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Guerra di frontiera

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Nel cuore del Maghreb fervono le attività jhadiste. Ma l'Algeria non ci sta. E libera l'esercito

Gli esperti la definiscono la più grande operazione militare da più di un decennio; per gli analisti è un chiaro segnale alla comunità internazionale riguardo l’ormai insostenibile presenza di armi e combattenti nel Maghreb; ciò che è certo è che i vertici algerini hanno deciso di avviare una massiccia operazione militare al fine di arginare la montante presenza di gruppi jihadisti e criminali nel proprio territorio.

Secondo il quotidiano governativo Biladi successivamente ripreso da Mahgrebia, l’esercito algerino avrebbe avviato una offensiva a tutto campo nelle montagne al confine con Tunisia, Libia e Mali, nell’ambito di una più ampia manovra di riconquista delle frontiere orientali e meridionali del paese dai gruppi legati ad al-qeda.

La prima fase dell’operazione, il cui nome in codice è Fath Moubeen (Conquista Definitiva), si concentrerà nelle zone di confine con la Tunisia e la Libia, specialmente nelle provincie orientali di Tebessa, Souk Ahras, El-Oued, e comprenderà anche le aree interne come la regione di Cabilia, dove è stato registrato il più alto numero di attacchi terroristici contro le forze di polizia.

Negli ultimi mesi, il comando dell’esercito algerino ha progressivamente rafforzato i propri ranghi con numerose unità antiterrorismo, e si stima che saranno impiegati nelle attuali operazioni di rastrellamento e monitoraggio dei gruppi terroristici fino a ventimila soldati tra forze speciali, para, e truppe d’elité.

Rabah Hadif, giornalista specializzato in sicurezza, ha osservato come il numero di truppe coinvolte in questa operazione sia “senza precedenti” e consenta “l’ampliamento del campo di applicazione delle operazioni belliche fino alle stesse roccaforti jihadiste”.

La tempistica dell’intervento non è casuale, e si inserisce in una più ampia lotta regionale che coinvolge i governi di Algeria, Tunisia, Libia, Mali e Mauritania, nel contrasto alla crescente presenza di armi e combattenti islamisti all’interno ed attraverso le proprie frontiere.

Negli ultimi anni l’instabilità nella regione del Sahel e del Sahara, è stata una fonte di forte preoccupazione per le nazioni interessate dal fenomeno. Numerosi studi pubblicati dal Centro di monitoraggio europeo per la criminalità organizzata (Opco) hanno più volte messo in guardia sul possibile collasso delle frontiere dei paesi della regione africana a seguito della crescente influenza dei gruppi salafiti jihadisti nella zona.

Secondo blogger locali, negli ultimi tempi vi sarebbe stato un notevole incremento di attività illecite nel triangolo al confine tra Algeria e Tunisia, soprattutto dopo la fuga di numerosi detenuti dalle carceri libiche e lo scoppio di scontri armati tra due tribù ad Ebian, al confine con la Libia.

La debolezza degli apparati statali nel controllo dell’area del Sahel hanno permesso ad al-qeda nel Maghreb islamico (Aqim) e ad altre organizzazioni jihadiste di espandere la loro influenza e stabilire rifugi sicuri in aree fuori dal controllo governativo, favorendo così lo sviluppo di numerose attività illecite tra cui rapimenti, contrabbando di droga e armi, nonché la gestione del traffico di migranti provenienti dall’Africa meridionale e diretti verso l’Europa.

Si ritiene, inoltre, che le reti di trafficanti legati ad Aqim abbiano stabilito piste di contrabbando che si estendono da Nalut fino all’oasi di Gadamis, nella parte occidentale della Libia, operando lungo tutto il confine algerino-tunisino.

La cronica instabilità in cui versano la Libia e la Tunisia preoccupa seriamente Algeri, e la possibilità che possano essere utilizzate dai gruppi salafiti-jihadisti per conquistare ulteriore territorio e potere non fa dormire sonni tranquilli ai vertici dell’esercito.

L’inusuale pubblicità all’operazione militare, e la fretta con cui il presidente algerino Bouteflika ha incontrato i media al di fuori delle mura del palazzo presidenziale sono infatti, secondo molti analisti, indicatori della scarsa fiducia del governo algerino circa l’efficacia dei paesi alleati nel contrastare i gruppi terroristici nella regione.

Il compito di “assicurare le frontiere” è ormai diventato l’obiettivo principale del governo, soprattutto alla luce delle conseguenze dell’intervento francese in Mali e della realtà tunisina dopo l’attentato a Mount Chambi, che a fine luglio ha ucciso otto soldati, e ha aperto un ulteriore fronte ad est.

E’ una situazione esplosiva dunque, ed è proprio Algeri quella che ha maggiormente da perdere riguardo la possibile creazione di un jihadistan alle porte di casa.

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