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San Ferdinando, Medu: “Lo sgombero non è la soluzione. Per evitare altre morti, diamo in affitto ai migranti le case vuote”

Di Marta Facchini
Pubblicato il 19 Feb. 2019 alle 18:29 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 00:48
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Immagine di copertina
Credit: Rocco Rorandelli per Medu

Veniva dal Senegal, aveva 28 anni. Moussa Ba è l’ultima vittima della baraccopoli di San Ferdinando. Ha perso la vita in un rogo scoppiato tra le baracche dell’insediamento, il non-luogo di un territorio dove ogni anno duemila migranti raccolgono gli agrumi, obbligati a condizioni di vita e di lavoro disumane. Moussa non è il primo a morire tra le lamiere. Il 2 dicembre 2018 anche Suruwa Jaiteh aveva perso la vita: aveva solo 18 anni. E Becky Moses, deceduto il 27 gennaio 2018, di anni ne aveva appena 28. Lo scorso giugno Soumayla Sacko, sindacalista del Mali, è stato freddato a colpi di fucile: stava cercando di recuperare materiale per costruire un riparo, non lontano dalla baraccopoli.

Lo stato in cui si trova San Ferdinando è al limite. Da anni lo denunciano le associazioni, i report, i volontari ma non sono mai state prese reali soluzioni alternative. Le condizioni igienico-sanitarie sono pessime e manca qualunque forma di riscaldamento. Durante l’inverno, i bracieri e i falò tra le baracche di legno e plastica sono una delle poche fonti di calore, e accrescono i rischi di roghi all’interno dell’insediamento.

Dai sei anni nella piana di Gioa Tauro è presente MEDU-Medici per i diritti umani. Con il progetto Terragiusta, garantisce un intervento di assistenza sanitaria e di inclusione in collaborazione con altre associazioni che lavorano sul territorio, come A Buon Diritto, Cambalache, l’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria (UNIRC) e l’Associazione Apicoltori Produttori Calabresi. Medu denuncia da tempo il vuoto che le istituzioni hanno lasciato sul territorio e sottolinea, come si legge nel rapporto I dannati della terra, come le morti non sono affatto frutto della fatalità ma sono annunciate. Una lenta strage.

“Si è parlato per molto tempo di soluzioni alternative e di progetti che permettessero di superare la questione abitativa e lo sfruttamento sul lavoro. Non hanno portato a nessuna soluzione concreta”, spiega a TPI Mariateresa Calabrese, coordinatrice del progetto Terragiusta. “Sono stati firmati protocolli con la regione ma ad oggi non è stato fatto nulla, non è successo niente e le istituzioni continuano a essere assenti. Intanto, le condizioni peggiorano: non c’elettricità, fa freddo e i roghi sono all’ordine del giorno”.

L’incendio in cui ha perso la vita Moussa Ba, divampato venerdì 15 febbraio poco prima della mezzanotte, ha distrutto circa trenta abitazioni di fortuna. La risposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini è stata annunciare lo sgombero dell’insediamento, ma Medu non la ritiene una soluzione del tutto valida.

“Non pensiamo che quella baraccopoli debba restare ma allo stesso tempo non riteniamo che la risposta sia lo sgombero. Sgomberare significa creare un muovo buco e non offrire una reale alternativa. Dove andranno le persone sgomberate? Non lo sappiamo e non lo sanno nemmeno loro. Molte di loro vivono là perché sono vicine al posto di lavoro che, anche se in condizioni di illegalità e sfruttamento, garantisce loro una forma di sostentamento”, spiega Calabrese. “Poi uno sgombero porterebbe alla creazione di nuovi ghetti e insediamenti, come si è già verificato in passato”.

“Quello che serve è un piano alternativo strutturato e un percorso che richiede impegno e non si ottiene con un’operazione di polizia”, continua Calabrese. Che evidenzia come una soluzione potrebbe essere creare modelli di insediamento abitativo, capaci di superare la ghetizzazione, a partire dalla case vuote presenti nella zona che potrebbero essere affittate ai migranti a un prezzo agevolato, come è sttao fatto a Drosi, nel comune di Rizziconi.

“Non è un percorso immediato ma nemmeno impossibile. È un modello che viene dal basso, sostenibile e che permette di superare la logica da accampamento. Per farlo serve l’appoggio della società civile ma anche la volontà politica, e delle istituzioni, di intervenire”.

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