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Quello che prova un boia

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Un membro del plotone d'esecuzione di un carcere indonesiano racconta al Guardian che vuol dire dare esecuzione alla pena di morte

Premere il grilletto è la parte più facile. La parte peggiore è il contatto umano, il rapporto con coloro che stanno per morire.

Il boia deve legare gli arti del prigioniero a un palo a forma di croce con della corda spessa. È quell’ultimo momento di intimità brutale che ti tormenta.

Sono le impressioni di un ufficiale di polizia che ha fatto parte del plotone di esecuzione operante in un centro di detenzione sull’isola di Nusa Kambangan, in Indonesia.

Kambangan si trova nell’Oceano Indiano, separata da uno stretto braccio di mare dalla costa meridionale dell’isola indonesiana di Java.

Famosa per le sue carceri di massima sicurezza, fu soprannominata “L’Alcatraz dell’Indonesia” da Peter Gelling, giornalista del New York Times che vi si recò nel 2008.

Poiché è anche il luogo principale dove avvengono le esecuzioni dei detenuti rispetto a tutta l’isola di Java, è soprannominata anche “Isola della Morte”.

La giornalista del Guardian Kate Lamb ha intervistato un giovane ufficiale, cha ha preferito restare anonimo, per capirne di più sul funzionamento del sistema di giustizia in Indonesia, dal punto di vista di chi è costretto a uccidere.

“L’onere mentale è più pesante per gli ufficiali responsabili del trattamento dei detenuti piuttosto che per quelli che sparano”, dice lui,”Perché quegli ufficiali hanno il compito di prelevarli dalla loro cella, prendergli le mani e legargliele, fino a quando non sono morti”.

L’esecuzione dei detenuti avviene in una radura lungo l’orlo della foresta sull’isola di Nusa Kambangan.

L’ufficiale intervistato dalla giornalista del Guardian è parte di un’ala del corpo di polizia indonesiana conosciuta come la Brigata Mobile (“Brimob”).

Quando bisogna eseguire una pena capitale, cinque ufficiali Brimob sono assegnati a ogni prigioniero, per scortarli dalle celle di isolamento nell’oscurità della notte e accompagnarli alla radura.

Una squadra è assegnata a scortare e legare i prigionieri, l’altra svolge la funzione del plotone di esecuzione. Questo ufficiale ha prestato servizio in entrambe le squadre.

“Vediamo la persona da vicino, da quando è viva e sta parlando, fino alla morte”, racconta l’ufficiale, “Conosciamo [quel momento] con precisione.”

Il poliziotto dice che i prigionieri possono “decidere se vogliono coprirsi il volto” prima di essere legati. Il prigioniero ha anche la possibilità di chiedere assistenza religiosa.

È questa la fine che potrebbero fare gli australiani Andrew Chan, 31 anni, e Myuran Sukumaran, 33 anni, condannati a morte insieme a altre sette persone dopo essere stati sorpresi a cercare di contrabbandare 8 chili di eroina dall’Indonesia all’Australia. Il gruppo è stato soprannominato “Bali Nine”, “I nove di Bali”.

Il governo australiano ha presentato un reclamo ufficiale all’Indonesia per il trattamento dei suoi cittadini, ma il presidente indonesiano, Joko Widodo, pare intenzionato a non concedere la grazia a qualsiasi detenuto condannato a morte per traffico di stupefacenti, il che significa che decine di altre persone potrebbero finire davanti al plotone di esecuzione.

A gennaio, dopo un’interruzione durata quattro anni, l’Indonesia ha ripreso le esecuzioni. Le vittime provenivano da Malawi, Nigeria, Vietnam, Brasile, Olanda e Indonesia.

Come ha riportato la Bbc, la serie di esecuzioni è stata decisa direttamente dal presidente Widodo, che si è insediato il 20 ottobre 2014 e ha dichiarato che la guerra alla droga è una delle principali priorità per la sua amministrazione.

“L’Indonesia è dalla parte sbagliata della storia con questa politica”, ha affermato Andreas Harsono, ricercatore per l’Indonesia di Human Rights Watch a Jakarta, aggiungendo: “L’atteggiamento di un Paese nei confronti dei diritti umani è determinato dal suo atteggiamento verso la pena di morte, e questa posizione manda un messaggio sbagliato al mondo sulle priorità di Indonesia”.

Descrivendo il processo di esecuzione, l’ufficiale di polizia dice di vedere il suo ruolo come la semplice esecuzione di un dovere, indipendentemente dal fatto che uno creda nella pena di morte oppure no.

“Io sono tenuto a rispettare il mio giuramento come soldato”, dice alla giornalista del Guardian, “Il prigioniero ha violato la legge e noi stiamo eseguendo un comando. Siamo solo gli esecutori. Riguardo alla questione se sia peccato o no, spetterà a Dio giudicare”.

Il giovane ufficiale spera di “non ricordare questi momenti” in futuro e prega affinché, come le persone che ha ucciso, anche lui avrà qualche conforto, in questa vita o nella prossima.

“Spero che i prigionieri riposino in pace”, dice. “Spero di fare altrettanto.”

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