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L’oscura vicenda della bambina afghana uccisa da un treno tra Serbia e Croazia di cui non avete sentito parlare

Immagine di copertina
Credit: Csaba SEGESVARI

Madina aveva cinque anni mentre si trovava con la sua famiglia in Serbia, dopo essere stata respinta dalla Croazia, quando un treno l'ha investita. La storia

Non aveva ancora compiuto i sei anni quando è stata colpita da un treno in corsa al confine tra la Serbia e la Croazia. La sua vita è terminata lungo la rotta balcanica che l’Unione europea credeva di aver chiuso nel marzo 2016, dopo gli accordi con la Turchia. Madina è morta lì, davanti agli occhi della sua famiglia e nell’indifferenza dell’Europa.

Sono oltre 4mila i migranti provenienti per la maggior parte da Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria che si trovano in Serbia al momento. Da quando i paesi balcanici hanno murato i loro confini e l’Europa gli ha voltato le spalle, sono rimasti lì.

Li abbiamo visti lo scorso inverno, nelle baracche dietro la stazione di Belgrado, riscaldarsi dando fuoco a cartone e plastica, lavarsi sotto la neve con dell’acqua bollita dentro bidoni di ferro. Le baracche non ci sono più.

Adesso chi è fuori dal sistema di accoglienza serbo dorme per strada, nascosto nelle foreste vicino al confine, aspettando il momento giusto per attraversare di corsa quella linea invisibile, quasi fosse un traguardo.

Ogni giorno sono tra i 100 e i 200 i migranti che tentano l’attraversamento o il “game”, come lo chiamano loro. Una partita molto pericolosa quando la si gioca contro un’Europa ostile. Infatti sono in pochi a farcela.

Ma cosa succede agli altri? Nell’ultimo anno sono stati centinaia i casi di respingimenti forzati e illegali denunciati ogni mese dai migranti che hanno tentato di attraversare il confine serbo-croato o serbo-ungarico. La storia della famiglia di Madina è soltanto una delle tante.

Da sapere

La Croazia e l’Ungheria sono entrambe soggette al Regolamento di Dublino. Questo significa che se un migrante entra nel loro territorio, è costretto a chiedere asilo lì in quanto primo paese di ingresso in Europa, senza la possibilità di poter in futuro reiterare la domanda in altri Paesi dell’Ue.

Ma la maggior parte dei migranti che passa da lì spera di poter raggiungere il più ricco nord-Europa, dove spesso si trovano amici o parenti. Per questo i migranti preferiscono attraversare questi due Paesi di nascosto.

Fino a un paio d’anni fa, i migranti riuscivano a transitare abbastanza facilmente nei Paesi balcanici, ma le politiche sempre più anti-immigrazione dei governi nazionali e i sentimenti sempre più xenofobi della popolazione croata e quella ungarica, hanno fatto sì che i confini siano blindati e i migranti vengano “attivamente scoraggiati” dall’attraversarli.

Cosa è successo la notte del 20 novembre

Partiti dall’Afghanistan due anni fa, Madina e la sua famiglia avevano attraversato a piedi il Pakistan, l’Iran, la Turchia, la Bulgaria e da dieci mesi erano bloccati in Serbia.

Qualcuno gli aveva detto che la Croazia stava accettando richiedenti asilo afghani e, visto che erano stanchi di aspettare nei centri serbi, con alcuni membri della famiglia in una città e altri in un’altra, hanno deciso di tentare la sorte.

Madina è partita con sua madre e alcuni suoi fratelli. Erano in otto in tutto. “Eravamo già entrati in Croazia da qualche ora quando la polizia ci ha trovati,” racconta a TPI il fratello di Madina, Rashid, che ha soli 15 anni.

“Era buio ed eravamo stanchi. Faceva freddo. Mia madre ha chiesto se potevano lasciarci passare la notte lì, ma i poliziotti ci hanno detto che dovevamo tornare in Serbia. Ci hanno accompagnati ai binari del treno vicino alla stazione di Tovarnik e ci hanno detto di incamminarci lì, per non smarrire la strada”.

La stazione di Tovarnik si trova in Croazia e dista circa otto chilometri da quella di Šid, in Serbia. Il confine tra i due paesi in questo punto in particolare è molto sfocato. La polizia croata li teneva d’occhio, per assicurarsi che stessero tornando indietro.

È stato allora che è arrivato il treno – senza alcun preavviso, troppo veloce per essere fermato. Tutti sono riusciti a saltare via dal binario in tempo. Tutti, tranne Madina. “La luce del treno illuminava il suo corpo. Lei era a faccia in giù,” prosegue Rashid. “L’ho presa tra le mie braccia e ho visto che c’era sangue ovunque. Credo fosse già morta”.

Rashid è corso indietro per chiedere aiuto alla polizia croata che li ha raggiunti, ha preso la bambina e l’ha portata via, continuando comunque ad allontanare la famiglia. “Ci hanno trattato come cani!” si disperano i genitori di Madina.

“Ci hanno respinti nonostante avessimo espresso la volontà di richiedere asilo!”. Muslima Hussainy, la madre di Madina, voleva restare con la sua bambina, ma non le è stato permesso. La polizia croata le avrebbe detto che Madina è stata colpita dal treno in territorio serbo e che quindi il suo corpo sarebbe stato rispedito lì.

A quel punto, Muslima è tornata in Serbia, con la speranza di riuscire a seppellire sua figlia da qualche parte. Il corpo della piccola le è stato consegnato soltanto quattro giorni dopo. Era ancora ricoperta di sangue, con addosso gli stessi vestiti con cui era partita per il “game”.

“Ci hanno dato solo quattro bottiglie di acqua per lavarla,” dice con rancore a TPI la sorella Nilab, di 17 anni. “Ci hanno anche detto di seppellirla a Šid, anche se non volevamo. Noi siamo musulmani, ci sono dei rituali da seguire. A loro non interessava.

Abbiamo chiamato delle persone dal centro di accoglienza serbo più vicino per chieder loro di partecipare con noi al funerale di Madina”.

La posizione della Croazia e le critiche delle ONG

La polizia croata, che nega ogni accusa di respingimento, sostiene che Madina sia morta prima di raggiungere il loro territorio e che debba quindi essere la polizia serba a rilasciarne il certificato di morte.

La polizia serba, invece, sostiene che il certificato debba essere emesso dalla polizia croata perché sono stati loro a portare via il corpo e dichiarare la morte di Madina.

Neanche da morta, questa piccola bambina afghana sembra riuscire a trovare pace.

Il ministero dell’Interno croato ha rilasciato una dichiarazione ufficiale su questa vicenda, in cui tiene a ribadire la legalità delle azioni della polizia di confine e si riferisce alla morte di Madina come un “tragico incidente”.

Si legge chiaramente la seguente frase: “la protezione del confine dello Stato è attuata in modo tale da prevenire e scoraggiare le persone dall’evitare il controllo ai valichi di frontiera”.

Diverse organizzazioni umanitarie tra cui Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere e Are You Syrious hanno raccolto centinaia di testimonianze sui cosiddetti “push-backs” dei migranti e sostengono che questo “scoraggiare” spesso sfoci appunto nell’uso della violenza e in respingimenti illegali.

“I respingimenti ai confini dell’Ue continuano a mettere in pericolo la vita delle persone,” dice Andrea Contenta di MSF. “Da gennaio lungo questa rotta sono morte sei persone, quattro colpite da un treno e due da una macchina, e tre di loro erano minori”.

“Nessuno considera più gli afghani come esseri umani,” aggiunge Nilab con rabbia. “Siamo animali per tutti!”. In Europa è diventato sempre più difficile per un afghano ricevere asilo politico. Una recente ricerca di Amnesty International ha rivelato che l’anno scorso quasi 10mila afghani sono stati forzati a tornare in Afghanistan dall’Europa.

Molti di loro sono a rischio torture, abusi, violazioni dei diritti umani e morte. Il numero di civili uccisi in Afghanistan è attualmente al massimo storico, ma questo non cambia la loro situazione qui in Europa.

“In Afghanistan non avevamo la possibilità di avere una vita migliore e il nostro futuro era incerto, ma, nonostante la guerra, non avevo perso nessun membro della mia famiglia lì,” continua a confidare a TPI Nilab. “Mia sorella invece è morta qui, in Europa.

L’Europa che speravamo ci avrebbe salvati”. Le si spezza la voce.

“È stata la prima volta che abbiamo tentato di attraversare illegalmente il confine, ma è stata anche l’ultima”, sospira. “Non vogliamo rischiare di perdere un altro membro della nostra famiglia”.

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