Albanese Ginammi a TPI: “Così stiamo condannando l’Europa all’irrilevanza”
“Senza una riforma dei Trattati, l’Ue rischia di essere schiacciata da Usa, Cina e Russia. Meno dichiarazioni pubbliche e più negoziati a porte chiuse sarebbero più efficaci”. Ma, come spiega a TPI il ricercatore di Roma Tre, “ora servirebbe un governo federale europeo”
Il mondo è in fermento: da Kiev al Medio Oriente, passando per il Venezuela e la Groenlandia. Mentre sul piano internazionale e geopolitico sembra affermarsi sempre più la legge del più forte, con le regole della diplomazia schiacciate dal “bullo” di turno, l’unico comune denominatore di tutti questi fronti aperti sembra essere uno: l’irrilevanza dell’Europa, che non riesce mai a far sentire la propria voce né a imporre le proprie decisioni. Da Caracas a Teheran, da Gaza all’Ucraina, la domanda è sempre la stessa: dov’è l’Europa? E, soprattutto, Bruxelles sarà mai in grado di confrontarsi alla pari con superpotenze come Stati Uniti, Cina e Russia? A queste e ad altre domande risponde il professor Alessandro Albanese Ginammi, ricercatore di Storia economica all’Università per Stranieri di Perugia, che a TPI spiega non solo che cosa sta accadendo nel mondo in queste ore, ma anche che cosa dovrebbe fare l’Europa per diventare finalmente un soggetto politico capace di parlare con una voce sola ed evitare, così, di essere condannata all’irrilevanza.
Dall’invasione russa dell’Ucraina all’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza, fino al blitz statunitense in Venezuela con l’arresto di Maduro e alle minacce alla Groenlandia: a livello internazionale sembra vigere la regola del più forte. È la fine della diplomazia?
«La diplomazia sta sicuramente cambiando. La logica anarchica del sistema internazionale è sempre stata, forse in modo più implicito in passato, quella per cui il più forte tende a ottenere qualcosa di più nei negoziati. Ciò che oggi è inquietante è il cambiamento di questa logica soprattutto sul piano linguistico. In passato ci si sedeva a un tavolo negoziale con un certo aplomb e si difendevano i propri interessi di politica estera. Oggi, invece, la negoziazione è preceduta da una serie di dichiarazioni pubbliche che sono vere e proprie minacce e una esplicitazione brutale dei rapporti di forza. Questo è preoccupante perché il passo successivo è l’operazione militare. La storia ci insegna che quando la diplomazia perde eleganza, stile e un codice di comportamento condiviso, si entra nella violenza, prima verbale e poi fisica. Tutti i casi citati ne sono un esempio».
Dopo il blitz in Venezuela, solo Pedro Sánchez e in parte Macron hanno criticato gli Stati Uniti. L’Europa, ancora una volta, non ha assunto una posizione univoca.
«Questo conferma l’immagine di un’Unione europea che, soprattutto in politica estera, è profondamente disunita nel definire linee comuni. Così facendo rende inesistente il concetto di Europa come attore geopolitico ed economico, oltre che militare. Ogni Stato sembra fare i conti con una politica estera sempre più nazionale, finalizzata a tutelare interessi particolari, spesso di corto respiro, senza curarsi dell’interesse comune più ampio. La Spagna, negli ultimi anni, si è distinta come una delle poche voci disposte a contraddire Washington su alcune questioni, anche per via dei suoi interessi in Sudamerica e Centroamerica. Esiste però un doppio binario tra ciò che si dice pubblicamente e ciò che avviene nella diplomazia delle stanze chiuse. Lo scollamento tra queste due dimensioni è evidente».
C’è poi la questione della Groenlandia. Francia, Germania e Svezia hanno inviato soldati. Siamo di fronte a una resa dei conti con gli Stati Uniti?
«La Groenlandia è l’esempio più chiaro di quanto detto. Dietro l’interesse per l’isola c’è il grande gioco dell’Artico, uno spazio strategico che guarda da un lato alla Russia e dall’altro a Paesi come Stati Uniti, Canada ed Europa, oltre alle enormi risorse energetiche nascoste sotto i ghiacci. Trump ha posto apertamente la Groenlandia al centro dei propri interessi strategici ed economici. Di fronte a questa ennesima dichiarazione esplicita, che rispecchia la tradizionale centralità dell’interesse economico nella politica statunitense, l’Europa reagisce in modo controproducente. Al di là delle affermazioni di principio, come il progetto di una generica indipendenza militare, è illusorio pensare di reggere il confronto con il partner militare che finora ha garantito la sicurezza europea. È una partita persa in partenza. Servirebbe invece una diplomazia profonda: una delegazione europea dovrebbe andare a Washington e rivendicare la partecipazione alla competizione per le risorse artiche accanto agli Stati Uniti. L’Europa dovrebbe pretendere di essere parte di questo gioco globale, pur condannandone le modalità aggressive. Non si tratta di essere accondiscendenti, ma di far valere la propria voce con gli strumenti adeguati. Meno dichiarazioni pubbliche e più trattative riservate sarebbero probabilmente più efficaci».
Un altro fronte di strettissima attualità è l’Iran. Cosa sta accadendo a Teheran e perché anche qui l’Europa resta ai margini?
«In Iran va considerata innanzitutto la dinamica interna: il Paese si avvia verso un possibile, storico cambio di regime. Su questo quadro si innestano interessi regionali legati al ruolo di Israele e alla sua solida alleanza con gli Stati Uniti, ma anche alla presenza di Russia e Cina. In questo grande gioco di potenze, che abbandonano ogni ipocrisia e si lanciano in una nuova corsa alla conquista di spazi di influenza o al sostegno di cambi di regime funzionali a nuovi accordi economici, il fattore del grande business resta centrale. L’Europa non riesce nemmeno a parlare con una sola voce al proprio interno, figuriamoci incidere su questi scenari. L’Iran, come il Venezuela, ne è un emblema».
Trump considera l’Europa irrilevante. Quanto pesano le divisioni interne degli Stati membri nel renderla vulnerabile alle pressioni statunitensi?
«Pesano moltissimo. La resa dei conti tra Stati Uniti ed Europa è iniziata da tempo. Trump non considera l’Europa solo irrilevante, ma persino fastidiosa, arrivando a definire alcuni alleati come “parassiti”. All’interno dell’Unione troviamo Stati, Italia compresa, spesso più fedeli a Washington che a un progetto realmente europeo. Molti Paesi, piccoli e fragili dal punto di vista economico e militare, temono di contraddire gli Stati Uniti. Il problema è che l’Europa, come soggetto politico unitario, non esiste: le politiche estere seguono agende diverse e non mancano tradimenti interni, piccoli e grandi. Questo atteggiamento disgregato condanna l’Europa all’irrilevanza ed è, semplicemente, indifendibile».
Questa fase segna la fine dell’Europa o potrebbe diventare un’occasione per riformarla?
«È una domanda che sento da troppo tempo per nutrire un ottimismo convinto. Non dico che sia troppo tardi, ma è difficile immaginare un vero cambiamento senza una riforma profonda dei trattati».
Cosa dovrebbe fare concretamente l’Europa per diventare un attore globale credibile?
«Tutto passa dalla riforma dei trattati. In Europa si discute molto di programmi, dal Green Deal al ReArm Europe, ma serve una vera scelta di coraggio, visione e pragmatismo: sedersi a un tavolo e riscrivere i trattati. Per non essere schiacciata da Stati Uniti, Russia e Cina, l’Europa dovrebbe trasformarsi negli Stati Uniti d’Europa, con un vero governo federale guidato da un primo ministro europeo. La figura della presidente della Commissione, così com’è oggi, non risponde a queste esigenze. Occorrerebbero un ministro degli Esteri europeo, non un Alto rappresentante privo di incisività, e un ministro degli Interni europeo, insieme a una solida identità basata su coesione e giustizia sociale. La perdita di fiducia nell’Europa è anzitutto interna: mancano un’unione fiscale e una politica industriale, superare i parametri di Maastricht e l’austerity in favore di una vera redistribuzione della ricchezza che darebbe all’Europa credibilità soprattutto agli occhi dei suoi cittadini».
È possibile in futuro un rapporto più equilibrato con gli Stati Uniti?
«Sono cautamente pessimista. Il fenomeno Trump va oltre Trump: gli Stati Uniti prescindono dalla figura del singolo presidente. Se questo atteggiamento nei confronti dell’Europa dovesse proseguire, l’Ue rischierebbe di essere travolta e di sgretolarsi. Se invece l’Europa riformasse i trattati e si rafforzasse politicamente, si aprirebbe uno scenario opposto, in cui gli Stati Uniti guarderebbero a un’Europa forte con maggiore diffidenza. È però la strada più auspicabile».
Quanto l’Europa è vincolata alle scelte economiche degli Stati Uniti?
«In modo significativo. Pur disponendo di alcune importanti leve negoziali, le fragilità strutturali e la mancanza di identità comune finiscono per neutralizzarle. Gli Stati Uniti sono un colosso economico perché sono una federazione. Se l’Europa fosse davvero gli Stati Uniti d’Europa, avrebbe un peso ben diverso anche sul piano economico».
Sul piano economico e tecnologico l’Europa sta perdendo terreno. Come può recuperare?
«Un’occasione si era presentata quando Trump aveva attaccato il mondo delle università, aprendo la possibilità di attrarre ricercatori negli atenei europei. In Francia, ad esempio, si è parlato di dare “asilo scientifico”. Ridurre il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina richiede investimenti seri in istruzione, dalla scuola all’università e alla ricerca. Oggi questi investimenti restano insufficienti e disomogenei tra i Paesi europei».
In campo energetico l’Europa agisce per strategia o per vincoli esterni?
«Siamo largamente vincolati da una dipendenza esterna. Siamo indietro su ricerca e sviluppo. Un esempio recente: la Turchia ha scoperto un grande giacimento di terre rare in Anatolia e ha subito cercato partnership tecnologiche a Pechino, Mosca e Washington. Bruxelles non è stata interpellata. Senza investimenti in ricerca e sviluppo è difficile essere competitivi e costruire un progetto che garantisca all’Europa maggiore autonomia e minore dipendenza dall’esterno».