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La tv che non piace a Putin

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La battaglia per la sopravvivenza di una emittente indipendente russa che il Cremlino vuole chiudere. Parola al direttore

“Non dobbiamo avere paura di accendere la televisione”.

Con questo slogan è nata nel 2010 Tv Rain, emittente indipendente russa che si è da subito occupata di tematiche scomode al Cremlino: dalle interviste alle Pussy Riot alla copertura del processo contro gli attivisti di Greenpeace, arrivando a un’utenza di circa 20 milioni di spettatori.

Oggi, però, a distanza di soli quattro anni dall’inizio delle trasmissioni, Tv Rain rischia di chiudere. “La nostra intenzione era dare al pubblico un nuovo tipo di televisione”, mi spiega Mikhail Zygar, 33enne direttore del canale che ho incontrato di recente a Perugia.

“Ci siamo resi conto che alle persone non mancava intrattenimento, show o musica. Mancavano notiziari e dibattiti, un’analisi pubblica e politica. Su questo ci siamo concentrati, specialmente dall’autunno del 2011, quando una serie di proteste scoppiate dopo le elezioni in Russia hanno reso evidente quest’esigenza. La gente protestava per i brogli e c’era bisogno di qualcuno che coprisse quel momento storico. Noi abbiamo raccontato il malcontento, dato voce ai leader delle diverse fazioni politiche”.

Già da quel momento, Zygar racconta di aver notato “una specie di linea rossa invisibile: i media che coprivano questi eventi venivano etichettati come nemici dello stato; quelli che li trascuravano, invece, erano considerati leali”.

Il sospetto di non essere propriamente graditi al governo russo si era già manifestato durante la prima settimana di trasmissioni. “Il proprietario dell’emittente ha ricevuto una telefonata dal Cremlino dicendo che ci avrebbero oscurati”, racconta Zygar. “Il problema era che non avevamo l’approvazione formale governativa per far partire la tv. Ma non esiste nessuna norma in questo senso, è una regola non scritta”.

Nonostante la manifesta ostilità del Cremlino, Tv Rain ha continuato le trasmissioni, mantenendo i suoi sponsor e, soprattutto, il suo pubblico. Almeno fino allo scorso gennaio. A scatenare le ire del governo, di recente, è stata una domanda posta su twitter dall’account ufficiale della televisione riguardo l’assalto di Leningrado durante la seconda guerra mondiale.

“Abbiamo chiesto ai nostri utenti se non sarebbe stato meglio lasciare la città ai tedeschi ed evitare molte morti. Non abbiamo avuto neanche il tempo di pubblicare i risultati raccolti”, racconta Zygar. Il post su Twitter ha scatenato le reazioni indignate degli attivisti pro-Cremlino. Il portavoce del presidente russo Vladimir V. Putin, Dmitry Peskov, ha riferito che il canale aveva “passato la linea rossa della morale”.

Successivamente è stata diramata una dichiarazione ufficiale della Duma (la camera bassa del parlamento russo) e dell’associazione operatori via cavo, e la direttiva di spegnere i canali. “Da 20 milioni di spettatori siamo passati a 2-4”, spiega Zygar.

“Ci hanno accusato di essere fascisti perché avevamo messo in discussione la politica della seconda guerra mondiale, che i russi continuano a ricordare come ‘la grande vittoria’. È un tema intoccabile nel nostro paese. Il danno più grosso è stato che i nostri sostenitori pubblicitari ci hanno abbandonato. Il 20 giugno il nostro contratto scadrà e saremo probabilmente mandati via dallo studio dove lavoriamo”.

Secondo Zygar, il sondaggio su twitter sarebbe solo un pretesto: “Probabilmente il vero motivo sta nel fatto che noi siamo l’unica tv indipendente in Russia e nel corso di questi anni abbiamo dato voce a tutte le parti, coprendo tutte le storie e cercando di essere il più liberi possibile. È sicuramente una manovra politica”.

Zygar riconduce la decisione del Cremlino alle inchieste sulla corruzione all’interno del Cremlino o del partito di governo, alla copertura delle proteste di Kiev e del fenomeno Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender). “Dopo che anche la pubblicità ci ha abbandonati” – aggiunge – “abbiamo dovuto trovare altri modi per sopravvivere”. La tv oggi esiste solo grazie alle donazioni degli spettatori. “Un successo del crowdfunding, direste voi. Abbiamo raccolto circa 42 milioni d rubli, circa 1 milione e mezzo di dollari americani”, spiega il direttore.

“La campagna di finanziamento è stata un successo, forse sintomo della gratitudine del pubblico che è talmente assetato di informazioni libere tanto da essere disposto a pagare”, dice Tikhon Dzyadko, giovane vice direttore di tv Rain. “Abbiamo sempre cercato di rispecchiare tutti i punti di vista” – spiega – “e non escludo che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata la nostra copertura da piazza Maidan. Al governo di Putin non è piaciuta”.

La libertà di stampa in Russia, secondo Zygar, è precipitata negli ultimi anni: “È cambiata la percezione che i cittadini hanno della propaganda di stato. Quattro anni fa le persone non credevano a ciò che diceva la tv in Russia. O, almeno, non tutte le persone. Oggi la propaganda è molto più azzardata del passato”.

“Si è evoluta”, gli fa eco il suo vice Dzyadko. “Anni fa l’obiettivo era quello di oscurare le personalità non in linea con il Cremlino. Oggi la propaganda non è più uno strumento d’accompagnamento: suona da sola la musica del governo”.

Questo rapporto tra media e potere ha creato in Russia una società polarizzata. “Ci sono due gruppi che tra loro si odiano: quelli che credono ai canali di stato e quelli che non ci credono. È un odio insanabile”, conclude Zygar.

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