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Achille Lauro forse è un bluff, ma uno di cui avevamo bisogno

Immagine di copertina
Achille Lauro Credits: ANSA

“In cosa si è trasformato a sto giro?”. Ci sono i dischi belli e i dischi brutti. Poi ci sono i dischi di Achille Lauro, quelli in cui la mutazione estetica e sonora rispetto al lavoro precedente sembra quasi più importante del disco stesso.

Un tunnel in cui l’artista romano si è infilato di proposito, consapevole che quella fosse la chiave vincente per la trasformazione più importante di tutte: quella da apprezzato artista urban sconosciuto ai più, a pop star mainstream ospite fissa a Sanremo.

Lui che con le sue esibizioni teatrali ha suscitato più di un dibattito tra le signore in fila dalla parrucchiera, da sempre unico vero parametro del successo. In Italia non scopri di avercela fatta comprandoti una Rolls Royce, lo scopri alla prima signora di mezza età che ti storpia il nome con il casco asciugacapelli in testa.

Era prevedibile che la musica fosse la vittima sacrificale di questo percorso. Un sacrificio che va al di là dell’effettiva qualità dei dischi, tutt’altro che insignificanti, ma che ha molto più a che vedere con come quella musica viene percepita da una parte del pubblico.

Sì perché quando sei tu stesso a mettere la componente estetica al centro del tuo progetto discografico, è inevitabile che ad alcuni venga il sospetto che la musica sia un mero pretesto per lanciare l’ennesimo colpo di teatro.

L’infame destino di chi sognava di essere il David Bowie italiano ma per molti è finito per diventare Arturo Brachetti. Per molti, ma non per tutti.

Dopo il rap, la trap, il rock e il glam rivisitato, c’era ancora grande voglia di scoprire quale fosse l’ultimo atto dello spettacolo. In particolare per quella fetta di pubblico che ha saputo trovare nella sua musica un messaggio importante, un qualcosa che andava ben oltre il mocassino di Gucci. Noi che negli anni gli avremmo sempre voluto dire: “Achille, sei bravo. A volte basta anche solo una chitarra eh…”. Questo ultimo disco sembra proprio essere per noi.

Niente Elisabetta Tudor o San Francesco, per il suo ultimo disco “Lauro” ha scelto infatti di trasformarsi in Vasco Rossi. Perché dopo che sei stato tutto e il contrario di tutto, l’ultima rivoluzione non può che essere la semplicità.

Una scelta ampiamente anticipata dai primi due singoli (“Solo Noi” e “Marilù”) che avevano lasciato intuire un approccio più tradizionalmente cantautoriale. Non lo so se sia un bel disco, ma è sicuramente un lavoro che ben rappresenta l’artista romano anche grazie ai suoi difetti.

Molti brani azzeccati (“Solo noi”, “Latte+”, “Generazione X” e la bellissima “Sabato sera”) in parte annacquati in un disco forse troppo lungo e costantemente intervallato da quei monologhi al confine tra la poesia e la paraculata, tra la sensibilità struggente e la supercazzola.

Lauro poi, da buon manipolatore dell’hype, ha già annunciato che questo sarà il suo ultimo disco (salvo poi aggiungere che “non esclude un ritorno” che è un po’ come dire che hai smesso di fumare ma non escludi che ti possa venire voglia di una sigaretta).

Sarà vero? Noi, un po’ come si fa con i bambini in costante ricerca di attenzione, vogliamo fare finta di crederci e se questa è la fine, è inevitabile fare un bilancio.

Achille Lauro è stato un artista necessario, un qualcosa che va oltre l’essere bravo o scarso. Un viaggio narrativo che a dispetto dei continui cambi di look ha sempre mantenuto una netta coerenza contenutistica. L’obiettivo è sempre stato quello di discutere le convenzioni e gli schemi e poco importava se per raggiungerlo si doveva cambiare tutti i generi musicali di ieri e di oggi.

Una scelta paraculo? Forse oggi. Non nel 2015 quando si presentò alla super macha scena urban italiana armato di occhiali da sole da donna e borsa di Gucci, facendo per altro immediatamente tendenza. Poi c’è stato il rock, il glam e il restyling del “me ne frego” fascista a colpi di tutù sbrilluccicanti e baci al chitarrista Boss Doms.

Per carità, c’è stata anche della gran caciara ma chissà se senza quella saremmo mai finiti a parlare di “fluidità di genere” con nostra nonna alle 3 di notte dopo una puntata di Sanremo.

Ai critici musicali piace spesso ripetere come Lauro non abbia inventato nulla, che il suo personaggio altro non sia che una serie di provocazioni rubate qui e lì da artisti di epoche passate. Un disperato e tutto sommato patetico tentativo di rivendicare la propria competenza a colpi di “questo l’ha già fatto tizio, questo è preso da caio” come se non si potesse fare la stessa identica cosa con qualsiasi artista degli ultimi 20 anni. Non lo so se Achille Lauro è stato un genio o una supercazzola.

Ogni società ha bisogno dei suoi simboli, e se la nostra continua ad essere intrisa di bigottismo e discriminazione forse non fa poi così male “copiare” da qualche grande del passato. Non sia mai che possa essere di aiuto a qualcuno.

Ricordo ad esempio da ragazzino facevo una gran fatica a trovare un equilibrio tra la mia passione per le ragazze e il rifiuto per quella mascolinità tossica che mi sembrava dominante in molti degli ambienti che frequentavo. Un dissidio interiore che mi ha fatto spesso stare male, arrivando più volte a dubitare della mia stessa identità.

Un mondo strano in cui ogni qualsiasi forma di sensibilità ti rendeva automaticamente “frocio”. Nessuno che mi avesse spiegato che si può piangere per un film, che puoi portare i capelli lunghi, che puoi metterti gli orecchini, che puoi dire a un tuo amico che ti manca e che gli vuoi bene.

Ecco, non so se a quattordici anni ti avrei ascoltato caro Achille Lauro. Avrei molto più probabilmente continuato ad ascoltare i Metallica, ma sicuramente averti trovato al posto dei Jalisse al Festival di Sanremo mi avrebbe aiutato a sentirmi un po’ meno perso. E per questo vale la pena ringraziarti.

Leggi anche: Achille Lauro, con 50 anni di ritardo rispetto alle donne, inaugura l’autocoscienza maschile

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