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Vi spiego perché ho aderito al manifesto “Basta agguati al governo” (di Marco Revelli)

Di Marco Revelli
Pubblicato il 9 Mag. 2020 alle 11:17
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Ebbene sì, lo confesso. Ho firmato anch’io l’appello Basta con gli agguati. E l’ho firmato con convinzione. Per una ragione. Anzi per due. In primo luogo perché credo che una crisi di governo oggi – nel pieno della più grave emergenza sociale e democratica da quando l’Italia è una Repubblica – sarebbe devastante per tutti. E poi perché non vedo, nell’orizzonte attuale, nessuna possibile alternativa migliore del Governo Conte – aspetto di essere smentito -, anzi mi sembrano tutte decisamente peggiori. Posso aggiungerne anche una terza, di ragione: perché quelli che “tendono gli agguati”, che lavorano più o meno sotto traccia per destabilizzare, indebolire, sfiancare l’attuale governo, sono a loro volta “i peggiori”.

Personalmente non credo che Giuseppe Conte rappresenti il non plus ultra della nobiltà della politica. Ma sono altrettanto convinto che le ragioni di chi gli spara contro, da cecchino o con attacchi frontali, siano ignobili: un’ossessione di visibilità e la frenesia di assicurarsi una miserabile rendita politica a fronte di un patrimonio di consenso che si sta velocemente dissolvendo (in quelli che di nome fanno Matteo). L’affermazione predatoria dei propri interessi contro ogni concetto di bene comune (nelle esternazioni del duo Bonomi-Bonometti che nel triangolo della morte che sta tra Bergamo, Brescia e Milano hanno fatto quel che hanno fatto). L’hybris padronale di quelli che dall’alto dei loro paradisi fiscali pretendono di continuare a muovere i fili nel proprio “giardino di casa” (per esempio controllando gruppi editoriali).

Per questo, quando Nadia Urbinati me lo ha chiesto, ho dato la mia adesione senza neanche un secondo di esitazione, trovandomi in compagnia con alcune delle persone che più stimo in questo Paese (da Sandra Bonsanti a Luigi Ferrajoli, per fare solo due nomi). Certo, lo capisco, può apparire strano – persino “fare scandalo” – vedere gente di solito dedita più alla “critica critica” che al consenso governativo (anzi, in qualche modo “specializzata” nella critica ai governi e in genere al Potere), scendere in campo contro i “critici” di questo esecutivo. Ma qui non si tratta di appoggiare un governo (mediocre) quanto piuttosto di sventare un pericolo (mortale). Non certo di celebrarne le virtù (che non ci sono) né tantomeno di spegnere o sopire le critiche, ma di parare i colpi che, al di là della testa di Giuseppe Conte arriverebbero su quelle di tutti noi, e soprattutto della parte meno forte e meno difesa del Paese.

Di critiche al governo in carica quel documento è pieno, chi ha avuto la pazienza di leggerlo lo sa. Sulla poca chiarezza nella comunicazione, sull’uso degli strumenti normativi, sulle tempistiche delle chiusure e delle “riaperture”, sul pieno rispetto dei diritti di libertà personale… Si poteva far meglio? Certamente sì (si può sempre “far meglio”). Ma si poteva anche far peggio. Molto peggio. Quantomeno – come si afferma nell’Appello – “niente ha intaccato la libertà di parola e di pensiero degli italiani”. E la Costituzione non ha subito vulnera gravi, da “stato d’eccezione” come si potrebbe temere in tempi di catastrofi (fanno testo le reiterate affermazioni di un costituzionalista di stretta osservanza e di radicale rispetto dei diritti delle persone come il Presidente emerito della Corte Gustavo Zagrebelsky che in più occasioni e in più sedi ha ripetuto che chi denuncia la Costituzione violata “non sa di cosa parla”).

Quantomeno – possiamo aggiungere – si è tenuto nel campo decisionale il riferimento al “principio di precauzione” (che imponeva le “chiusure”) a sia pur parziale compensazione e in fragile equilibrio con il “principio di efficienza” (che invocava le “riaperture”). Le ragioni della “salute della popolazione”, incarnate dalla necessità di confinamento, distanziamento, isolamento – sintetizzate in quell’#io resto in casa – non sono state così drammaticamente sacrificate alle “ragioni dell’economia” espresse dagli urlatori del “liberateci tutti” come è avvenuto, con conseguenze tragiche, in altri Paesi, dagli Stati Uniti di Trump al Brasile di Bolsonaro ma anche nel Regno Unito di Boris Johnson, prima che finisse in terapia intensiva…

Il trade off tra il primum vivere dell’autodifesa dal virus e il primum aedere (prima mangiare – per vivere) della difesa dagli effetti collaterali delle misure di contenimento dell’epidemia si è fermato al di qua della soglia più critica (quella che avrebbe aperto la porta al massacro sanitario per evitare il massacro sociale), in buona parte del Paese, ad eccezione di quelle aree critiche come le valli “laboriose” bergamasche e le zone iper- produttive bresciane dove la pressione del business must go è risultata alla fine incontenibile e ha fatto strage.

Ora, nel momento in cui dalla Fase 1 dell’emergenza sanitaria si passa alla Fase 2 dell’emergenza economica, la partita si fa per molti versi ancora più impegnativa (la posta in gioco ancora più alta) e il gioco più duro: chi metterà le mani sul “tesoretto” che verrà messo in palio? I miliardi di euro che (si spera) potranno affluire da Bruxelles o da Francoforte? Come verranno ripartiti? Chi sarà premiato e chi escluso?

Non stupisce che l’assedio e gli “agguati” si siano potenziati e moltiplicati. Non c’è esternazione del neo-presidente di Confindustria che non contenga una buona dose di veleno contro l’attuale maggioranza e il suo premier. Non c’è editoriale dei giornaloni. Non c’è talk show che non sia attraversato da una vena di ostilità (o irrisione, o rivendicazione) verso il governo e soprattutto il suo presidente.

Ho scritto che di rado si è vista in Italia una Confindustria tanto “anti-governativa” (forse dai tempi del primo centro-sinistra riformatore e del piano Solo). E altrettanto di rado si è vista una classe giornalistica in genere ministeriale e cortigiana esibirsi così spettacolarmente in esercizi di critica del potere, come se d’un colpo si fossero scoperti quella vena di giornalismo d’inchiesta che è quasi sempre mancata. Sopportavano tutto ai tempi del Renzi Imperatore. Molto in quelli di Berlusconi e Dell’Utri. Persino con Salvini, gli hanno risparmiato molto più di quanto meritasse. Ma con Giuseppe Conte no: dai tempi del curriculum l’hanno messo sulla graticola, e non hanno mai smesso. Tanto meno ora, quando non gli si perdona nulla, nemmeno l’uso del social scelto per la comunicazione, nemmeno gli aggettivi utilizzati a commento dei suoi Dpcm.

Perché? Evidentemente perché quello che è disponibile (o in grado) di promettere a lorsignori, che pure è molto, anzi troppo, non gli basta comunque. Perché vogliono tutto. Che neppure un euro vada fuori dal canale diretto che dalle casse dello Stato porta ai loro bilanci. Che nulla vada “disperso” (“a pioggia” dice Carlo Bonomi) in “assistenza” a persone e famiglie. O al pulviscolo di micro-soggetti economici che si muove fuori dal raggio delle Imprese certificate e rappresentate, magari quelle che pagano le tasse in Lussemburgo o in Olanda ma pretendono finanziamenti a fondo perduto qui ed ora.

Vogliono riaprire tutto senza neppur l’ombra di un controllo (la proposta di assunzione di qualche migliaio di ispettori del lavoro ha prodotto una selva di alzate di scudi come se si fosse minacciata una nazionalizzazione generale). Vogliono mano libera su orari e salari. Su licenziamenti e condizioni di lavoro. Su benefici fiscali senza contropartite o verifiche. Vogliono usare la coda dell’emergenza sanitaria per assicurarsi quei “pieni poteri” che Salvini sconsideratamente aveva evocato fuori tempo.

Un governissimo, una nuova maggioranza che anneghi più di quanto siano già, le istanze di resistenza a quelle pretese in difesa di diritti e interessi “popolari”, e che affidi magari a un tecnocrate il ruolo di “garante” degli interessi forti, dei Soggetti corporate, sarebbe indubbiamente nelle loro corde.

Per quanto mi riguarda, ce n’è abbastanza per invitare a tener alta la guardia contro i “tenditori di agguati” e i loro mandanti. Aggiungerei un paio di considerazioni “personali” (nel senso che hanno a che fare con i conti che sto facendo con la mia storia e la mia area politico-culturale). Ho due idee piantate in testa, che costituiscono un po’ le coordinate con cui giorno per giorno traccio la rotta della navigazione in acque agitate.

La prima è che i “riflessi pavloviani”, in situazioni eccezionali, sono deleteri. La tentazione di lasciarsi guidare dagli “automatismi”, ripetendo cliché consolidati e diventati abitudine, replicando se stessi e quello che “si è fatto sempre”, in situazioni in cui non siamo sfidati nel nostro patrimonio ideale ma – come è scritto nel libro di Giobbe – siamo “toccati nella carne e nell’osso”, porta rovina. Mette fuori sincrono con le derive del reale.

La seconda è che il giudizio non può essere a priori. Se la conversazione è “politica” – se cioè si discute di fatti e decisioni politiche – bisogna essere “in situazione” (l’ho imparato in decenni e decenni di esperienza): bisogna stare dentro il contesto, dove ci sono forze in campo (quelle e non altre) e si gioca un conflitto (quello e non altri) dal quale discenderà un possibile esito (quello, e non un altro: non certo un idealtipo desiderato).

Per questo non mi convincono gli amici che esercitano la propria vis critica (di cui non mancano certo, e di qualità sopraffina) all’insegna della weberiana etica della convinzione e del “fai quel che devi, accada quel che può”. O che considerano quella del “male minore” una pessima filosofia, che non può che preparare “mali maggiori”. Non mi convincono perché se, nell’orizzonte ragionevolmente immaginabile, non compare neppure la minima traccia di un “bene qualsiasi” rinunciare al male minore mi sembrerebbe masochistico. E perché, pensando alla formula che il mio maestro Norberto Bobbio utilizzava ragionando di democrazia e riconoscendo lo scarto inevitabile tra “gli ideali e la rozza materia”, se continuiamo a misurare la “rozza materia” sul metro degli ideali puri la prima (l’esito nel reale, la soluzione storicamente data) uscirà sempre sconfitta e vilipesa.

Noi – gli estensori del verdetto – ne usciremo forse (narcisisticamente) compiaciuti, il nostro Io giudicante ne risulterà premiato, ma non avremo spostato di un millimetro il rapporto tra positivo e negativo nel mondo. Per questo sentivo il bisogno di un cambio di ruolo, o di stile, che facesse uscire da quel cliché nel quale anch’io a lungo mi sono riconosciuto, e che l’Appello oggi in discussione mostra di saper fare.

Per questo considero sinceramente irricevibili le critiche mosse agli estensori e ai firmatari di quell’Appello da un amico di lunga data come Tomaso Montanari e da una giovane giurista torinese, Alessandra Algostino, su Micromega.

Non solo e non tanto per il tono irridente e francamente antipatico della prosa (il collage di termini smontati dal contesto e rimontati in successione per screditare i poveri imbecilli – che saremmo noi – “per i quali il governo, novello Gesù Cristo, è quotidianamente ‘messo in croce’ da mestatori interessati con argomenti ‘volgari’, ‘immotivati’, ‘ipocriti’ e ‘pretestuosi’”). Ma perché mostra di star dentro, pienamente, a quel cliché di cui parlavo prima, nella critica astratta alla logica del “male minore” (logica che – scrivono – “di male minore in male minore, in un’interminabile sequenza di appelli al ‘voto utile’, ci ha condotto al punto in cui siamo”, cioè al trionfo delle destre ultras, come se questo fosse da attribuire al voto “malminorista” degli elettori di sinistra-sinistra piuttosto che all’incapacità della sinistra tutta di elaborare un’alternativa credibile). E nel rifiuto di porsi “in situazione” ignorando l’esistenza in campo di “amici” e di “nemici” e quindi la necessità di schierarsi in base a quelle coordinate (“E se anche gli intellettuali di ‘sinistra’ accettano di piegare i giudizi di merito alla logica amico-nemico, essi tolgono ogni spazio a una critica argomentata e serrata all’azione del governo”, scrivono, come se la critica argomentata si muovesse in un cielo incorrotto, e non si dovesse misurare sugli effetti concreti che produce sul terreno).

Allo stesso modo mi è dispiaciuta – dispiaciuta veramente perché ho nei loro confronti una sconfinata stima – la posizione assunta dai Wu Ming quando scrivono sul loro blog che “non è possibile criticare in modo sensato ed efficace Confindustria, non è possibile denunciare in modo coerente lo smantellamento pluridecennale della sanità, il mancato lockdown iniziale in val Seriana, il fatto che molte aziende siano rimaste aperte, senza criticare lo spettacolo di copertura dello #stareincasa”. Spettacolo grazie al quale “l’informazione mainstream e la classe dirigente” avrebbero “sviato l’attenzione su autentiche scemenze, messo milioni di persone agli arresti domiciliari e additato, come sempre, un capro espiatorio individuale, singolo, per un problema sociale, politico, collettivo”.

Ancora una volta, mi pare di vedere la replica di un riflesso condizionato, che obbliga a veder rosso, anzi nero, di fronte a tutto ciò che viene di lì – dalla sfera di un potere indifferenziato – a prescindere dai nessi logici (a me pare che tra le posizioni di Confindustria contro le “chiusure” e le misure di lockdown applicate in modo lineare a tutta la popolazione ci sia una contraddizione palese: le prime espressione del principio di prestazione e di efficienza costi quel che costi, mettendo in conto la morte seriale, nel secondo applicazione, sia pur farraginosa, del “principio di precauzione”. E che quindi la critica dell’una (Confindustria) presupponga l’approvazione almeno in linea di principio delle seconde (#stareincasa) e non viceversa (che chi critica l’una debba necessariamente anche criticare le altre).

A meno di considerare le misure precauzionali di confinamento una inaccettabile messa “di milioni di persone agli arresti domiciliari”, affermazione a mio avviso potente ma dissennata (la vedrei bene in bocca a Sgarbi), essendo quel confinamento condizione per rallentare la corsa del contagio, e difendere in primo luogo quei milioni di donne e di uomini, soprattutto anziani, da se stessi e dai propri simili: una forma dovuta di solidarietà di fronte a un fenomeno per sua natura “olistico” – che si alimenta dalle relazioni sistemiche e in cui la dinamica del tutto mette a rischio i singoli individui.

Non comprenderlo, continuare pavlovianamente a denunciare i complotti del potere anche quando o dove questi non ci sono, mi sembra forma grave di automatismo mentale che da quella fonte non mi sarei atteso. Un ritorno di individualismo possessivo (la vita è mia e nessuno interferisca) a scapito di pratiche solidaristiche e di corresponsabilità sociale. Forse non abitano come me in regioni ancora oggi colorate di rosso scuro sulla mappa dei contagi, forse non hanno visto amici andarsene invisibili in un reparto di terapia intensiva perché quelli che chiamano “arresti domiciliari” sono stati decisi troppo tardi, forse si considerano anagraficamente salvi da minacce mortali, ma davvero il loro argomentare mi sembra “fuori contesto”. Formulato in un altro mondo, in un altro tempo, non toccati dal virus.

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