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Da solo su un gommone in mezzo al mare: la storia di Sami, salvato mentre scappava dalla “caccia ai siriani”

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Riccardo Gatti, capo-missione della Ong Proactiva Open Arms racconta a TPI il salvataggio “miracoloso” di un 30enne siriano al largo della Libia

Il 3 dicembre, a 24 miglia dalla costa libica, la nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms ha salvato Sami, un giovane infermiere siriano di 30 anni che da oltre 20 ore vagava in mare alla ricerca di salvezza su un piccolo gommone di fortuna.

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Proactiva Open Arms è una delle poche Ong rimaste a operare nel Mediterraneo per il salvataggio dei migranti dopo i nuovi accordi dell’Unione europea con la guardia costiera libica e le restrizioni imposte alle operazioni in mare.

“Eravamo a 24 miglia dalla costa libica, stavamo per partire e far ritorno a Malta dato il maltempo” , racconta Riccardo Gatti, capo-missione di Proactiva Arms.

LEGGI ANCHE: “Stabilizziamo la Libia invece di respingere i migranti e fare accordi con le milizie”: Emma Bonino boccia il piano Minniti

“Mentre pattugliavamo il mare, un attivista di nome Federico mi ha chiamato dicendomi che aveva visto una sagoma all’orizzonte. Era talmente piccola che non riuscivamo a distinguerne le sembianze. Così abbiamo deciso di avvicinarci con la nave e ci siamo accorti di questo ragazzo su un piccolo gommone che gridava ‘sono siriano! sono siriano!’. Lo abbiamo fatto salire a bordo e lì è crollato per lo shock psicologico”.

Sami ha 30 anni, è di Damasco e ora è in buone condizioni. Quando è salito sulla nave è stato soccorso dai medici presenti a bordo che lo hanno aiutato a riprendersi dal trauma del viaggio.

“O andavo in mare, e lì magari qualcuno mi salvava, o in Libia morivo” ha raccontato Sami agli operatori della Open Arms.

“Da ben tre anni era bloccato nel paese nordafricano dove ha lavorato in condizione di semi-schiavitù in tre ospedali diversi. Come siriano era considerato merce preziosa per i trafficanti di migranti”, spiega Riccardo Gatti.

“Le milizie libiche e i trafficanti cercano i siriani perché hanno più soldi o perché sono impegnati a lavorare in Libia. I siriani vengono spesso derubati o rapiti per poi chiedere il riscatto alle famiglie”.

Sami è riuscito a comprare un piccolo gommone e cercando di evitare i vari posti di blocco, è partito da una spiaggia isolata vicino Tripoli, sfidando la sorte.

“Il ragazzo è stato in mare per molte ore, viaggiando a un miglio all’ora, praticamente era alla deriva. Sapeva sarebbe stato un viaggio disperato ma restare in Libia significava morire e sperava solo di raggiungere l’Europa”, prosegue Gatti.

“L’Unione europea sta mettendo in atto delle azioni quasi illegali, mettendo in difficoltà il nostro operato. Ma le partenze proseguono: solo la scorsa settimana sono 3mila le persone soccorse in mare, ma si sta lavorando in un clima di respingimenti con violazioni dei diritti umani, questa è la cruda realtà”, conclude Gatti.

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