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Home » Esteri

“Con Trump il Venezuela torna indietro di 70 anni”: intervista all’ex ministro del Petrolio di Chávez

"Con Chávez c’era democrazia, Maduro era un dittatore: è stato tradito perché la situazione si era fatta insostenibile. Ma ora abbiamo un governo controllato dagli Usa che ci priva della sovranità sull'unica cosa che abbiamo: il petrolio. E dopo di noi a chi toccherà? Machado non ha il controllo sui militari: per questo Washington ha puntato sulla continuità con Rodríguez. Io ero la contropartita nel caso Trentini? Non ne so niente". Parla Rafael Darío Ramírez

venezuela
Rafael Darío Ramírez, 62 anni, è stato ministro del Petrolio del Venezuela dal 2002 al 2014, ministro degli Esteri per quattro mesi nel 2014 e poi ambasciatore di Caracas all’Onu fino al 2017. Da allora è rifugiato politico in Italia

Rafael Darío Ramírez è stato il ministro dell’Energia e del Petrolio del Venezuela di Hugo Chávez dal 2002 fino alla morte del presidente bolivariano, nel 2013. Chávez lo aveva anche nominato alla guida della compagnia petrolifera statale, la Pdvsa. Poi il potere è passato nelle mani di Nicolás Maduro. E per Ramírez, lontano dalle politiche clientelari del nuovo presidente, è cambiato tutto.

Nel settembre 2014 è stato spostato al Ministero degli Esteri, quattro mesi dopo Maduro lo ha spedito a New York come ambasciatore di Caracas alle Nazioni Unite. Nel 2017 Ramírez, sempre più critico verso il regime, ha deciso di dimettersi. Era pronto a tornare in Venezuela, ma alcuni amici militari glielo hanno sconsigliato: appena atterrato, il presidente lo avrebbe fatto arrestare. L’ex ministro ha così deciso di volare in Italia, terra d’origine di sua moglie. Da allora sono passati poco più di otto anni. Oggi Ramírez vive a Roma da rifugiato politico in attesa di poter far ritorno in patria.

Lei che li ha vissuti entrambi: quali sono state le principali differenze tra il governo di Chávez e quello di Maduro?
«Le differenze sono enormi. Quello di Chávez è stato un governo democratico, che ha lavorato per il bene del popolo. Una delle conquiste principali è stata riprendere in mano la sovranità sul petrolio con la nazionalizzazione del 2007. Con i proventi petroliferi abbiamo finanziato servizi sociali, case, istruzione. I redditi dei lavoratori venezuelani sono diventati i secondi più elevati dell’America Latina, dietro solo al Cile. Lottavamo per il socialismo. Io rivendico di essere chávista».

Era davvero un governo pienamente democratico?
«Assolutamente sì. Chávez ha sempre seguito la Costituzione. Poco dopo la sua prima elezione, nel 2000, ci fu un tentativo di colpo di stato, seguito da un periodo di violenze, i nostri “anni di piombo”. Ma il presidente non ha reagito con arresti di massa, come fece invece Erdoğan dopo il tentato golpe in Turchia nel 2016. Chávez era un uomo forte, ma aveva contro i media e la rete economica del Paese, oltre all’Amministrazione Bush. Con lui ci sono state libere elezioni, c’era libertà di espressione, libertà di stampa. E nessun prigioniero politico. L’ultimo documento del presidente prima della sua morte, il Plan de la Patria, affermava che, ormai risolto il problema sociale, era necessario superare la dipendenza dell’economia venezuelana dal petrolio».

Ma poi è arrivato Maduro.
«E ha cambiato tutto. Ha militarizzato la compagnia petrolifera statale e fatto arrestare molti dei suoi dirigenti e lavoratori. L’economia è stata messa nelle mani di una nuova élite e si sono intensificati i rapporti con potenze esterne come Russia e Cina. Sono iniziate le persecuzioni politiche, gli arresti, le violazioni dei diritti umani. Il programma sociale di Chávez è stato cancellato, la produzione petrolifera è crollata del 75%, il tasso di povertà è arrivato al 90%. Più di 8 milioni di venezuelani hanno deciso di lasciare il Paese, l’esodo più grande della nostra storia. Quella di Maduro è stata una dittatura. Dopo la frode elettorale nel 2024, il suo è diventato anche un governo senza legittimità».

Perché alla fine del 2017 lei ha scelto di chiedere asilo politico in Italia?
«Ho iniziato a criticare Maduro nel 2014: davanti alla Direzione del Partito Socialista, ho denunciato i suoi rapporti con determinati gruppi economici. Per questo mi hanno rimosso dal Ministero del Petrolio e mi hanno mandato agli Affari esteri. Ma io continuavo a parlare. Così sono stato inviato all’Onu come ambasciatore. Da New York, scrivevo editoriali sulla stampa che facevano arrabbiare il presidente. Nel 2017, dopo il massacro di oltre 130 giovani oppositori in strada, ho deciso di dimettermi. Stavo per rientrare in Venezuela, quando alcuni amici militari mi hanno avvertito: “Appena scenderai dall’aereo, Maduro ti farà arrestare, per lui sei un traditore”. A quel punto diversi Paesi mi hanno offerto ospitalità: Messico, Stati Uniti, Brasile, Cile… Ma con mia moglie, italo-venezuelana, abbiamo scelto l’Italia».

In seguito lei ha dovuto affrontare anche diverse grane giudiziarie.
«Oh sì! Mi hanno accusato di essere un traditore, un agente della Cia, un corrotto… Ma i magistrati italiani che sono stati chiamati a indagare hanno ripetutamente riconosciuto che si trattava solo di persecuzione politica. In compenso, hanno arrestato mio fratello. L’hanno tenuto in carcere quattro anni: è stato rilasciato poche settimane fa».

Ramírez con il presidente Chávez in visita a un impianto petrolifero

Veniamo alla situazione attuale del suo Paese. Cosa è cambiato in Venezuela dopo che Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti?
«È stata una consegna, Maduro è stato tradito».

Tradito da chi? E perché?
«Lui era un dittatore, una persona violenta, impresentabile, senza legittimità. Ha usato il Paese come una sua proprietà. Dopo la frode elettorale del 2024, la situazione era diventata insostenibile: il Venezuela era ormai isolato dal resto dell’America Latina, anche i governi di sinistra di Colombia e Brasile avevano interrotto le relazioni. Da tempo si sapeva che gli americani stavano cercando una sponda dall’interno del Paese. E l’hanno trovata nei fratelli Rodríguez (Delcy, che era vicepresidente, e Jorge, presidente dell’Assemblea nazionale, ndr)».

Maduro è stato tradito anche dai militari.
«Ovviamente. Con Chávez avevamo acquisito da russi e cinesi dei sistemi di difesa aerea molto moderni, ma quando quindici elicotteri americani sono arrivati sopra Caracas nessuno ha fatto niente per fermarli».

E adesso?
«Adesso abbiamo un governo sotto tutela, che fa tutto quello che vogliono gli Stati Uniti. Di positivo c’è stata l’amnistia e la chiusura del centro di tortura El Helicoide, ma gli americani hanno preso il controllo dell’unica cosa che abbiamo in Venezuela: il petrolio. La nuova legge sugli idrocarburi di Delcy Rodríguez rappresenta una retromarcia di oltre 70 anni per la nostra sovranità. Non sappiamo quanto tempo durerà il governo di Rodríguez. La nostra Costituzione prevede che, nel caso venga meno il presidente, le elezioni debbano tenersi entro sei mesi, ma gli americani hanno fatto sapere che il voto potrebbe tenersi fra due anni. Troppo lontano, troppo per questa situazione».

Che figura è quella di Delcy Rodríguez?
«Lei e suo fratello Jorge sono figli di un dirigente di sinistra che morì in carcere, ma hanno sempre approfittato di questa storia per avere il supporto della sinistra. Fui io a far entrare Delcy al Ministero del Petrolio, poi lei andò a lavorare nell’ufficio di Chávez. Ma il presidente non la sopportava. Delcy e suo fratello erano molto lontani da Chávez, e non erano figure importanti nella politica venezuelana. Poi, quando Maduro è salito al potere, ha fatto entrare nel suo governo molte persone che avevano litigato con Chávez. E da lì Delcy ha assunto sempre più potere».

L’opposizione è guidata, dall’estero, da María Corina Machado: qual è il suo reale peso politico nel Paese?
«Alle ultime elezioni, nel 2024, senza i brogli orchestrati da Maduro, avrebbe vinto il candidato di Machado (Edmundo González Urrutia, ndr). Ma Machado sbaglia se pensa che i venezuelani abbiano votato per lei: quello è stato un voto contro Maduro. Anche se le elezioni si tenessero adesso o fra sei mesi, l’opposizione vincerebbe di sicuro, con qualsiasi candidato. C’è un’aspirazione da parte del popolo a cambiare le cose: questo non si può fermare. Ma se si andasse al voto fra due anni, come dicono gli americani, Rodríguez avrebbe il tempo di fingere qualche cambiamento. Il problema è che il futuro del Paese si deciderà in segreto con la Casa Bianca. Io dico che dobbiamo avere le elezioni subito».

Perché Trump ha preferito Rodríguez a Machado?
«Machado non ha il controllo del Paese e soprattutto non ha il supporto interno dei militari. Nella politica del Venezuela le forze armate hanno un peso molto importante. Da noi le forze armate non sono élitarie, come ad esempio in Cile: anche chi viene da una famiglia povera può diventare ufficiale. Lo stesso Chávez era un comandante delle forze armate, tanto che il chávismo nacque come movimento militare. Gli americani hanno capito che Machado non sarebbe in grado di controllare l’esercito né i gruppi civili».

Riuscirà Trump a rompere i legami del Venezuela con Cina, Russia e Iran?
«Certo. Questo è l’obiettivo della Dottrina Monroe con il corollario di Trump. Gli Stati Uniti trattano l’America Latina come fosse il loro backyard, il loro cortile di casa. Tutto ciò è molto pericoloso: dopo il Venezuela, a chi toccherà? Alla Colombia? Al Messico? Al Brasile?».

Veniamo ora alla questione petrolio. Oggi gli Usa sono il primo produttore mondiale di oro nero. Che bisogno aveva Trump di mettere le mani anche su quello venezuelano?
«La ragione strategica è che gli Stati Uniti hanno riserve di petrolio pari a 32 miliardi di barili, una quantità che – con il ritmo di consumi degli americani – può bastare per appena otto anni. Nel medio-lungo tempo, quindi, gli Usa hanno bisogno di altro greggio. Il Venezuela è la preda perfetta perché ha le maggiori riserve al mondo – stimate in oltre 300 miliardi di barili – e un greggio particolarmente pesante, ideale per essere trattato nelle raffinerie della costa statunitense del Golfo e Messico. Poi c’è anche una ragione più strettamente economica».

Ovvero?
«Trump ha imposto al nuovo governo di adottare una legge sugli idrocarburi che abbassa le royalties e le tax oil sui produttori. Le grandi aziende petrolifere degli Usa avranno così un bel business. In questo modo, gli Stati Uniti avranno il controllo totale sul nostro petrolio: sull’esplorazione, sulla produzione, sulla raffinazione, sull’esportazione. E chi controlla l’export decide il prezzo e decide l’acquirente».

Questo impoverirà il Venezuela.
«Certo che sì! Noi abbiamo avuto settant’anni di presenza americana nel nostro Paese e sono stati settant’anni di disuguaglianze. Il paradosso è che per i venezuelani, adesso, qualsiasi cosa è meglio di Maduro. Grazie alla nazionalizzazione del petrolio di Chávez avevamo avuto dieci anni di crescita, ma dopo che Maduro ha messo le mani sulla Pdvsa la nostra economia è crollata dell’80%. Piaccia o no, il nostro è un Paese petroliero. Il petrolio ci serve. Provi a immaginare cosa accadrebbe all’Arabia Saudita se non potesse controllare il suo greggio: quel Paese scomparirebbe del tutto».

Un’economia basata sul petrolio non può conciliarsi con la sostenibilità ambientale. Oggi questo aspetto che rilevanza ha?
«L’economia mondiale è basata sul capitalismo e al capitalismo serve il petrolio. La questione ambientale non è un problema del Paese produttore: è un problema che nasce dai consumi dei Paesi industrializzati. Ma il tema meriterebbe una lunga discussione».

L’industria venezuelana del petrolio oggi è in profonda crisi. Secondo alcune stime, servirebbero oltre 100 miliardi di dollari entro il 2030 per rilanciarla. È realistico pensare a una ripresa nel breve termine?
«Se mi permette, quelle sono stime fatte da una scrivania: chi le ha elaborate non è stato sul territorio a verificare con i propri occhi. In ogni caso, 100 miliardi di dollari non sono una cifra così astronomica per il settore petrolifero: quando ero ministro, investivamo circa 10 milioni all’anno. Io conosco benissimo il mio Paese: le infrastrutture per produrre 3 milioni di barili al giorno ci sono. Nella Faja dell’Orinoco, la riserva più grande, nel 2013 producevamo 1,3 milioni di barili al giorno: un greggio pesante, ma con un costo di produzione molto basso, attorno ai 10 dollari per barile».

E oggi quanti se ne producono lì?
«Circa 600mila barili».

A cosa è dovuto questo crollo?
«Guardi, il petrolio parla con la matematica. Fino al 2013 il Venezuela produceva in media 3 milioni di barili al giorno. Poi Maduro ha affidato il settore ai militari: persone assolutamente incompetenti. Nel 2017 la produzione è scesa a 1,7 milioni di barili al giorno. Nel 2019, quando gli Stati Uniti hanno introdotto le loro sanzioni, eravamo a 1,1 milioni di barili. Oggi siamo a 800-900mila. Il crollo è dovuto alla militarizzazione dell’industria voluta da Maduro».

Oggi diverse compagnie petrolifere straniere pretendono risarcimenti miliardari dal Venezuela per le nazionalizzazioni di Chávez.
«Trump ha detto che il Venezuela ha rubato il petrolio agli Usa: è una bugia, il petrolio è venezuelano. Non lo dice solo la nostra Costituzione: nel 1962 l’Onu ha approvato una risoluzione (la n.1803, ndr) che afferma la sovranità permanente dei popoli e delle nazioni sulle proprie ricchezze e risorse naturali. Trump si riferisce al processo di nazionalizzazione del 2007. Fui io a gestirlo, da ministro. Negoziammo degli accordi con le aziende private straniere. In seguito alcune di queste si sono rivolte a degli arbitrati internazionali per chiedere dei risarcimenti, ma durante l’era Chávez per due volte l’arbitro ha dato sostanzialmente ragione a noi. Poi, Maduro, persona priva di senso di responsabilità, ha affidato la questione a un generale, che non ha approntato nessuna difesa in sede arbitrale. Così il Venezuela è stato condannato e si è rifiutato di pagare».

Nonostante la caduta di Maduro, le Big Oil americane si sono mostrate finora piuttosto riluttanti rispetto agli inviti di Trump a investire in Venezuela.
«Vogliono garanzie: un altro governo, altre condizioni. Inoltre, dobbiamo considerare che il mondo è pieno di petrolio… Trump non può pretendere che le aziende si comportino come il partito Maga: loro pensano solo a come fare profitto. Tuttavia ci sono altre aziende americane, di dimensioni piccole o medie, che potrebbero essere interessate a investire nel Paese».

Per chiudere, il suo nome è stato accostato al caso di Alberto Trentini. Si ipotizza che l’arresto del cooperante veneziano sia stato un mezzo per fare pressioni sull’Italia ai fini di ottenere la sua estradizione. Quanto c’è di vero?
«Arrestare e tenere cittadini stranieri in ostaggio faceva parte della politica di Maduro. Il povero Trentini è stato incarcerato perché il governo venezuelano voleva ottenere in cambio il riconoscimento da parte dell’Italia. Non so se hanno chiesto anche di me, non lo so. Alla fine il caso si è risolto. Bene per Trentini e bene per l’Italia».

Tornerà mai in Venezuela?
«Vorrei tanto, ho la valigia pronta, ma non so quando potrò tornare. A me hanno tolto tutto: la mia casa, quella di mio figlio, hanno istigato l’odio nei miei confronti. Tornerò quando ci sarà un altro governo e avrò delle garanzie. Sento che ho una responsabilità verso il mio Paese: ricostruire il Venezuela è il mio sogno».

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