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Ecco perché il Regno Unito ha gli anticorpi contro il terrorismo

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Nel paese la paura delle bombe dura quasi da mezzo secolo, a causa degli attacchi del gruppo terroristico irlandese IRA. Ma i cittadini britannici sapranno rialzarsi

Dagli anni Settanta il terrorismo nazionalista irlandese e quello jihadista hanno messo in ginocchio la sicurezza anglosassone. Sono attacchi a una nazione piena di nemici e detrattori, che ce la farà anche questa volta. 

L’orribile attacco kamikaze nella serata del 22 maggio ha riaperto le ferite di un’Europa vittima – ancora una volta – di un attacco terroristico. Una barbarie che sconvolge l’opinione pubblica per l’efferatezza del gesto, la facilità di entrare in luoghi pubblici e seminare un terrore ingestibile, a volte non preventivabile.

Nel Regno Unito questa paura dura quasi da mezzo secolo. Uno stato di allerta che in passato non è stato causato solo dalla minaccia jihadista ma anche dallo scontro con il gruppo terroristico irlandese: l’IRA. Uno scontro che nasce tra la Gran Bretagna e la rifondazione dei paramilitari repubblicani (Provisonal IRA) sul terreno nordirlandese, dove la lotta armata è affermazione del proprio sentimento nazionale tra identità britannica e senso d’appartenenza irlandese.

L’episodio più clamoroso risale all’autunno 1984. Siamo al Grand Hotel di Brighton, costa meridionale dell’Inghilterra. È in corso un congresso del Partito Conservatore e Unionista della The Iron Lady Margareth Thatcher. Alle tre del mattino del 21 ottobre una bomba esplode all’interno del bagno della camera 629: era stata nascosta tre settimane prima dall’IRA dietro il pannello del bagno.

La Thatcher ne esce illesa ma in cinque – tra politici conservatori e rispettive consorti – muoiono. Un attentato che avrebbe potuto cambiare la storia politica europea.

L’episodio, seppur indirettamente, ha facilitato l’avvio dei negoziati con l’Eire per riconoscere un suo ruolo in Irlanda del Nord, un nuovo status messo nero su bianco nel Trattato di Hillsborough del 1985.

Il secondo, grande episodio risale al 1996 proprio a Manchester. Sabato 15 giugno l’IRA fa detonare nel centro della città un camion carico di esplosivi quando erano in corso, proprio in Inghilterra, i campionati europei. Circa novanta minuti prima dell’esplosione, l’Irish Republican Army avverte della presenza di una bomba definita, in seguito, la più grande bomba detonata nel Regno Unito dalla seconda guerra mondiale.

L’annuncio consente di evacuare circa 75mila persone ma non impedisce l’esplosione: duecento le persone ferite, danni per 700 milioni di sterline ma nessun morto. Un episodio seguito a un attentato pianificato a febbraio dello stesso anno nella zona dei teatri londinesi: in quell’occasione tre morti e decine di feriti.

La terza annata-simbolo è il 2005. Nell’anno in cui il gruppo dirigente dell’IRA annuncia la fine della lotta armata, la capitale inglese viene sconvolta da un attacco multiplo di matrice islamista. Il 7 luglio una serie coordinata di attentati su metro e bus londinesi provocano la morte di oltre 50 persone e il ferimento di 700. Persone in viaggio per andare a lavoro, a scuola, a visitare la città.

L’attentato alla Manchester Arena ha (forse) chiuso un cerchio che vede i cittadini anglosassoni – da decenni – vittime di attentati alla sicurezza pubblica.

Un po’ per la sua presenza in territori contesi (vedi l’Ulster), un po’ per la propria storia colonialista e multiculturale, il Regno Unito ha sempre avuto detrattori pronti a punire la popolazione civile per lanciare segnali alla casa madre.

Ma il temperamento british e i ricorsi storici hanno generato gli anticorpi per superare, ancora una volta, il trauma di un attacco terroristico.

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