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“Tra poco non avremo più accesso ai servizi igienici”. I rifugiati sudanesi di via Scorticabove ancora in strada

Immagine di copertina
Via di Scorticabove, a Roma, la mattina dello sgombero

Nessun accordo col comune all'incontro di oggi con l'assessorato alle Politiche sociali del comune di Roma

I rifugiati sudanesi di via Scorticabove dormono e vivono per strada da sette giorni, da quando lo scorso 5 luglio è stato eseguito lo sgombero della struttura in cui vivevano da anni in zona Tiburtina a Roma.

Fino al 2015 la struttura è stata gestita da una cooperativa poi coinvolta nell’inchiesta di Mafia Capitale. Poi, dal momento che la cooperativa non ha più pagato l’affitto, i proprietari hanno chiesto lo sfratto, anche se da quanto si apprende nulla era stato comunicato ai rifugiati che vivevano lì (qui il riassunto di cosa è successo).

Giovedì 12 luglio si è tenuto l’incontro della comunità sudanese con l’assessora alle Politiche sociali del comune di Roma Laura Baldassare, che però non ha ancora portato a una soluzione per il centinaio di rifugiati – regolarmente residenti in Italia – che si trovano a vivere per strada.

Ad aumentare la criticità della situazione, c’è il fatto che da giorno 14 luglio i rifugiati non potranno più accedere ai servizi igienici della struttura, come ha riferito a TPI.it Margherita, attivista di Bpm (Blocchi Precari Metropolitani), la quale sottolinea che si tratta di una decisione dei proprietari della struttura.

L’incontro con l’assessora Baldassarre

Al Dipartimento Politiche Sociali di via Manzoni, questa mattina si è recata una delegazione composta dalla comunità sudanese e dai rappresentanti dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), del Movimento per il diritto all’abitare, della Cgil e dell’Associazione Libera.

“Nonostante un iniziale tentativo di escludere alcune delle rappresentanze dal tavolo, concedendo di accedere solo alla comunità sudanese e all’Unhcr, dietro insistenza dei sudanesi siamo riusciti ad aprire un tavolo con la partecipazione di tutti i gruppi presenti, che negli anni hanno aiutato questa comunità”, ha raccontato a TPI.it Margherita.

Il comune ha offerto ai sudanesi circa 40 posti per dormire in 4 centri di prima assistenza del circuito Sprar, “tutte realtà che loro hanno già ampiamente vissuto, essendo in Italia da 15 anni”, sottolinea Margherita.

I posti, inoltre, non sono sufficienti per tutti i membri della comunità, che sono tra le 100 e le 120 persone, anche se alcuni si spostano periodicamente per lavorare come braccianti nelle campagne del sud Italia.

“Non sono state fornite indicazioni più precise su quali siano e dove si trovino questi centri”, dice Margherita. “Nel breve periodo, quindi, non sono state offerte altre soluzioni e la comunità sudanese ha ribadito la volontà di restare unita”.

È stato convocato un altro tavolo, con le stesse rappresentanze, per il prossimo 23 luglio. In quell’occasione saranno valutate altre opzioni a lungo termine.

“Esistono quadri normativi, come il nuovo regolamento sui beni confiscati alla mafia, che consentono di fare un recupero di strutture abbandonate o sequestrate e di gestirlo in autonomia”, spiega Margherita, “ma è un percorso lungo e dal 14 i rifugiati non potranno più usare i servizi igienici o ritirare i loro beni personali”.

“Il timore”, prosegue, “è che si verifichino scene come quelle che abbiamo visto lo scorso anno a piazza Indipendenza o a piazza Santi Apostoli. L’assessora ha detto che lei non ha competenza in materia di ordine pubblico, ma si tratta di una questione politica, non burocratica”.

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