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Tolgono la patente nautica al capitano di Alex per cancellare la vergogna europea sui migranti

Di Luca Telese
Pubblicato il 9 Lug. 2019 alle 10:24 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 13:34
Immagine di copertina
Tommaso Stella, capitano della nave Alex

Capitano Alex | Tommaso Stella | Mediterranea | Patente nautica | Ong | Migranti

Capitano Alex – Tra qualche anno, forse più di cinque, sicuramente meno di dieci, la notizia che nel 2019 qualcuno volesse ritirare la patente nautica a Tommaso Stella, il capitan Tommy di Mediterranea ci farà lo stesso effetto straniante dei roghi e delle corde saponate agitate dal Ku Klux Klan contro i bianchi che aiutavano i neri in Alabama.

Ci chiederemo: ma è accaduto davvero? E ci domanderemo, come è successo a molti democratici silenti negli anni sessanta del secolo scorso: ma io ho fatto sentire la mia voce? Io ho protestato come potevo?

L’idea che un capitano che salva dai fondali del Mediterraneo e dalla morte certa 54 vite sia multato per 16mila euro è già in se inquietante. Ma l’idea che questo salvataggio possa portare qualcuno ad agire per distruggerlo e togliergli il suo lavoro per sempre è una idea quasi oscena, miseria che fa ribollire il sangue.

Tuttavia sta accadendo: la patente nautica di capitan Tommaso in queste ore viene sospesa: visto che hai raccolto i naufraghi, adesso non potrai più navigare. Mi vengono in mente i gorilla di Pinochet che nello stadio di Santiago, nel settembre de 1973 spezzavano le mani del cantautore Victor Jara, per dare una lezione a tutti quelli che avevano amato la sua musica è le sue idee di uomo libero.

Per far capire con una immagine che il vento era cambiato: “Adesso facci vedere come suoni la tua chitarra”. Visto che le Ong in questi mesi hanno salvato poco più di 200 migranti su 3mila, mentre gli altri li ha tratti in salvo la Marina italiana nelle diverse declinazioni dei suoi corpi, dovremmo prendere in considerazione l’idea che se si seguisse lo stesso parametro, un intero esercito dovrebbe essere degradato e tradotto in catene davanti alla Corte Marziale.

Entrambi infatti – i civili e i militari – obbediscono ai principi della dichiarazione dei diritti dell’uomo, a quelli della Costituzione italiana e alla legge del mare. Entrambi hanno fatto sbarcare donne e bambini.

Dunque non è chiaro la ratio di questo feroce ribaltamento di senso, che suona più o meno così: 1) Non ci va bene che salvi i neri. 2) Non ci va bene che tu li salvi e li fai approdare in Italia (invece di riportarli nel lager da cui provengono o in un paese che non riconosce i diritti dell’uomo). 3) Non possiamo accettare che a farlo sia una Ong.

Perché il tacito sottinteso è che se una Ong salva delle vite, qualcun altro le aveva trascurate. Quindi bisogna spaccare le gambe ai volontari delle Ong, bisogna punire chi collabora con loro, perché solo facendo sparire le Ong dal Mediterraneo spariranno i testimoni e le prove della vergogna europea.

Ovvero l’indifferenza al dolore dell’Africa, la complicità con le dittature più feroci, la responsabilità nei conflitti, il rifornimento delle armi nei paesi delle guerre civili, lo sfruttamento delle ricchezze e – infine – il desiderio di voltarsi da un altra parte mentre uomini donne e bambini rischiano di affogare perché fuggono ai trafficanti di uomini.

Tommaso Stella ha raccontato con parole moto semplici, a Stefano Mensurati di La Repubblica cosa lo ha mosso: “Ho guidato le barche più belle e più ricche del mondo, ma non mi dimentico da dove vengo: ho voluto aiutare i più deboli”.

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Non ha guadagnato nulla per la sua missione, ha agito da volontario. Ha preso il mare su una barca da ricognizione traendo in salvo persone che stavano andando a fondo, e gestendo una situazione di emergenza, con 80 tra naufraghi ed equipaggio ammassati su una barca da venti metri.

Potete togliergli la patente nautica, forse. Non potete scalfire la sua dignità. Potete agitare le corde saponate, sequestrare le navi, forse. Ma non vi salverete dalla vergogna che più ferisce. Quella che i vostri figli proveranno sapendo che in questo squarcio di secolo eravate ad applaudire, e non a combattere.

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