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La Guyana ha il più alto tasso di suicidi al mondo. Perché?

Immagine di copertina

Il paradiso naturale del Sudamerica vanta un primato davvero triste: 44 persone ogni centomila abitanti decidono di togliersi la vita ogni anno

La Guyana è un piccolo paradiso naturale del Sudamerica: chilometri di foreste e un ambiente incontaminato che ospita una biodiversità tra le più vaste al mondo ne fanno una delle mete preferite dell’ecoturismo. guyana suicidi

Dal punto di vista etnico la Guyana ospita diverse comunità: le principali sono quella di origine indiana e africana, mentre il resto della popolazione, che costituisce meno del 10 per cento del totale, è composta da indigeni (residenti soprattutto nelle zone interne), cinesi ed europei (britannici e portoghesi in primis).

Sembra un luogo incantato, ma la realtà che nasconde è quella di profonde tensioni tra le due principali comunità, quella indo-guyana e quella afro-guyana, e di una povertà diffusa.

Non solo, la Guyana vanta anche il triste primato di essere il paese con più suicidi al mondo.

Una notizia inaspettata per chi sarebbe portato a considerare queste terre come simboli della joie de vivre, i luoghi per eccellenza dove la gente ha sempre il sorriso sulle labbra nonostante le difficoltà economiche, così lontano dalle frenetiche metropoli occidentali o dalla vita alienante degli impiegati giapponesi, a cui siamo abituati a pensare come i più propensi a togliersi la vita (quando in realtà il Giappone si colloca solo al 17esimo posto nella triste classifica dei paesi con il tasso di suicidio più alto al mondo; al secondo posto troviamo la Corea del Sud, con un ampio distacco dalla prima in classifica).

I numeri sono impressionanti: secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (dati del 2012) il tasso generale di suicidi è di 44,2 ogni 100mila abitanti. Se si va a guardare la distinzione per genere, quello degli uomini è di uno sconcertante 70,8, mentre quello delle donne di 22,1.

La percentuale di suicidi tra gli indo-guyana ammonta all’80 per cento, nonostante questi compongano solo il 40 per cento della popolazione. La maggior parte delle persone che decidono di togliersi la vita hanno un’età compresa tra i 15 e i 34 anni, giovani e giovanissimi.

Il 65 per cento delle persone che commettono suicidio in Guyana lo fa avvelenandosi con i pesticidi, facilmente reperibili per una popolazione di contadini, e un altro 25 per cento decide di impiccarsi. Inoltre, per ogni suicidio riuscito, ci sono fino a 25 casi di tentativi falliti.

Ma perché sono così tante le persone che tentano di togliersi la vita in Guyana?

Un primo problema è quello dell’incapacità delle istituzioni di affrontare o anche solo riconoscere i disagi psicologici che affliggono la popolazione, nonostante la diffusa presenza di depressione, ansia e scarsa autostima.

I problemi legati alla salute mentale sono ancora oggetto di stigmatizzazione, e né la legislazione né le strutture mediche sono in grado di fornire una risposta adeguata, per non parlare dell’isolamento sociale e dei pregiudizi che associano la malattia mentale a forme di stregoneria e possessione.

Bisogna poi prendere in considerazione l’instabilità politica, la povertà e gli alti tassi di criminalità che affliggono il paese.

(Qui sotto le cascate di Kaieteur, nel sud della Guyana. Credit: Andrea de Silva. L’articolo prosegue sotto l’immagine

Il dottor Bhiro Harry, capo del dipartimento di psichiatria dell’ospedale pubblico di Georgetown (la capitale della Guyana), intervistato dalla Bbc, ha anche un’altra spiegazione relativa all’incidenza dei suicidi sulla popolazione indiana.

Gli indo-guyana sono abituati a essere iper-protetti dalle proprie famiglie, questo fa sì che perdano la capacità di affrontare le difficoltà autonomamente, e si sentano facilmente sconfitti e depressi. Al contrario, gli afro-guyana sono più forti e resilienti.

Diametralmente opposta l’opinione della sociologa Paulette Henry, che individua nella fragilità dei nuclei familiari una delle cause primarie che spingono tanti giovani a uccidersi o che impediscono ai loro familiari di evitarlo.

Mentre il ministro della Sanità George Norton assicura che il miglioramento delle condizioni di salute mentale della popolazione della Guyana è tra le sue principali priorità, l’atto di commettere suicidio, o anche solo di provarci, resta ancora illegale e comporta una sentenza di custodia di due anni.

L’iniziativa per far fronte all’allarmante fenomeno, quindi, non arriva tanto dalle istituzioni quanto da organizzazioni no profit come la Guyana Foundation, che ha recentemente aperto un centro per offrire sostegno psicologico alla popolazione del paese, anche sotto forma di corsi di catering, decorazione floreale, sartoria, tintura e yoga.

Secondo gli organizzatori del centro, che ha aperto ufficialmente a ottobre ma è in attività sin da giugno, acquisire un’abilità tecnica aiuta a migliorare l’autostima, conferendo alle persone che partecipano ai corsi la sensazione di avere un ruolo attivo nella società a cui appartengono, di dare il proprio contributo.

Il direttore Anthony Autar ritiene che le persone che arrivano al centro, per lo più di età compresa tra il 25 e i 45 anni e per il 75 per cento donne, non abbiano legami affettivi forti che possano sostenerle e aiutarle, e che si sentano sole. Sono quindi incoraggiate a stringere amicizia tra di loro, a creare dei legami che possano essere un salvagente nei momenti di crisi, ma sono anche invitate ad affrontare il loro stato emotivo e a guardare negli occhi quelle che sono vere e proprie malattie – proprio come il diabete o l’ipertensione – anche se riguardano lo stato psico-emotivo più che quello fisico, come ad esempio la depressione.

(Qui sotto una mappa che colloca la Guyana nel subcontinente sudamericano)

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