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Colpiti dal gas tossico

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Le conseguenze degli attacchi con le armi chimiche in Siria dal punto di vista di chi li subisce

Un attacco con le armi chimiche fa lo stesso rumore di una lattina che cade per terra. Non ha nulla di spettacolare, e quindi è difficile da rilevare. Serve al suo scopo: nel momento in cui capisci di essere stato colpito è troppo tardi.

Silenzioso e inodore, il gas tossico si fa strada nell’organismo. Poi compaiono i sintomi: tosse violenta, bruciore agli occhi, visione offuscata. Le pupille si restringono, il respiro diventa un sibilo, in casi estremi si perde conoscenza e si muore soffocati.

“Abbiamo pensato che fosse un colpo di mortaio non esploso, e nessuno vi ha veramente prestato attenzione”, ha detto Omar Haidar ai reporter di Le Monde.

Omar è capo della brigata di Tahrir al-Sham (Liberazione della Siria), che si trovava sul fronte di Jobar, nella periferia di Damasco, quando è stato usato il gas. In questa zona gli attacchi con le armi chimiche sono diventati una routine nella seconda metà del mese di aprile.

Poche maschere antigas sono state distribuite, dando priorità agli uomini che si trovano in posizioni fisse, dove un semplice muro a volte segna il limite del territorio in mano ai ribelli. I ribelli dell’Esercito siriano libero hanno tenuto regolari lavaggi per gli occhi e possiedono siringhe pronte con un siero speciale contro il veleno.

Il gas non è stato diffuso su una vasta zona di territorio, ma utilizzato in luoghi specifici. L’obiettivo degli attacchi sembra essere stato tattico: il governo voleva destabilizzare le unità dei ribelli nelle zone dove i soldati governativi non sono erano in grado di eliminarle. Al tempo stesso si è trattato probabilmente di un test.

Fonti locali hanno parlato di attacchi con il gas tossico a partire dal mese di marzo ad Adra, Otaiba e Jobar. Ma mentre a Jobar esso è stato utilizzato con maggior cautela, ad Adra e Otaiba, più lontane dalla capitale, le quantità utilizzate sono state maggiori, a giudicare dal numero di casi arrivati negli ospedali contemporaneamente.

Alcuni giornalisti di Le Monde hanno visitato otto centri medici nella parte orientale della regione Ghouta e hanno trovato solo due centri in cui i dirigenti medici hanno detto di non aver visto combattenti o civili colpiti da attacchi di gas.

A Nashibiyya, i medici hanno detto di aver registrato 60 casi provenienti da Otaiba in un solo giorno, il 18 marzo. La loro modesta struttura non possedeva i mezzi per gestire questo afflusso, in particolare per la mancanza di ossigeno, così cinque pazienti sono morti per soffocamento.

Uno dei medici dell’ospedale Al-Fateh de Kafer Battna – il principale nella regione – il dottor Hassan O., ha descritto i sintomi dei pazienti in dettaglio. “Le persone che arrivano hanno problemi di respirazione”, ha detto. “Le loro pupille sono ristrette. Alcuni vomitano. Hanno perso l’udito, non possono parlare, i loro muscoli respiratori sono inerti. Se non gli somministriamo un trattamento di urgenza, vanno incontro alla morte.”

La sua descrizione è identica a quella di altri medici intervistati dai giornalisti di Le Monde. Con alcune piccole variazioni: a seconda della zona in cui sono avvenuti gli attacchi, i combattenti dicono che le sostanze chimiche siano state rilasciate da razzi o da alcuni tipi di granate.

Salvare le vite dei soldati con i più gravi problemi respiratori richiede di condurli prima attraverso un lungo labirinto di edifici con le pareti forate, attraverso trincee e gallerie scavate per evitare i cecchini nemici, per raggiungere l’ambulanza improvvisata parcheggiata in un piccolo spazio poco appariscente.

Poi essi devono essere guidati in una corsa ad alta velocità attraverso le strade sotto i proiettili al fine di raggiungere l’ospedale prima che i soldati muoiano di soffocamento.

Elizabeth O’Bagy, ricercatrice dell’Istituto per lo studio della guerra e direttrice della “Syrian Emergency Task Force”, ritiene che i ribelli che stanno partecipando alle operazioni offensive o proteggendo le città ammontino a circa 80,000 o 100,000, e che la maggior parte di loro sia direttamente collegata al Consiglio Militare Supremo (Smc), nato nel dicembre 2012, e guidato dal generale Salim Idriss. Ma vi è anche una moltitudine di gruppi ribelli minori non legati all’Smc, in particolare oscillerebbero tra i 5 mila e i 7 mila i ribelli che supportano Jabhat al-Nusra e ISIS, affiliati di Al-quaeda.

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