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Ricordando Berta Càceres, attivista per i diritti degli indigeni uccisa in Honduras

Immagine di copertina
Berta Caceres

“Sono una combattente per i diritti umani e non voglio mollare”. Così amava definirsi Berta Càceres, l’attivista indigena dell’Honduras assassinata nella sua abitazione giovedì 3 marzo da uomini armati.

Non era la prima volta che la donna riceveva delle minacce per il suo impegno civile. Nel 2013, in concomitanza con le elezioni generali del paese per l’elezione del presidente e dei membri del parlamento, Càceres rilasciò una delle sue rare interviste a The Guardian, in cui raccontava delle pressioni ricevute per la sua campagna volta a proteggere il territorio della comunità dal progetto di costruzione di una diga idroelettrica supportato dal governo.

Da ventitré anni Berta combatteva in difesa dei diritti degli indigeni dell’Honduras, grazie anche al supporto dell’organizzazione da lei stessa fondata ossia il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene (Copinh) attiva a La Esperanza, sua città natale. 

La donna viveva costantemente con la paura di essere uccisa. Non rispondeva quasi mai al telefono, raramente restava nello stesso luogo per due giorni di fila e non viaggiava mai da sola. Non aveva guardie del corpo e le uniche persone che la proteggevano e di cui lei stessa si fidava erano i volontari della sua associazione. 

Non si sentiva tranquilla nemmeno fra le pareti della sua abitazione, circondata da montagne coperte di pini. Parlava della sua vita, ma spesso si fermava per timore che qualcuno potesse sentirla. “Mi tengono sotto controllo a distanza”, confessò la donna. 

“Minacciavano di volermi stuprare e addirittura uccidere. Dovevo proteggere la mia famiglia e per questo sono stata costretta a vivere lontana dai miei figli. Ma la mia missione era quella di rimanere qui e combattere”.

“Non posso camminare liberamente nel mio paese o nuotare nel fiume sacro. Non posso vivere in pace, e ho sempre paura di essere uccisa. Ma mi rifiuto di andare in esilio. Io sono una combattente dei diritti umani e non voglio rinunciare a questa lotta”.

La donna non nascondeva di temere per la sua incolumità, ma era consapevole che le precauzioni prese negli anni per garantire la sua sicurezza non erano sufficienti. Se i suoi nemici avrebbero voluto ucciderla, non ci sarebbe stato alcunché da fare.

“L’esercito ha una lista di 18 combattenti per i diritti umani da eliminare. Il mio nome è in cima all’elenco. Io però voglio vivere, ci sono ancora molte cose che voglio fare in questo mondo. Non sarò mai al sicuro in questo paese in cui prolifera la totale impunità verso atti criminali, e quando vorranno uccidermi lo faranno”.

Queste parole, a sei giorni dalla sua morte, risuonano sinistre. Berta Càceres è stata uccisa da ignoti per essersi opposta alla costruzione di una diga che sarebbe stata realizzata di lì a poco e che andava contro la volontà della popolazione indigena Lenca, la comunità di 250mila persone a cui l’attivista apparteneva. 

Secondo le autorità locali, la donna sarebbe stata prima picchiata e poi uccisa con otto colpi di pistola in un tentativo di rapina finito male. Questa ipotesi è stata subito respinta dagli amici e dai parenti della donna, i quali confermano che l’attivista aveva subito minacce di morte da proprietari terrieri, dalla polizia e dall’esercito.

Il 5 marzo si sono svolti i funerali di Berta Càceres. Una grande folla si è riversata sulle strade di La Esperanza per accompagnare il feretro della donna che per due decenni si era battuta per i diritti del popolo indigeno. La bara bianca è stata trasportata a spalla, mentre decine di manifestanti intonavano slogan di libertà e giustizia.

La folla ha marciato per più di 10 km dall’abitazione della donna fino alla cappella dove è stata celebrata una messa in sua memoria. Berta è stata sepolta nel cimitero di La Esperanza a circa 300 km a est della capitale Tegucigalpa.

Al funerale erano presenti i suoi quattro figli e il suo ex marito. Le sue uniche parole per ricordare la donna sono state di perdono: “Perdonami Bertita, perdonami per non aver capito la tua grandezza”.

Il presidente Juan Orlando Hernandez ha detto che le autorità stavano indagando sull’omicidio della donna, con il supporto degli Stati Uniti. L’ambasciatore americano in Honduras, James Nalon, presente al funerale ha detto: “Abbiamo aperto un’indagine rapida ed esauriente per cercare i responsabili”.

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