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    In Cambogia migliaia di persone sono rimaste senza cibo e medicine a causa del lockdown

    Soldato di fronte a forniture di cibo destinate a famiglie nelle zone rosse, a Phnom Penh il 24 aprile 2021. Credit: Andy Ball/SOPA Images via ZUMA Wire
    Di Giulio Alibrandi
    Pubblicato il 13 Mag. 2021 alle 18:47 Aggiornato il 13 Mag. 2021 alle 18:58

    In Cambogia migliaia di persone sono rimaste senza cibo e medicine a causa del lockdown

    In Cambogia migliaia di persone hanno difficoltà a reperire cibo a causa delle restrizioni per limitare la diffusione del nuovo coronavirus, dopo un’impennata di casi negli ultimi due mesi. Da settimane, decine di migliaia di cambogiani che vivono nelle “zone rosse” ad alto rischio di contagio non possono lasciare la propria abitazione se non per necessità mediche, impedendo loro anche di andare a lavorare o ad acquistare cibo o medicinali.

    Il governo cambogiano ha fatto ricorso a leggi estremamente restrittive per contrastare l’aumento dei casi di coronavirus, prevedono multe da 1 a 20 milioni di riel (da 200 a 4.100 euro) e pene da sei mesi a cinque anni di reclusione, mentre le forze dell’ordine sono state accusate di picchiare chi viola le restrizioni.

    Misure “fondamentalmente irragionevoli” secondo Amnesty International, che assieme ad altre ong ha accusato il governo di aver gestito in maniera “vergognosa” l’emergenza, impedendo alle organizzazioni umanitarie di accedere alle zone rosse per portare aiuti. “Abbiamo verificato le testimonianze, [la situazione] sta diventando critica”, ha dichiarato il portavoce di Amnesty per il Sud-Est asiatico e il Pacifico, Elliot Fox.

    Il governo a sua volta ha definito “menzogne” quelle rivolte da Amnesty e altre organizzazioni, affermando di essere in grado di essere in grado di portare aiuti a chi ne ha bisogno. Ad aprile più di 50.000 persone si sono iscritte in dieci giorni a un canale Telegram aperto dalle autorità della capitale Phon Penh per accogliere le richieste di aiuti alimentari. Secondo quanto dichiarato dalla Lega cambogiana per la promozione e la difesa dei diritti umani (Licadho) al Guardian, meno di una settimana dopo essere stato aperto, gli iscritti chiedevano perché non stavano ricevendo risposta. Il canale è stata poi chiuso il 6 maggio, pochi giorni dopo la fine del lockdown di tre settimane imposto nella capitale, che però non ha posto fine alle restrizioni. Attualmente circa 150.000 persone infatti ancora risiedono in zone rosse in tutto il paese.

    Dopo essere stati prossimi allo zero per larga parte del primo anno di pandemia, da fine febbraio i casi giornalieri in Cambogia sono esplosi, arrivando al record di 938 il 4 maggio, per poi scendere poi sotto i 500 casi questa settimana. Negli ultimi giorni il bilancio ha superato i 20.000 casi, a fronte di 136 decessi, dai circa 500 casi di fine febbraio.

    A fine aprile, il primo ministro Hun Sen, in carica dal 1985, ha promesso un sussidio per tutte le famiglie povere che vivono nelle aree sottoposte a restrizioni. Successivamente Hun, anche presidente del Partito Popolare Cambogiano, ha ritrattato e si è impegnato a fornire aiuti alimentari. Dopo l’intervento del capo del governo in risposta alle proteste per le restrizioni, la scorsa settimana il lockdown è finito in molte delle città principali del paese ed è terminato anche il divieto agli spostamenti tra province. Una misura che il governo spero possa contribuire ad alleviare il problema della disponibilità di cibo, consentendo a molti residenti delle città di tornare nelle proprie abitazioni in campagna.

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