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La sconfitta di Modi

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Il partito del premier indiano perde le elezioni locali a Delhi. Si tratta della sua prima sconfitta dopo numerose vittorie

Se i tredici milioni di elettori di Nuova Delhi fossero una nazione indipendente, sarebbero un Paese più grande del Belgio o della Bolivia.

Delhi è la città più ricca dell’India e il centro nevralgico del potere politico. In un certo senso, la capitale è una rappresentazione in miniatura dell’India stessa.

Qui convivono, tra enorme ricchezza ed estrema miseria, tutti i gruppi religiosi e caste del Paese, e immigrati da ogni angolo del Paese.

Non stupisce che da settimane non si parli d’altro che delle elezioni per il governo della capitale che si sono tenute il 7 febbraio.

La storia delle elezioni di Delhi è la storia di un massacro, di una sconfitta, e di un trionfo. Il massacro è quello del partito del Congresso, il partito storico della politica indiana e, dall’indipendenza a oggi, proprietà personale della famiglia Nehru-Gandhi.

Il Congresso non ha ottenuto un singolo seggio nella città che ha governato ininterrottamente negli ultimi quindici anni e per gran parte della sua storia.

Nel 2008, oltre il 40 per cento degli elettori aveva votato per il Congresso; oggi, meno del 10 per cento ha fatto la stessa la scelta.

Per il partito di Sonia Gandhi sembra quindi che il tracollo iniziato con la sonora sconfitta subita alle elezioni nazionali dello scorso maggio, e continuato con le altrettanto sonore sconfitte in sette stati indiani nel corso del 2014, sia destinata a proseguire.

Il partito è sull’orlo della disintegrazione e non sembra che i Gandhi abbiano la capacità – o l’intenzione – di mettere in discussione la propria leadership e la gestione semi-feudale del potere all’interno del partito.

Il grande sconfitto delle elezioni di Delhi è tuttavia il primo ministro indiano Narendra Modi. Il suo partito, il Partito popolare indiano (BJP), aveva investito molte risorse per conquistare la capitale.

Il premier Modi aveva condotto personalmente la campagna elettorale, trasformandola in un referendum sul suo governo. Il modello aveva funzionato molto bene nelle elezioni nazionali e statali del 2014, contribuendo a creare un’aura di invincibilità attorno al primo ministro.

Le elezioni di Delhi hanno dimostrato che Modi invincibile non è. Il BJP ha ottenuto solo tre dei settanta seggi in palio.

Il vero trionfatore è il Partito dell’Uomo Comune (Aam Admi Party, AAP) che, con oltre la metà dei consensi e sessantasette seggi su settanta, ha ottenuto una delle più grandi vittorie elettorali della storia indiana.

L’AAP è nato dalle costole del movimento anti-corruzione del 2011 e aveva formato il governo di Delhi nel 2013, salvo poi abdicare dopo soli 49 giorni.

Il partito era uscito con le ossa rotte dalle elezioni nazionali dello scorso anno e in molti avevano creduto che il progetto dell’AAP – costruire un’alternativa ai partiti tradizionali per liberare l’India dalla corruzione – fosse tramontato.

Tuttavia, il leader del partito, Arvind Kejriwal, ha fatto qualcosa che nessun politico indiano aveva mai fatto: ha chiesto scusa per aver abbandonato l’amministrazione di Delhi con tanta fretta.

L’ammissione dell’errore ha dato credibilità all’AAP e al suo leader, che hanno immediatamente iniziato a lavorare per riconquistare il consenso perduto.

L’AAP ha ampliato la base di volontari nella capitale e, pur mantenendo fermo il punto centrale del suo programma – la lotta alla corruzione – ha esteso il suo messaggio elettorale, puntando su ciò che più affligge l’uomo comune: la mancanza di elettricità o di acqua, la sicurezza della donne e gli abusi dei funzionari statali e della polizia.

Il messaggio per gli elettori di Delhi era chiaro: dopo quasi settant’anni di democrazia affidata ai partiti tradizionali, la capitale di quella che molti vedono come una potenza emergente è ancora intrappolata in una condizione di sottosviluppo.

L’AAP è sembrata l’unica soluzione credibile per cambiare le cose.

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