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A Genova, 20 anni fa, oltre a un ragazzo è morta la speranza e un bel pezzo di sinistra

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

A Genova un embrione di futuro che stava tumultuosamente nascendo sulle rovine di un mondo palesemente sbagliato è stato aggredito, brutalizzato e in gran parte soffocato dai residui di un potere fallito e feroce, disposto a tutto pur di non accettare una svolta necessaria per l’intera umanità. Questo è il significato di quelle giornate, ben visibile ora, a vent’anni di distanza, quando sono sotto gli occhi di tutti gli effetti devastanti sullo stato del pianeta di quel brusco ”arresto della storia” che allora fu imposto con la tecnica della macelleria messicana.

Lo slogan che unificava l’intera moltitudine alter-mondialista – “Voi G8, noi 6 miliardi” – non era una felice trovata di marketing. Esprimeva – come annotai allora a caldo – una “realtà auto evidente”. Palpabile, fisicamente visibile nella differenza abissale tra le “due città”, ovvero la Genova dei “Grandi”, asserragliati nella “zona rossa”, in una solitudine irreale rotta solo dalla presenza degli uomini armati e degli impettiti funzionari di Stato; e tutto intorno, la Genova degli altri, una moltitudine multicolore, multietnica, multilinguistica che radunava la parte più cosciente del mondo con un senso palpabile di simpatia diffusa.

L’avevo percepito fisicamente, quel confine invalicabile che separava i due mondi, fin dal primo giorno, il martedì 17 quando sotto i tendoni bianchi di Punta Vagno avevo partecipato al convegno “Globalizzazione, spazio pubblico, saperi”. Accanto, un affollato dibattito sul lavoro nell’epoca della produzione globale, con rappresentanti sindacali di tutto il mondo. Intorno, il brusio della grande reception globale, con la gente che s’incontra dopo il viaggio, si saluta, si riconosce in questa sorta di terra di confine tra Genova e il mondo, assistita da un gruppo multietnico di ragazze e ragazzi – un giapponese, due o tre italiani, un magrebino, uno spagnolo – in maglia gialla con la scritta nera ORGANIZZAZIONE a rappresentare quello che in linguaggio televisivo si chiamava allora “il popolo di Seattle”. Al microfono si alternano una rappresentante italiana di Mani tese, perfettamente bilingue, che parla della propria esperienza in Africa, citando cifre agghiaccianti sul “knowledge divide”; poi un giovane italiano che studia in Australia, sulla perversione mercantile del sapere universitario; due anziani coniugi inglesi, una tuta bianca, un insegnante…

Il pubblico segue attento, resistendo al caldo e alla fame con serafica pazienza, come chi sa che il tempo lavora per lui. Anch’io ascolto con un senso (oggi so quanto infondato) di strana sicurezza, anche se ogni tanto non posso impedire allo sguardo di spingersi oltre le teste dei miei vicini, verso Ponente, dove si avverte l’oscura presenza dell’”altro da noi”, identificabile dal volo degli elicotteri militari e dalla linea delle motovedette schierate all’altezza del porto vuoto e della “zona rossa” vigilata da un piccolo esercito in armi, zeppa di agenti delle più diverse polizie, di strumenti elettronici per il controllo e il comando, di funzionari delle otto burocrazie più potenti del mondo, minacciosa e traspirante violenza: quel che restava della sovranità degli Stati Nazione nel tempo della crisi della sovranità, anacronistici e ridicoli come dovevano sembrare, alla vigilia della prima guerra mondiale, lo Zar di tutte le Russie e il Kaiser della Germania Guglielmina, e tuttavia pur sempre pericolosi.

Non sapevo, allora, che presto – nel venerdì convulso del dies irae – la morte avrebbe fatto irruzione in quello spazio sospeso tra passato e futuro condensatosi per un istante in Piazza Alimonda, con l’uccisione atroce di Carlo Giuliani. E che poi nell’ora meridiana del sabato quelle due città sarebbero precipitate l’una sull’altra, in uno scontro distruttivo di ogni speranza. Anche di quella giornata ho un ricordo vivido, come se l’avessi appena vissuta. Fin dal mattino – cito ancora dai miei appunti di allora – avevo ritrovato, in cima a Corso Italia, la stessa folla eterogenea e pacifica del martedì, con un velo di tristezza in più e i segni del lutto sulle bandiere ma tutto sommato la medesima testarda sicurezza di prima, come se fosse impensabile che qualcuno potesse attaccare una massa del genere – cento, duecentomila persone, forse di più – conservando anche solo il simulacro della democrazia.

Ci sono gli striscioni e le bandiere delle organizzazioni “tradizionali”, c’è Claudio Sabattini con la sua Fiom ribelle, e tante altre componenti della CGIL che hanno trasgredito alle direttive nazionali, mescolati in ordine casuale alle bandiere iridate della rete Lilliput, ai simboli dei Beati i costruttori di pace, delle Donne in nero, di Globalize Resistence, e soprattutto alla folla sciolta che scende dai pullman contrassegnati solo dai nomi delle città di provenienza. Ci sono i curdi del Pkk, organizzatissimi, i contadini francesi di José Bové, gli iraniani perseguitati dagli ayatollah, alcuni siriani, molti spagnoli, soprattutto catalani, numerosi inglesi e americani, e poi tanti gruppi ecclesiali, molte delegazioni guidate dal parroco, folti drappelli di frati col saio marrone e vistosi cordoni alla cintola che sembrano usciti dalla foresta di Sherwood.

La violenza è per ora una presenza ipotetica, incorporea, evocata solo dagli elicotteri fermi nel cielo, e dalle voci sussurrate che parlano di scontri sporadici. All’altezza della Fiera di Genova il fumo azzurrognolo dei lacrimogeni dovrebbe significare pericolo, ma si continua a marciare, come se nulla potesse giustificare un intervento poliziesco. Invece, poco dopo le 15, scoppia l’inferno. Sul corteo si abbatte una violenza inaudita, il serpentone è tagliato in due. Corso Italia è percorso da manipoli di agenti in tenuta da robokop che si accaniscono su chiunque, inseguono sulla spiaggia le donne delle parrocchie, piegano a bastonate ragazzi e ragazze, infieriscono su chi è caduto, sfondano porte e cancelli, rastrellano le vie laterali come in uno scenario di guerra.

Quando mezz’ora più tardi mi sono affacciato dagli spalti di Albaro – il quartiere residenziale quasi a picco sul mare -, lo spettacolo che mi è apparso davanti agli occhi mi ha dato una sorta di vertigine temporale. Su Corso Italia “gruppi di donne, di anziani, di uomini pacifici camminano lentamente, le mani alzate sopra la testa in mezzo alla carreggiata, sgomenti, feriti, impauriti, mentre agli angoli delle strade i grupponi di poliziotti armati chiudono loro la via di fuga, minacciosi, cupi nelle loro tenute da lanzichenecchi futuristi; sui lati file di prigionieri allineati con la faccia al muro, pesti, sanguinanti, minacciati e derisi”. Non era una scena “europea”, quella. Non del XXI secolo, mi dicevo allora. Sembrava piuttosto America latina anni settanta, Cile, Argentina. O l’Indonesia di Un anno vissuto pericolosamente.

Ma ora – a vent’anni di distanza – ho capito che era inutile cercare precedenti storici nel Novecento che ci stava alle spalle. I Black Bloc come nuove SA. Il governo Berlusconi come Tambroni luglio ’60. Noi come ritornanti sessantottini. Perché si era ormai irrimediabilmente oltre quel tempo storico. Nemmeno la mattanza della Diaz e le torture di Bolzaneto possono essere ricondotte alla dimensione certo crudele ma tuttavia dinamica della Storia, che è comunque processo di avanzamento del tempo. Perché hanno dentro di sé la carica di thanatos dell’arresto temporale. L’istinto di morte e il senso di frustrazione che aleggia, in sospensione, nel nostro tempo chiuso alla trasformazione. Esprimono la cieca volontà di potenza di chi sa di non avere altre ragioni che la propria bruta forza e nessun altro futuro se non di distruzione.

In quell’accanimento bestiale di uomini armati e corazzati come robot su corpi inermi e innocenti, sorpresi nel sonno, ridotti a maschere di sangue, c’era la consapevolezza di un mondo finito che non riesce a finire, e per questo odia la vita. E’, a ben guardare, la stessa metafisica influente che ha dominato l’orizzonte esistenziale dell’Occidente in tutto questo ventennio, nel quale il pianeta ha continuato ad essere violentato come allora fu stuprata quella generazione che avrebbe potuto inaugurare una nuova idea di politica e di società.

A Genova, possiamo ben dirlo oggi, sono morte molte cose, di cui dovremmo, se ne avessimo ancora l’energia per farlo, sentire il bisogno. E’ morta la sinistra. Per lo meno la sinistra “tradizionale”, autoeliminatasi nel momento in cui il segretario di allora dei DS (come si chiamavano prima di diventare PD), Piero Fassino, vietò ai propri iscritti di mettere piede in quel territorio che riteneva inquinato, e che invece era il luogo in cui si decideva – nel bene o nel male – il futuro, mettendo se stesso e il proprio partito fuori dalla storia.

Come fuori dalla storia sgattaiolò il sindacato – la CGIL in primis, da sempre motore delle mobilitazioni democratiche, prona al comando del partito di riferimento. Ma a Genova è morta anche la politica, intesa come arte del possibile: sfera di costruzione di un ordine sociale via via all’altezza del proprio tempo. Si è arresa al dispotismo di un esistente insostenibile. Di cui tuttora respiriamo i miasmi tossici.

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