzione che l’attenzione pubblica non possa durare troppo a lungo. Che prima o poi si sposti altrove.
In dieci anni non è mancata la verità. È mancata la volontà di sostenerla fino alle conseguenze. I fatti sono emersi, pezzo dopo pezzo. Le responsabilità sono state indicate. Le incongruenze delle versioni ufficiali smontate una a una. Eppure tutto questo non ha prodotto ciò che dovrebbe produrre in uno Stato di diritto: giustizia. Perché la verità, quando è politicamente scomoda, può essere tollerata solo a condizione che resti inoffensiva.
Il rischio dell’icona
Il silenzio che ha circondato l’omicidio di Regeni non è mai stato un vuoto. È stato una strategia. Una gestione accurata di ciò che poteva essere detto, mostrato, riconosciuto, e di ciò che doveva invece essere rinviato, diluito, negoziato. Il linguaggio della diplomazia ha svolto qui una funzione precisa: trasformare un omicidio in una «questione delicata», una responsabilità in un «contesto complesso», una richiesta di giustizia in un problema di equilibri.
Ogni anno che passa senza una risposta giudiziaria definitiva non è un incidente. È il risultato di una scommessa riuscita: che il tempo logori più dell’indignazione. Che la ripetizione degli anniversari finisca per anestetizzare. Che la ritualità – gli striscioni, le dichiarazioni, i comunicati – sostituisca l’urgenza.
Non tutti hanno perso, in questi dieci anni. Qualcuno ha guadagnato margini di manovra, normalità, rapporti ristabiliti.
C’è poi un rischio più sottile, ma non meno insidioso: quello dell’icona. Trasformare Giulio Regeni in un simbolo ha permesso di separare la sua storia dalle responsabilità concrete della sua morte. L’icona è riconoscibile, condivisibile, persino rassicurante. Non chiede conto. Non disturba. Non impone scelte. Così la memoria diventa compatibile con l’inerzia, e l’indignazione può essere espressa senza produrre conseguenze.
Chi ha continuato a lavorare su questo caso negli anni sa che il problema non è mai stato l’accesso alle informazioni, ma la loro rimozione. Il documentario “Buried Facts” nasceva da questa constatazione: i fatti non scompaiono, vengono sepolti. E sepoltura non significa assenza, ma volontà attiva di sottrarre, stratificare, rendere faticoso lo scavo. Non è un’operazione spettacolare. È una pratica quotidiana.
Raccontare Regeni oggi significa anche fare i conti con la fatica di tornare su una storia che non si chiude. Con il rischio di dire “ancora” le stesse cose. Ma è proprio questa ripetizione a rivelare il nodo politico della vicenda. Se dopo dieci anni siamo ancora qui, non è perché mancano elementi. È perché qualcuno continua a ritenere accettabile che restino senza effetto.
Il tempo, si dice spesso, porta chiarezza. In questo caso ha portato abitudine. Ha reso possibile convivere con l’idea che un ricercatore italiano possa essere torturato e ucciso all’estero senza che questo produca una rottura reale, irreversibile. Ha insegnato che la giustizia può essere subordinata ad altri interessi, purché il prezzo sia pagato lentamente, un anno alla volta.
A dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, la domanda non è più cosa sappiamo. La domanda è quanto siamo disposti a tollerare che resti impunito. Perché a questo punto il silenzio non è una mancanza di parole. È una scelta.
I fatti
La sera del 25 gennaio 2016, nel giorno in cui l’Egitto celebra l’anniversario della rivolta di piazza Tahrir, Giulio Regeni esce di casa nel quartiere di Dokki, al Cairo. Deve incontrare un amico. Non arriverà mai.
Da quel momento, la sua scomparsa si inscrive immediatamente in un contesto che nulla ha di casuale: una capitale militarizzata, sotto sorveglianza capillare, nel giorno più sensibile dell’anno per il regime. Regeni ha ventotto anni, è un dottorando dell’Università di Cambridge e conduce una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. Un tema che, nell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, equivale a muoversi in un territorio considerato ostile alla sicurezza nazionale.
Nei giorni successivi alla scomparsa, le autorità egiziane non avviano ricerche strutturate. Minimizzano. Suggeriscono un allontanamento volontario. Prendono tempo. Un tempo che, col senno di poi, appare decisivo.
Il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni viene ritrovato lungo la superstrada tra Il Cairo e Alessandria. È seminudo, abbandonato come un avvertimento. Sul corpo ci sono i segni inequivocabili di torture prolungate: fratture multiple, ustioni di sigaretta, tagli profondi, ecchimosi diffuse, unghie spezzate. Le ferite non sono compatibili con una violenza improvvisa o occasionale, ma con un trattamento sistematico, metodico. L’autopsia italiana parlerà di torture riconducibili a pratiche note degli apparati di sicurezza egiziani. Non di eccessi, ma di procedure.
Da quel momento inizia una seconda storia, parallela all’omicidio: quella dei depistaggi di Stato. Le versioni ufficiali egiziane cambiano rapidamente. Prima un incidente. Poi una rapina. Infine una presunta banda criminale responsabile del sequestro e dell’uccisione.
Quattro uomini vengono uccisi dalla polizia egiziana in un blitz, senza processo. Nella loro abitazione compaiono documenti di Regeni. Per la magistratura italiana quella messa in scena è grossolana, ma il messaggio è chiaro: il caso è chiuso, i colpevoli sono morti, non c’è altro da indagare. In realtà, le indagini italiane dimostrano l’opposto. La Procura di Roma ricostruisce i movimenti, le intercettazioni, i controlli a cui Regeni era sottoposto. Emergono testimonianze secondo cui il ricercatore sarebbe stato fermato la sera del 25 gennaio, portato in una struttura riconducibile ai servizi di sicurezza e interrogato. Da lì non uscirà più vivo.
Le autorità egiziane negano ogni responsabilità, ma rifiutano sistematicamente di fornire documenti completi, tabulati integrali, indirizzi degli indagati. La mancata collaborazione non è episodica: è una linea politica.
Nel dicembre 2020, dopo quattro anni di indagini ostacolate, la Procura di Roma chiude l’inchiesta e rinvia a giudizio quattro ufficiali dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale egiziana: Magdi Ibrahim Abdel Sharif, Tariq Saber, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi. Sono accusati, a vario titolo, di sequestro di persona aggravato, tortura e omicidio. È un atto che chiama direttamente in causa lo Stato egiziano, perché quegli uomini non sono criminali comuni, ma funzionari dell’apparato di sicurezza. L’Egitto reagisce come ha sempre fatto: negando, ostacolando, prendendo tempo. Si rifiuta di comunicare i domicili degli imputati, rendendo impossibile la notifica degli atti.
Quando il processo si apre a Roma nell’ottobre 2021, viene subito sospeso proprio per questa ragione. È uno stallo che non nasce da un vuoto giuridico, ma da una precisa scelta politica del Cairo: impedire che un tribunale straniero giudichi i propri funzionari.
Nel settembre 2023, la Corte Costituzionale italiana stabilisce che questo ricatto non può essere accettato. Se uno Stato rifiuta deliberatamente di collaborare, il processo può andare avanti comunque. È una decisione che rompe un equilibrio fondato sull’impunità. Nel 2024, il dibattimento riprende davanti alla Corte d’Assise di Roma, con gli imputati giudicati in contumacia. In aula emergono con chiarezza non solo le responsabilità individuali, ma il contesto sistemico in cui l’omicidio è maturato.
Il prezzo dell’impunità
Accanto alla dimensione giudiziaria, però, ce n’è un’altra che attraversa l’intera vicenda: quella economica. Nei mesi e negli anni successivi all’omicidio, mentre la collaborazione giudiziaria si arena, i rapporti economici tra Italia ed Egitto non si interrompono. Al contrario, si rafforzano.
La linea italiana, nei fatti, è una linea di separazione: da una parte la legittima e sacrosanta richiesta di verità e giustizia, dall’altra la necessità di una continuità dei rapporti economici considerati «strategici». Una separazione che l’Egitto ha saputo esercitare fino in fondo, forte della consapevolezza che questi ultimi sono indispensabili per entrambi.
A dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, il quadro è questo: una verità giudiziaria ricostruita con precisione dalla magistratura italiana, un processo in corso senza imputati presenti, e uno Stato – l’Egitto – che continua a negare, coprire, proteggere i propri funzionari. Non per mancanza di prove, ma per scelta. Una scelta resa possibile anche dal fatto che il prezzo dell’impunità è stato ritenuto sostenibile.
Il caso Regeni non è solo una storia di violenza e tortura. È una storia di rapporti di forza tra Stati, di interessi che pesano più dei diritti, di giustizia subordinata alla convenienza. Ed è per questo che, dieci anni dopo, resta una ferita aperta. Non perché manchino le risposte, ma perché continuano a mancare le conseguenze.
Se la politica non incide
C’è una responsabilità che non può più essere attenuata né diluita nel linguaggio dell’equilibrio istituzionale: quella della politica italiana. In dieci anni si sono alternati governi di ogni colore, ministri degli Esteri di ogni provenienza, maggioranze che si sono presentate come antitetiche. Ma sul caso Regeni hanno prodotto tutte lo stesso risultato: nessuna scelta capace di incidere davvero.
Da Paolo Gentiloni a Giuseppe Conte, da Mario Draghi a Giorgia Meloni, tutti hanno dichiarato che la verità su Giulio Regeni fosse «irrinunciabile». Tutti hanno incontrato la famiglia. Tutti hanno promesso fermezza. Nessuno, però, ha mai accettato le conseguenze concrete di quella fermezza. Perché dirsi indignati non costa nulla. Rompere davvero costa.
Il richiamo dell’ambasciatore nel 2016 resta l’unico atto politico che abbia avuto un significato reale. Ed è anche la prova di ciò che non si è voluto fare dopo. Quella scelta è stata progressivamente svuotata, neutralizzata, fino al ritorno alla piena normalizzazione dei rapporti con il Cairo. Un ritorno che non è avvenuto perché l’Egitto avesse collaborato, ma nonostante il suo persistente rifiuto di farlo.
Anche la Farnesina ha seguito questa linea, qualunque fosse il ministro in carica. Da Federica Mogherini a Luigi Di Maio, fino agli incarichi più recenti, la formula non è mai cambiata: pieno sostegno a parole alla magistratura, nessuna iniziativa politica che rendesse quel sostegno credibile. La giustizia è stata delegata ai giudici, mentre la politica si riservava il diritto di non disturbare gli equilibri strategici.
Questa non è prudenza diplomatica. È realpolitik applicata contro una famiglia che chiede giustizia. È la scelta consapevole di trattare l’omicidio di un cittadino italiano come una variabile negoziabile, subordinata ad altri interessi ritenuti più importanti. È l’accettazione tacita dell’idea che l’Egitto potesse non collaborare, non rispondere, non consegnare, senza pagarne alcun prezzo reale.
In questo vuoto, la famiglia Regeni è rimasta sola a sostenere il peso che avrebbe dovuto assumersi lo Stato. Ha tenuto aperto il caso quando tutto spingeva alla rimozione. Ha affrontato depistaggi, umiliazioni, rinvii, senza mai arretrare. E mentre i governi cambiavano, la loro richiesta è rimasta identica: non vendetta, non simboli, ma giustizia.
Dire oggi che «si è fatto tutto il possibile» non è solo falso. È offensivo. Perché il possibile, in questi dieci anni, è stato sistematicamente ridotto a ciò che non disturbava. Tutto il resto – pressioni politiche reali, condizionamenti espliciti, rotture durature – è stato escluso in partenza. Non per mancanza di alternative, ma per scelta. Se l’Egitto ha potuto permettersi di coprire, proteggere e negare, è anche perché dall’altra parte ha trovato governi pronti ad accettare che la verità su Giulio Regeni fosse una questione importante, sì, ma non abbastanza da mettere in discussione i rapporti di forza. Ed è questo, dieci anni dopo, il dato politico più grave dell’intera vicenda.
Una storia di resistenza
In questi dieci anni c’è stata una sola linea di continuità che non ha mai ceduto, non ha mai oscillato, non ha mai cercato scorciatoie: quella della famiglia Regeni. Paola Deffendi e Claudio Regeni hanno scelto fin dall’inizio una postura rara: la discrezione senza arretramento, la fermezza senza spettacolarizzazione, l’ostinazione senza odio. Non hanno mai chiesto privilegi. Hanno chiesto ciò che dovrebbe essere ovvio in uno Stato di diritto: verità e giustizia.
Mentre attorno a loro si consumavano promesse, rinvii, normalizzazioni, hanno continuato a fare l’unica cosa possibile: tenere aperto il caso. Hanno resistito alla pressione a «voltare pagina», alla tentazione della rassegnazione, al logoramento deliberato del tempo. Hanno accettato di esporsi, di essere soli, di diventare scomodi. E lo hanno fatto sapendo che ogni passo avanti sarebbe stato lento, faticoso, spesso frustrante.
In un Paese in cui la politica ha preferito delegare, la famiglia Regeni ha fatto l’opposto: si è assunta una responsabilità pubblica. Ha sostenuto il lavoro della magistratura quando la diplomazia lo indeboliva. Ha ricordato, ogni volta, che Giulio non è un simbolo astratto, ma una persona a cui è stato tolto il diritto più elementare: tornare a casa.
Attorno a loro, in questi anni, si è formato quello che è stato chiamato il popolo giallo. Non una folla occasionale, ma una presenza costante: striscioni alle finestre, piazze, università, scuole, consigli comunali. Un colore che ha resistito alla stanchezza e alla retorica. Non per abitudine, ma per ostinazione. Perché la memoria, quando è viva, non serve a commemorare: serve a pretendere.
Molti, in questi dieci anni, sono tornati a casa. Giulio no. È una frase semplice, ma è il cuore di tutto. Giulio non è tornato perché qualcuno ha deciso che non doveva tornare. E perché, dopo, troppi hanno deciso che fosse possibile convivere con questa verità senza pagarne il prezzo. La famiglia Regeni e il popolo che le è rimasto accanto hanno fatto esattamente il contrario: hanno rifiutato l’adattamento.
Riflettere su Giulio Regeni oggi significa partire da qui. Non dall’eroismo, non dal simbolo. Ma da una famiglia che ha chiesto giustizia senza mai smettere di pretendere che lo Stato facesse lo stesso. E da una società civile che, nonostante tutto, ha continuato a ricordare che alcuni tornano a casa. E altri, se non si lotta, no.