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Da quando c’è lui (di G. Gambino)

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Da quando c’è Mario Draghi «ogni giorno un italiano si sveglia» e si chiede cos’altro vincerà quest’anno l’Italia. Quest’uomo, così potente e così amato, da decidere tutto da solo: quando diventare premier, quando decretare la fine di un governo, quando auto-candidarsi al Colle (caso unico nella storia repubblicana) magari guidando da lì l’esecutivo. Scuola Giorgetti. Un semi-presidenzialismo de facto che rischia di trasformare senza grande scalpore la natura della nostra Repubblica.

«Quest’uomo troppo famoso, troppo importante, troppo fortunato», che chiamano SuperMario, SuperTutto, Super Saiyan Draghi-Dragon Ball: un alieno. «Raggiunge accordi impossibili, tiene il mondo col fiato sospeso come se il mondo fosse la sua scolaresca» del Mit.

Lui può tutto. Come decidere di non fare un’intervista che sia una in un anno di governo (altro caso unico), sbagliare senza che nulla gli venga contestato e addirittura riuscire nel silenziare il legittimo dibattito sulla questione dei vaccini, ché siamo tutti sì vax ma porre domande alla politica sulla gestione della pandemia è il minimo che una stampa libera possa fare. E invece no, silenzio sia. Anche quando, da nonno delle istituzioni, si presenta alla Camera per dire che il Parlamento è sovrano, salvo poi desovranizzarlo due minuti dopo parlando al passato di un’esperienza di governo che reputa già conclusa, e asserendo che dopo di lui dovrà esserci una maggioranza uguale alla sua.

Tutto tace e tutto è anestetizzato. Per anni ci siamo indignati alla possibilità che ci fosse un Salvini qualsiasi con i pieni poteri, ma con i pieni poteri c’è solo un uomo. Sempre lui.

Mai come oggi la sovranità del popolo è stata messa a cuccia da un esecutivo. E infatti tutto tace anche nel corso della conferenza stampa di fine anno, teatrino ridicolo di una stampa malconcia e asservita al potere (tranne qualche rara eccezione) che, anziché porre domande nell’interesse pubblico, si dimentica del proprio mestiere ed esegue alla perfezione il ruolo di co-attore non protagonista in una recita dai toni baldanzosi, dove anche la politica diventa un cine panettone. E quindi andiamo in pace, vogliamoci bene, abbiamo un grande premier, ciò basti e avanzi.

Abbiamo visto e ascoltato giornalisti del più importante quotidiano finanziario italiano ringraziare pubblicamente il Signore «perché c’è lei, signor presidente, e se non ci fosse lei… io non so nemmeno dove saremmo» (vi ricorda qualcuno? Vedi alla voce Giorgetti). Una genuflessione verso il potere che nulla ha a che spartire con il giornalismo. Abbiamo poi visto giornalisti sghignazzare complici alle battutine del premier (figata!) quando quest’ultimo si fa beffa pubblicamente di colleghi selezionati a sorte per porre domande in linea con l’agenda di governo. E quindi guai a chiedere delle contraddizioni, degli errori, dei ministri (in)competenti. Tutto diventa simpaticissimo. La colonna sonora di fondo è la sviolinata degli organi d’informazione più importanti (talk show e tg in testa). La trama è che abbiamo il più figo premier al mondo.

E non importano gli scivoloni, che pure ci sono stati, e che sarebbero stati fatti pagare (giustamente) a caro prezzo a chiunque altro; poco conta se parte di quanto raccolto in questi mesi sia il frutto di quanto seminato negli anni addietro; chi se ne importa di tutto, noi oggi abbiamo Draghi e noi oggi siamo il miglior paese al mondo. Lo dice pure l’Economist (senza che nessuno ricordi chi sia il proprietario di quel giornale e che gli anni precedenti “i paesi dell’anno” fossero stati Malawi, Uzbekistan, Armenia, etc).

Tutto normale? Nell’anno «in cui i soldi non si chiedono ma si danno» (finora ancora non pervenuti) sì. Ma siamo pronti: quando lui sarà andato via, calerà il sipario. E forse torneremo a sorridere anche di fronte a uno fra i ministri che più brillano in questo governo galattico: il ministro della Transizione Ecologica, voluto da Grillo come pre-condizione per dire sì all’esecutivo Draghi. Roberto Cingolani doveva illuminare di verde l’Italia e invece lo ricordiamo volentieri con una frase da vero luminare: «Il pianeta è progettato per 3 miliardi di persone». Siamo troppi, qualcuno deve dimettersi. Potrebbe iniziare lui, come gli hanno ricordato, dando il buon esempio.
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