Chi vince e chi perde nella guerra all’Iran (di G. Gambino)
C’è qualcosa di sbagliato in un ordine in cui i costi della destabilizzazione vengono socializzati mentre i benefici vengono “privatizzati” dai pochi attori che hanno imparato a navigare il caos
Esiste una categoria di attori geopolitici che la letteratura strategica anglosassone definisce “spoilers” — soggetti il cui interesse primario non è vincere un conflitto, ma impedire che altri lo risolvano. Il momento storico che stiamo attraversando sembra costruito su misura per loro.
L’Europa spende. Come non faceva da decenni, travolta da un’urgenza che Donald Trump ha reso improrogabile togliendo l’ambiguità costruttiva che Washington aveva sapientemente mantenuto per settant’anni. La Germania ha rotto il tabù costituzionale della spesa militare, i fondi di difesa europei si moltiplicano, il continente riscopre il vocabolario della deterrenza. È un risveglio reale, ma è anche un risveglio disordinato, privo di una dottrina che lo orienti, animato dalla paura e dall’emotività di fronte a uno stato di fatto reso necessario, più che da una visione.
Nel frattempo, gli Stati Uniti tagliano risorse. Non certo per perseguire la pace. Ma perché stanno ridefinendo il perimetro dei loro interessi. Perimetro che si sta spostando. Il Pacifico chiama. L’Indo-Pacifico chiama. Il Medio Oriente assorbe ancora energie enormi: attenzione politica, risorse militari. Una nuova guerra con l’Iran non è una deviazione dalla strategia americana: è, per certi versi, la sua contraddizione più visibile.
Se si guarda alla mappa dei beneficiari di questa nuova fiammata mediorientale, il nome che emerge con maggiore nitidezza non è quello di alcun attore regionale. Ma quello di Mosca.
Vladimir Putin non ha bisogno di combattere in Medio Oriente. Gli basta che altri lo facciano. Ogni dollaro in più sul prezzo del petrolio — e una guerra che minaccia lo Stretto di Hormuz ne sposta molti — è ossigeno per un’economia che le sanzioni occidentali avrebbero dovuto strangolare. Ogni punto percentuale in meno sulle Borse mondiali, come conseguenza del conflitto iraniano, è un colpo agli affaristi di mezzo mondo.
Questo macro-aspetto, più di ogni altra cosa, è il prezzo più alto che Washington deve pagare per il supporto incondizionato a Israele nell’attacco a Teheran in violazione del diritto internazionale. Non perché sia la prima volta che lo violi, ma perché indirettamente rende la Russia il grande contraltare di questo disordine mondiale e ne legittima la posizione e il ruolo giorno dopo giorno. Senza la necessità che sia sul fronte. Insieme alla Cina, naturalmente.
Ogni settimana in cui Washington guarda verso Teheran è una settimana in cui guarda altrove rispetto a Kiev. Ogni immagine di bombe occidentali su una capitale mediorientale è propaganda già confezionata per i tre quarti del mondo che non si sono mai riconosciuti nella narrativa liberal-atlantica.
La guerra in Iran — nella misura in cui continuerà — sarà dunque una guerra combattuta per conto terzi. Non solo come le proxy war tradizionali, dove qualcuno arma qualcun altro. Ma in un senso più sottile: le sue conseguenze sistemiche avvantaggiano chi non vi partecipa direttamente, e danneggiano chi vi si espone.
L’Europa è in questa seconda categoria. Il costo dell’energia tornerà a salire. Le catene di fornitura, mai del tutto rimarginate dopo gli shock degli anni scorsi, subiranno nuove torsioni. E soprattutto: l’attenzione e le risorse politiche che il continente dovrebbe dedicare alla propria difesa autonoma, alla propria proiezione strategica, verranno ancora una volta assorbite dall’urgenza mediorientale — un’urgenza in cui l’Europa non è per scelta protagonista.
C’è qualcosa di strutturalmente sbagliato in un ordine in cui i costi della destabilizzazione vengono socializzati (ricadono su tutti, sulle economie, sui mercati, sui cittadini comuni che pagano la benzina) mentre i benefici vengono “privatizzati” da pochi attori che hanno imparato a navigare il caos meglio di quanto sappiano costruire la pace.
Il vero nodo non è se l’Occidente debba rispondere alla minaccia iraniana. Il punto è se l’Occidente abbia ancora la capacità — intellettuale prima che militare — di distinguere tra gli avversari che combatte apertamente e quelli che incassano in silenzio mentre combatte. Finché questa distinzione resterà opaca, ogni guerra vinta sul campo rischia di essere una guerra persa sulla scacchiera più grande.
E su quella scacchiera, al momento, si muove con più pazienza chi ha imparato ad aspettare.