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Essere poveri non è una colpa (di Giulio Gambino)

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Per mesi ci hanno raccontato che il neofascismo di Giorgia Meloni e le sue derive orbaniane fossero il problema numero uno per l’Italia. «O noi o loro, o di qua o di là». E che avremmo dovuto anteporre il «fattore M.» a qualsiasi altra battaglia politica e sociale pena la vittoria (ma tanto accadrà lo stesso) di Fratelli d’Italia alle prossime elezioni per un complesso processo istituzionale chiamato voto democratico. Che almeno nel nostro Paese è da considerarsi legittimo fin tanto che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.Ora, a ben vedere, più del presunto fascio-melonismo e delle sue amicizie con Viktor Orbán, esiste una questione urgente che la sinistra, almeno quella accreditata come moderata e ben pensante, già rimbambita dalla purga mediatica nel nome di Draghi e dal fulminante populismo delle élite, ha volutamente ignorato per paura di sembrare demagogica e populista.

Ma ha sbagliato: perché ha scambiato, ancora una volta, il timore d’essere populista con la necessità d’essere popolare.Stiamo parlando dell’uragano sociale che si è abbattuto sull’Italia a causa della crisi energetica in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina. Le cui conseguenze non hanno solo portato a un rincaro delle bollette senza precedenti (per noi italiani, ed europei, mica per gli americani) ma anche a un generale incremento dei costi per i comuni cittadini e per migliaia di imprese che rischiano di chiudere.Così, da che la povertà era un fenomeno già dilagante per circa 12 milioni di italiani, ora questo numero rischia di aumentare considerevolmente. La frustrazione sociale è alle stelle. Se con la pandemia e le sue recrudescenze il mondo del lavoro aveva subito una prima botta d’arresto, questi ultimi sei mesi sono stati drammatici per chi ha perso un impiego e per chi non riesce a trovarne uno dignitoso per campare. L’incertezza e la precarietà oggi riguardano anche chi – nell’era pre-pandemia – aveva garantiti diritti acquisiti. Come se non bastasse, chi il lavoro ha la fortuna di averlo ancora è ora più sfruttato che mai. Turni insopportabili, paghe al ribasso nonostante i costi della vita al rialzo, orari massacranti. E questo è vero a tutti i livelli, dal pilota d’aereo all’operatore ecologico, passando per l’insegnante. Con conseguenze devastanti per il nostro fisico e la nostra mente, oltre che per la sicurezza di chi dipende dal nostro impiego.Tutto il contrario di quanto ci avevano promesso che sarebbe accaduto dopo i due anni che hanno cambiato il mondo. Ma era ovvio! Non poteva cambiare: perché il sistema neoliberista fondato sulle disuguaglianze, sul mordi e fuggi, sul consumismo eccessivo, è dotato di fortissimi anticorpi. E ogni volta che tenti di cambiarlo rinasce ancora più forte di prima, ancora più rinvigorito di prima, ancora più massacrante di prima.

La parola d’ordine è una: sfruttamento. L’obiettivo: guadagnare, accumulare, accentrare ricchezza (e potere) nelle mani di sempre meno persone. A danno di una moltitudine. Pertanto oggi lavoriamo come pazzi, guadagniamo sempre meno (i nostri salari sono i più bassi d’Europa), non abbiamo tempo libero. Non dobbiamo nemmeno pensare, ma produrre, ed essere funzionali alla catena di comando del sistema.Le prime traballanti falle di questo modello folle, iniquo, disumano si sono intraviste nel mondo (e in parte anche in Italia) con il fenomeno delle grandi dimissioni. Ma sono ancora un piccolo spauracchio per i signori del capitalismo che da oltre settant’anni addomesticano gli invisibili del mondo. A fronte di questo scenario l’unica agenda sociale che la sinistra dovrebbe proporre agli italiani – così come avvenuto in Spagna e in Portogallo con il socialismo iberico – è quella che preveda, a partire dal settore pubblico, una riduzione dell’orario di lavoro a retribuzione invariata, un salario minimo garantito e un reddito di cittadinanza per sostenere chi è inabile o ha perso il posto.

Ed è proprio su questo terreno – ben più che sul presunto fascismo della Meloni – che si gioca l’ultima grande battaglia, l’ultimo miglio, l’ultimo fronte in attesa del voto di domenica 25 settembre. Uno scontro epocale, spartiacque sociale tra chi come la destra vuole preservare un modello vecchio e neoliberista (Giorgia Meloni compresa), sull’impronta degli “amici esterni” di cui siamo “pupazzi prezzolati” da ormai troppo tempo, e chi come la sinistra (sia pure divisa) propone una nuova e più equa visione del mondo. Élite vs popolo, privilegiati vs diseredati, ricchi vs poveri. È questo oggi, sopra ogni altra cosa, il vero confine tra ciò che significa destra e ciò che significa sinistra. Fra neo-liberismo e social democrazia. A ciascuno la propria scelta.

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