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La siccità ha causato in parte la guerra in Siria

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Secondo uno studio americano, le catastrofi naturali e i cambiamenti climatici sarebbero responsabili di conflitti e migrazioni. Così anche in Siria

Sarebbe stata una lunghissima siccità a provocare in parte le rivolte siriane del 2011, che portarono allo scoppio della guerra civile nel Paese.

A rivelarlo è uno studio pubblicato dai ricercatori del Proceedings of the National Academy of Sciences, una tra le più rispettate pubblicazioni scientifiche americane.

“Vi sono prove che il periodo di siccità del 2007-2010 che colpì la Siria, contribuì a dare inizio al conflitto civile”, si legge nel rapporto. Gli studiosi sottolineano che a causa della mancanza di pioggia, i raccolti di quel periodo furono molto scarsi e la popolazione rurale fu costretta a trasferirsi nei centri urbani. La situazione critica aumentò le insofferenze della popolazione del Paese, aumentando la tensione generale.

Per chiarezza, bisogna sottolineare che un conflitto è innescato da una moltitudine di fattori. Sarebbe quindi sbagliato affermare che il cambiamento climatico ha “causato” la guerra in Siria, ma altrettanto sbagliato sarebbe minimizzarne il ruolo.

Della stessa opinione sono altri scienziati e ricercatori che hanno suggerito una connessione diretta tra l’innalzamento delle temperature e lo scoppio della Primavera Araba. I periodi di siccità antecedenti il 2011 in nord Africa avrebbero, infatti, portato a un aumento del prezzo del cibo, uno dei motivi principali della protesta, generando instabilità politica. Nel 2007 anche le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto nel quale si concludeva che il degrado ambientale era stato una delle numerose scintille che avevano fatto esplodere la guerra in Darfur qualche anno prima.

Tutti questi conflitti hanno provocato milioni di profughi e di arrivi in Italia e in tutta Europa. Basti pensare all’emergenza sbarchi nel nostro Paese nel 2011 (oltre 62mila arrivi via mare), all’esodo di siriani nel 2014 (circa 40mila solo in Italia, secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno) e all’arrivo dei profughi dal Darfur che continua ormai da anni. Numerosi erano infatti i richiedenti asilo bloccati quest’estate a Ventimiglia e provenienti da quella regione.

Queste catastrofi naturali sono triplicate negli ultimi tre decenni secondo un rapporto dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim). I dati dello studio dimostrano che “nel 2008, 20 milioni di persone sono state sfollate da eventi climatici estremi, contro i 4,6 milioni che hanno lasciato le proprie case a causa di conflitti e violenze, nello stesso periodo”.

In un rapporto di Legambiente del 2012, vengono riportate le stime di diverse istituzioni internazionali, tra cui il Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNCHR): “Entro il 2050 si raggiungeranno i 200/250 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di uomini e donne costretti ogni anno a lasciare i propri territori (un numero che equivale al doppio degli abitanti di Roma)”.

Non a caso, il 31 Agosto 2015, durante una conferenza in Alaska, il segretario di stato americano John Kerry ha affermato che il cambiamento climatico sta creando una nuova categoria di migranti: “Pensate che l’immigrazione sia una sfida per l’Europa per via dei governi estremisti. Aspettate di vedere cosa succederà quando ci sarà carenza d’acqua, di cibo o quando una tribù attaccherà un’altra per mera sopravvivenza”.

Insieme al Medio oriente, sono il nord Africa e l’Africa subsahariana a essere gravemente colpite dal fenomeno. A farne le spese sono soprattutto le piccole comunità di agricoltori e allevatori.

Daniel Sempui è un pastore masai di trent’anni, che vive insieme alla sua famiglia sulle pendici del vulcano Suswa, a pochi chilometri da Nairobi, in Kenya. L’area è soggetta a prolungati periodi di siccità durante l’anno.

“Quando ero ragazzino – spiega il pastore – la terra attorno a noi era verde e rigogliosa. Le stagioni delle piogge erano più lunghe e le quantità d’acqua che riversavano, più abbondanti. Ora, invece, capita che le piogge non si presentino proprio, in quei periodi, o che non siano sufficienti a idratare il terreno e riempire i fiumi”.

Nel 2005 Suswa fu luogo di una violenta guerra tribale tra masai e kikuyu, l’etnia maggioritaria in Kenya. Il conflitto, in cui morirono decine di persone, scaturì proprio perché la mancanza d’acqua aveva portato i due gruppi a rivendicare il possesso di un piccolo ruscello.

Secondo l’Istituto per il cambiamento climatico e l’adattamento dell’Università di Nairobi, la temperatura globale media della superficie terrestre passerà da 1,5°C a 5,8°C entro il 2100.

Shem O. Wandiga, direttore dell’istituto, spiega: “Le implicazioni del cambiamento climatico per l’Africa e per molti altri territori nel mondo, saranno drammatiche. Questo perché sono zone più vulnerabili di altre al cambiamento climatico per la scarsa capacità di adattamento e perché molte comunità che vivono lì dipendono dall’utilizzo esclusivo di risorse provenienti dalla terra e dalla pastorizia”.

In mancanza di un piano a lungo termine che valuti gli effetti del cambiamento climatico sugli spostamenti umani, il rischio è quello di aggravare ulteriormente l’emergenza migratoria che sta interessando il mondo in questi anni.

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