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Home » Esteri

Il motociclista che ha cercato di fermare il camion di Nizza

Immagine di copertina

"Ero pronto a morire per fermarlo" dichiara Franck, che ha rischiato la vita inseguendo il veicolo di Bouhlel per impedirgli di continuare la sua corsa letale

Le immagini dell’attentato del 14 luglio sulla Promenade des Anglais a Nizza hanno fatto il giro del mondo: nei filmati si vede il camion, guidato dal 31enne franco-tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, venire affiancato da un uomo in motocicletta, che cerca disperatamente di aggrapparsi al veicolo e di fermare la sua folle corsa. 

La caccia all’eroe di Nizza è iniziata immediatamente. Secondo diverse testimonianze, anche di persone coinvolte nelle indagini, l’uomo, la cui identità era rimasta ignota, era morto nel tentativo di salvare la folla radunatasi per guardare i fuochi d’artificio.

Il motociclista è invece sopravvissuto, nonostante le ferite fisiche e i traumi psicologici riportati. Si chiama Franck, ha circa cinquant’anni e in quella spaventosa notte si è rotto una costola, procurato degli ematomi sulla schiena e ferito la mano destra. Il quotidiano Nice-Matin lo ha rintracciato e intervistato: riportiamo qui un estratto del suo resoconto sugli avvenimenti della serata, pubblicato giovedì 21 luglio.  

Tutto è iniziato quando Franck ha deciso di recarsi con sua moglie ad assistere allo spettacolo pirotecnico per la festa nazionale francese del 14 luglio. 

Abbiamo imboccato la Promenade des Anglais all’altezza di Bosquets [una delle vie della città, perpendicolare alla Promenade]. Proseguivamo tranquillamente. In realtà, l’idea era quella di andare a vedere i fuochi d’artificio, ma siamo partiti troppo tardi. Allora ho detto a mia moglie, non è grave, andiamo a mangiare un gelato su Corso Saleya… Mi rivedo passare di fianco al Carrefour di Magnan, andava tutto bene. Abbiamo incrociato le persone che cominciavano a tornare a casa.

Una volta che siamo giunti all’altezza del Centro universitario mediterraneo abbiamo sentito la folla che veniva nella nostra direzione. Abbiamo captato delle urla e delle macchine si sono messe di traverso. Mia moglie mi ha detto: “Fermati un attimo, c’è qualcosa che non va”. Il tempo di girarsi, e abbiamo visto la folla correre in tutte le direzioni, come se fuggisse da qualcosa. È stato allora che abbiamo visto il camion arrivare. 

Noi eravamo in mezzo della strada. C’erano poche macchine. Andavo a circa 60 chilometri all’ora. Non ho neanche avuto il tempo di guardare nello specchietto retrovisore. Mi ha sorpassato guidando all’impazzata. Andava sul marciapiede, ho in testa le immagini dei corpi che volano dappertutto. Ho subito capito, ho deciso di accelerare. Mia moglie, dietro di me, mi tirava il braccio e mi chiedeva dove andassi. Mi sono fermato. Le ho detto: scendi! E ho accelerato a manetta. 

Per raggiungerlo, bisognava fare lo slalom tra la persone, vive o morte. Andavo a rotta di collo… Mi ricordo anche di avere gridato dentro al casco. Gridavo fortissimo, in effetti… Non avevo che il retro del camion negli occhi. Ero determinato ad andare fino in fondo.

Il camion continuava a passare dalla strada al marciapiede. Sbatteva dappertutto. A un certo punto, l’ho quasi raggiunto, perché ho una moto con una cilindrata di 300 centimetri cubici e accelera in fretta. Volevo fermarlo a tutti i costi. Ero come in trance ma allo stesso tempo lucido. Poi ho deciso di affiancarlo sulla sua sinistra, il mio obiettivo era quello di raggiungere la cabina di guida. 

Quando sono arrivato alla sua altezza, mi sono posto la domanda: che cosa farai con la tua povera moto? È stato allora che ho deciso di lanciarla contro il camion. Ho continuato a corrergli appresso. Ricordo di essere caduto e poi sono ripartito a gambe levate. Non sapevo più che cosa stessi facendo. E finalmente sono riuscito ad aggrapparmi alla cabina.

Ero in piedi all’altezza del suo finestrino aperto. Di fronte a lui. Ho colpito, colpito e colpito ancora. Con tutte le mie forze, con la mia mano sinistra anche se sono destro. Dei colpi al volto. Non diceva nulla. Non protestava. 

Aveva la sua arma in mano. Ma la pistola non funzionava. Avevo l’impressione che cercasse di usarla o caricarla, non ne capisco nulla. Mirava, premeva il grilletto ma non sparava. 

Ero pronto a morire in effetti! Ero lucido e pronto a morire per fermarlo. E continuavo a picchiarlo, provavo a farlo uscire dalla cabina attraverso il finestrino perché non riuscivo ad aprire quella cazzo di portiera. E colpivo ancora… allora, ha finito per colpirmi con una mazza in testa. Mi hanno messo dei punti in seguito. Poi sono caduto sul marciapiede…

Questo il drammatico racconto di un uomo comune che ha tentato in tutti i modi di fermare Bouhlel, ma non ha potuto.

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