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Home » Opinioni

Opinioni vs Fatti: la grande differenza fra giornali italiani e americani

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Quando sono venuto a vivere in Italia, nel 1980, ho scoperto che c’era bisogno di leggere una vasta gamma di giornali diversi – Repubblica, L’Unità, Il Manifesto a sinistra; La Stampa e Corriere della Sera al centro; Il Giornale, Sole 24 Ore e anche Secolo d’Italia a destra – per capire cosa succedeva nel Paese. Poiché non potevo permettermi di comprarli tutti, frugavo nella spazzatura alla ricerca dei giornali abbandonati nei bar. A seconda della testata, cambiava non solo l’interpretazione della notizia, ma in molti casi anche la notizia stessa. Inoltre, i pezzi di commento editoriali apparivano in prima pagina, mentre da dove venivo io, negli Stati Uniti, era il contrario: lì le opinioni erano relegate in fondo al giornale, come se fossero tenute in un recinto per non infettare il resto del giornale.

In America la grande forza del giornalismo erano il reportage, una ricerca rigorosa dei fatti e un tono più asciutto e blando. C’erano meno analisi e meno interpretazione, nel tentativo di evitare di sembrare di parte. Gli Stati Uniti avevano sviluppato una tradizione di “oggettività”, anche se tutti sapevano che l’obiettività perfetta non esiste, e che la scelta dell’argomento, l’organizzazione dei fatti, le persone che il giornalista sceglie di intervistare riflettono la visione del mondo di quel giornalista o di quel giornale. Eppure, c’era un’etica diversa nel giornalismo americano, una forte tradizione di cronaca, il “capire i fatti” e l’idea che fosse importante cercare di dar conto dei vari punti di vista.

La ricerca della credibilità

Questa tradizione si è sviluppata, a metà del XIX secolo, in concomitanza con la diffusione dei quotidiani e delle principali agenzie di stampa come l’Associated Press e con le conseguenti esigenze commerciali dei primi media americani. I giornali erano sostenuti dalla pubblicità e per gli inserzionisti era importante che fossero credibili. La professionalizzazione del giornalismo fece dunque parte dello sforzo per renderli veicoli credibili per la pubblicità. Nel caso specifico dell’Associated Press, dato che le sue notizie erano vendute e ristampate in migliaia di giornali diversi in tutto il Paese (e nel mondo), molti dei quali avevano orientamenti politici diversi, era importante che gli articoli fossero altamente “fattuali”, per dare un’apparenza di neutralità politica in modo che potessero essere ripresi in sicurezza sia dall’Arizona Republican sia dal Talahassee Democrat.

È importante capire che i fautori dell’obiettività giornalistica non erano così ingenui da credere che i giornalisti potessero essere del tutto neutrali e obiettivi. Le regole dell’equilibrismo giornalistico sono state create proprio come meccanismo per limitare le inevitabili inclinazioni personali dell’autore. Servivano come barriere di sicurezza lungo una strada piena di curve pericolose per impedire di cadere in un dirupo. Questa tradizione di obiettività giornalistica americana è stata però sottoposta a pressioni e tensioni crescenti negli ultimi vent’anni, nell’era della disinformazione. Nel periodo precedente l’invasione dell’Iraq da parte degli Usa, gran parte della stampa statunitense aveva pubblicato acriticamente le affermazioni dell’amministrazione Bush secondo cui Saddam Hussein era dotato di armi di distruzione di massa. Quando ciò si è rivelato falso, i media americani si sono interrogati su cosa fosse andato storto, e i giornalisti che avevano sbagliato si sono difesi sostenendo che il loro compito era riferire accuratamente ciò che le fonti avevano detto loro piuttosto che cercare di accertare autonomamente quale fosse la verità.

Fake & Bugie

Successivamente, quando la politica negli Stati Uniti è diventata più polarizzata e il Partito Repubblicano più estremista, il tradizionale equilibrio del giornalismo americano ha iniziato a vacillare. Molte persone – dentro e fuori il settore dei media – hanno cominciato a lamentarsi dell’inadeguatezza dei giornali «da un lato e dall’altro». Di fronte a molti repubblicani (a partire da Donald Trump) che diffondevano notizie palesemente false – ad esempio che Barack Obama non era nato negli Stati Uniti e che era segretamente un musulmano, o che l’attacco terroristico dell’11 settembre era stata una «questione interna» – cosa significava dar conto di entrambi i punti di vista? La vecchia formula del giornalismo americano rischiava di creare una “falsa equivalenza” tra due posizioni che semplicemente non avevano pari merito. Se il 99,9 per cento degli scienziati ha concluso che il cambiamento climatico è il risultato dell’attività umana, il giornalismo dovrebbe ancora dare spazio ai negazionisti del clima per motivi di “equilibrio”? I giornalisti americani hanno così iniziato sempre più ad accettare il fatto che era loro dovere prendere decisioni sulla verità di fondo di una storia. E l’ascesa di Trump – con la sua sistematica distorsione della realtà – ha portato questa crisi a un punto di ebollizione.

Storicamente i media statunitensi erano abituati a trattare politici di spicco, presidenti e candidati alla presidenza con una certa deferenza e rispetto di base. Quando un politico sbagliava qualcosa, glielo si faceva notare ma con un linguaggio educato: «X ha sopravvalutato l’entità del problema»; «La rappresentazione del problema da parte di Y non è confermata dai fatti». Da parte loro, i politici, se colti in errore, generalmente correggevano l’affermazione contestata, o almeno smettevano di ripeterla.

Trump invece continuava a ripetere le stesse falsità più e più volte, spesso alzando ulteriormente il tiro. Ma se una persona ripete qualcosa che è palesemente falso, quella a un certo punto diventa una bugia e non un semplice errore. E così alcuni giornali, tra cui il New York Times e il Washington Post, hanno iniziato (occasionalmente) a usare la parola «bugia» in riferimento ad alcune delle dichiarazioni più oltraggiose di Trump (altre testate giornalistiche, come il Wall Street Journal o la National Public Radio, si sono sempre astenute invece dall’usare quella parola, anche quando fanno notare chiaramente che ciò che Trump ha detto è effettivamente falso.) In altre parole, di fronte ad affermazioni false, l’obbligo della verità oggettiva ha spinto i giornali a fare scelte chiare e schierarsi. Ma, in un certo senso, Trump ha messo la stampa in una posizione impossibile: o riportare le sue menzogne o prendere una posizione netta con il rischio di sembrare di parte. E ciò ha fatto comunque il gioco di Trump, che dipingeva la stampa mainstream come «il nemico». Il fatto che quei giornali lo chiamassero bugiardo ha convinto i suoi sostenitori che la stampa tradizionale ce l’avesse con lui e quindi essa non è affidabile.

Tra incudine e martello

Peraltro, proprio in queste ultime settimane, importanti media americani stanno ripensando il loro approccio nel tentativo di ristabilire la loro reputazione di equilibrio e correttezza. Il New York Times e la Cnn hanno entrambi annunciato che si impegnano a rimanere indipendenti da qualsiasi partito politico. Il direttore del New York Times ha messo in guardia contro i giornalisti che su Twitter sembrano di parte, mentre la Cnn ha promesso che tornerà a occuparsi in gran parte di «notizie difficili» ed eviterà qualsiasi tipo di «sostegno». Queste testate, scrive l’editorialista del Washington Post Perry Bacon, «stanno segnalando che continueranno e persino torneranno al vecchio equilibrismo, alla falsa equivalenza e al pregiudizio centrista che ha a lungo compromesso la copertura della politica statunitense e quindi della nostra democrazia». Ma nel frattempo, mentre i media tradizionali si interrogano sui propri obblighi nei confronti della verità e dell’equità, i media di destra trasmettono regolarmente bugie e falsificazioni totali: le elezioni del 2020 sono state rubate, l’occupazione della capitale il 6 gennaio 2021 è stata un «discorso politico legittimo» o un falso evento organizzato per screditare Trump, l’Ucraina e gli Stati Uniti stavano preparando attacchi biologici contro la Russia in laboratori segreti. In questa situazione di estrema polarizzazione i media tradizionali si trovano così tra l’incudine e il martello: tra il rischio di dire come stanno veramente le cose e quello di apparire di parte.
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