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Cosa dice davvero l’Islam sulla violenza contro le donne

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Un verso del Corano concede ai mariti musulmani di picchiare le proprie mogli? Uno studio rivela che potrebbe trattarsi di un errore di traduzione

Il 7 giugno il quotidiano Libero pubblicava un articolo in cui sosteneva che sposare un uomo di fede musulmana aumenta il pericolo di subire violenze fisiche e psicologiche.

La reazione delle donne italiane sposate con uomini di fede islamica non si fece attendere, per evidenziare che la violenza domestica non riguarda una specifica comunità o gruppo religioso, ma è un fenomeno trasversale e planetario.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), un terzo di tutte le donne impegnate in una relazione ha subito, almeno una volta, violenza fisica o sessuale dal proprio partner. I dati della ricerca riguardano 80 paesi in tutto il pianeta.

Nonostante questo, il sensazionalismo mediatico riguardo la violenza dei mariti musulmani sulle proprie mogli non si ferma. Spesso questo tema è collegato al verso 34 della quarta Sura del Corano, il capitolo del libro sacro islamico interamente dedicato alle donne.

“Le virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse”, è il passo incriminato.

Anche nella traduzione italiana, offerta dall’editore, scrittore e responsabile di varie associazioni musulmane in Italia, Hamza Roberto Piccardo, come nelle varie traduzioni in altre lingue, il termine arabo wadribuhunna è reso con il verbo italiano battere.

La radice di questo verbo è in realtà usata anche per indicare l’acqua che colpisce il viso durante il lavaggio, come pure l’atto di viaggiare. Laleh Bakhtiar, traduttrice, psicologa e autrice americana di origine iraniana, ha suggerito che questa parola dovrebbe essere tradotta con il verbo mandare via.

“Dio non obbliga nessuno alla violenza, tranne in caso di guerra”, ha sostenuto la studiosa.

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Muslim Mental Health, le percosse del marito dovrebbero essere solo simboliche. La legge islamica infatti vieta ai mariti di lasciare lividi o altri segni sul corpo della moglie.

“Una moglie che subisca questo tipo di maltrattamenti dal marito ha diritto di rivolgersi al magistrato”, sostengono gli studiosi Murad, Badawi e Hutchinson nel loro libro The Majestic Quran.

Non è solo il Corano a parlare del rapporto tra marito e moglie. Anche il profeta Maometto si occupò del tema. Quando fu interrogato da un fedele, proprio sul contenuto dei versi sopra citati, ricordò ai suoi seguaci l’importanza della mitezza e della gentilezza nel rapporto tra uomo e donna.

Il profeta dell’Islam sconsigliò poi con fermezza la violenza coniugale e, in caso estremo, la permise a condizione di risparmiare il volto e che i colpi venissero inferti con un fazzoletto o con il siwàk, il bastoncino allora usato per la pulizia dei denti.

La violenza domestica, secondo la legge islamica, è accostata al concetto di danno, in arabo darar. Oltre alla violenza coniugale vi è compresa la mancanza di un sostegno finanziario da parte del marito verso sua moglie, una lunga assenza dell’uomo da casa, l’incapacità di soddisfare le esigenze sessuali della partner o qualsiasi maltrattamento, anche dei membri della famiglia della donna.

Esistono anche alcuni precedenti storici in questo senso. Nel XVII secolo infatti, durante l’impero ottomano, furono emesse diverse sentenze contro mariti violenti.

L’Islam permette inoltre a una moglie che abbia subito violenza dal coniuge di richiedere un risarcimento sotto forma di ta’zir, la punizione corporale inflitta a discrezione del giudice islamico a qualcuno ritenuto colpevole di un grave illecito.

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