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Home » Esteri

Perché Trump su Gerusalemme ha fatto una cosa che nessuno aveva voluto fare?

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Ci sono uomini, e Trump è uno di questi, che pensano che fare qualcosa che nessun altro ha mai fatto è, di per sé, una grossa cosa. Il che va bene se si tratta di scoprire l’America, sia pure accidentalmente; o di elaborare la teoria della relatività; o di stabilire un record sportivo: arrivare, con la mente o con il fisico, là dove nessuno era mai arrivato prima.

Ma se fai per primo una cosa che nessuno ha mai fatto prima, pur avendo tutti i tuoi predecessori avuto la possibilità di farla, devi preliminarmente farti venire un dubbio: “Magari, non l’hanno fatta perché è sbagliato farla; o perché farla porta più danni che vantaggi”.

Ora, io non so in modo certo se sia sbagliato, storicamente, politicamente, eticamente, riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e tendo a non dare eccessiva importante alla collocazione d’una ambasciata. Ma so per certo che le due parti interessate a questo problema, se Gerusalemme sia la capitale di Israele, o sia anche la capitale di Israele, oltre che della Palestina, attribuiscono enorme importanza alla collocazione dell’ambasciata statunitense.

E non ho neppure dubbi che non c’era alcun motivo stringente per serrare i tempi di una decisione (di Gerusalemme come capitale di Israele) e di un trasferimento (dell’ambasciata degli Stati Uniti) di cui nessuno, ma proprio nessuno, né a Washington né altrove, avvertiva l’urgenza, a parte forse un numero ristretto di ebrei ortodossi e ultra sionisti (capaci, del resto, di accettare lo status quo, come avevano finora fatto). Del resto, se la capitale della Palestina sta, provvisoriamente, ma stabilmente, a Ramallah, quella di Israele può stare, allo stesso modo, a Tel Aviv. Né il dato tragico che l’Occidente si sia macchiato la coscienza storica di nefandissime colpe nei riguardi degli ebrei vuol dire che debba ora avallare in quella Regione soluzioni non rispettose dei diritti palestinesi.

Né capisco come si possa dire – Donald Trump lo fa – che una mossa del genere avvicina la pace o favorisce lo smuoversi dei negoziati tra israeliani e palestinesi, impantanati da anni. E la decisione del presidente degli Stati Uniti mi pare contraddittoria con altre scelte recenti della sua stessa amministrazione.

Se c’è, o c’era, un disegno mediorientale di favorire un avvicinamento strategico tra Arabia Saudita e Israele, se non altro in funzione anti-iraniana, la decisione di Gerusalemme sembra invece innescare, almeno nell’immediato, un compattamento musulmano, dall’Indonesia al Marocco, mettendo in difficoltà gli interlocutori più vicini agli Stati Uniti di quel Mondo.

Se c’è, o c’era, un tentativo d’appoggiare la tutela degli interessi internazionali degli Stati Uniti sull’alleanza con leader energici, che vanno d’accordo con Trump, come il presidente turco Erdogan o il golpista egiziano al-Sisi, la decisione di Gerusalemme pare invece allontanare, almeno nell’immediato, Ankara e – in misura minore – il Cairo da Washington.

C’è chi spiega quanto è avvenuto, la tempistica, l’accelerazione, con gli sviluppi del Russiagate e con le contingenze della politica interna degli Stati Uniti. Ma anche questa spiegazione mi pare inadeguata: l’inchiesta sull’intreccio di contatti tra la campagna di Trump ed emissari russi va comunque avanti; e sinceramente non credo che saranno molti gli americani che andranno alle urne nelle elezioni di midtem del 6 novembre 2018 pensando a Gerusalemme e a dove sta l’ambasciata in Israele.

Non lo crede, ne sono convinto, lo stesso Trump: altrimenti, la stessa decisione l’avrebbe presa o almeno annunciata fra dieci mesi, nell’imminenza del voto. Ché, tanto, oggi o allora, non cambiava (quasi) nulla. La differenza sta nelle vittime delle Giornate della Rabbia scatenate un po’ ovunque nel Mondo arabo come risposta: mentre scriviamo, sono già una manciata, con decine di feriti; diventeranno molte di più; e non saranno solo palestinesi.

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