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Home » Esteri

Panama Papers, quei 2 miliardi di euro che portano a Putin

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Il presidente russo non compare nei documenti, ma personaggi a lui molto vicini e le relative, dubbie transazioni sì

Con la diffusione di milioni di documenti riservati provenienti dalla banca data della Mossack Fonseca, una delle più importanti società di consulenza legale al mondo, è stata aperta una finestra sul ricchissimo mondo delle transazioni segrete degli uomini più facoltosi e potenti della terra.

Come l’uomo forte della Russia di oggi: il presidente Vladimir Putin. Il suo nome non figura sui registri della Mossack Fonseca, ma quello di personaggi considerati molto vicini a lui sì, ed essi sembrano aver raccolto un patrimonio consistente. Si parla di quasi 2 miliardi di euro.

Tra le persone finite nell’occhio del ciclone figura il violoncellista Sergei Roldugin, tanto vicino a Putin da avergli presentato la moglie e da aver battezzato la prima figlia della coppia.

Roldugin, appunto, è un musicista e non un uomo d’affari. Eppure, controlla una fortuna che si aggira intorno ai 90 milioni di euro.

Possiede il 12,5 per cento della più grande agenzia pubblicitaria televisiva della Russia, la Video International; ha un’opzione per comprare una quota di minoranza della Kamaz, un’azienda che produce veicoli per l’esercito; ha il 15 percento della società Raytar, registrata a Cipro; e possiede il 3,2 per cento della Rossiya, una banca considerata talmente vicina a Putin da essere sottoposta a sanzioni in seguito all’aggressione russa all’Ucraina.

Il direttore dell’istituto di credito, Yuri Kovalchuk, è ritenuto dagli Stati Uniti il “banchiere personale” di molti funzionari governativi russi, incluso il presidente. I Panama Papers rivelano che la banca e il suo direttore hanno trasferito almeno 900 milioni di euro a una società offshore chiamata Sandalwood Continental.

Questi fondi provengono da enormi prestiti non garantiti erogati dalla Russian Commercial Bank, controllata dal governo e con sede a Cipro, e da altri istituti di credito statali.

Parte di questo denaro veniva prestato in Russia con interessi astronomici e i profitti venivano risucchiati in conti segreti in Svizzera.

Parte del denaro, al contrario, veniva prestata a personaggi vicini a Putin a interessi irrisori, senza garanzie, e non è dato sapere se questi prestiti siano mai stati restituiti.

Nel 2010 e nel 2011, la Sandalwood erogò tre enormi prestiti – per un valore di circa 10 milioni di euro – a una società chiamata Ozon che possiede il resort sciistico Igora, nella regione di Leningrad, frequentato abitualmente dal presidente russo e scelto per il matrimonio di una delle sue figlie. Ozon a sua volta appartiene a Kovalchuk e a una società cipriota.

I documenti hanno registrato anche altre transazioni dubbie o patentemente irregolari messe in atto dagli associati di Putin per spostare denaro all’estero.

La banca Rossiya gestiva le manovre attraverso uno studio legale di Zurigo, in Svizzera. Lo studio a sua volta incaricava la Mossack Fonseca di aprire società di comodo nelle Isole Vergini Britanniche, con dirigenti di facciata ad apporre le proprie firme sulle transazioni. Un gioco di matriosche nel quale si nascondeva il nome del proprietario reale delle fortune messe in movimento.

E, naturalmente, quale sia il patrimonio personale di Putin, malgrado le ipotesi e le congetture, resta un mistero.

Gli Stati Uniti sono convinti che Putin gestisca la sua fortuna non direttamente, ma attraverso persone a lui vicine. Il presidente russo non possiede nulla, o quasi, ma i suoi amici controllano buona parte delle risorse energetiche e industriali del paese.

Nel 2014, quando la Russia ha occupato la Crimea, Washington ha imposto delle sanzioni sugli affiliati di Putin, incluso Kovalchuk. Tuttavia, stando ai Panama Papers, già nel 2012 quelle persone sono diventate sempre più nervose. La Sandalwood è stata chiusa e le sue transazioni trasferite a un’altra società, la Ove Financial Corporation.

Una delle società a essa collegate, apparteneva a Mikhail Lesin – magnate dei media, fondatore di Russia Today ed ex ministro della Stampa – assassinato, in circostanze mai chiarite, nella sua stanza d’albergo a Washington.

Naturalmente, il portavoce di Putin si è mostrato indignato e ha risposto alle accuse dicendo che si tratta di un attacco diretto dai governi occidentali volto a ledere la dignità e l’onore del presidente e che la Russia saprà difenderlo con gli opportuni mezzi legali.

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