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Home » Cultura

Eretiche in sala, discriminate dietro le quinte: il progetto Visionarie torna a Roma dal 30 al 31 gennaio

Immagine di copertina
Credit: Visionarie - Foto Shirin Neshat

La rassegna celebra la presenza femminile nei linguaggi creativi ma stereotipi e gap salariali ostacolano ancora la parità. Così una donna su due deve rinunciare alla carriera artistica. "Il potere non ancora ma il racconto è già in mani femminili”, spiega a TPI l’a.d. di Cattleya, Riccardo Tozzi,. “Proponiamo un altro tipo di autorevolezza”, suggerisce la presidente dell'APA, Chiara Sbarigia

La parità di genere nel cinema è ancora un film da girare. Lo conferma la nuova ricerca Women in Film, presentata al Festival di Cannes 2025 che evidenzia come, nonostante i successi femminili crescenti, quasi una donna su due in Italia (48%) rinunci alla carriera cinematografica o artistica, pur avendo talento e inclinazione per questo settore. È un dato superiore alla media Ue (43%) e legato principalmente alla mancanza di contatti, scarsa autostima, accesso limitato a risorse.
Secondo la ricerca, il 53% delle italiane percepisce un rallentamento nei progressi e il 51% addirittura un aumento delle barriere rispetto a cinque anni fa. Nonostante una migliore rappresentazione femminile davanti alla macchina da presa, dietro le quinte la parità è ancora lontana. Ad oggi i dati riguardanti la partecipazione femminile nei ruoli apicali dell’industria cinematografica sono piuttosto inquietanti.
Secondo un rapporto del Center for the Study of Women in Television and Film dell’Università di San Diego, solo il 16% dei registi, sceneggiatori, produttori, produttori esecutivi, e direttori della fotografia dei 100 film più visti di questi ultimi anni, sono donne.

Ostacoli strutturali
Questo dimostra che ci sono ancora troppe disuguaglianze di genere nell’industria cinematografica. Di questo tema si occuperà venerdì 30 e sabato 31 gennaio 2026, nella cornice di Palazzo Merulana a Roma, “Visionarie – donne tra cinema, tv e racconto”, progetto ideato e diretto da Giuliana Aliberti. Due giornate di incontri, testimonianze, scambi e visioni che celebrano la presenza femminile nei linguaggi creativi. Ancora più eretiche è il titolo di quest’anno, un’affermazione di coraggio e un invito a disobbedire, a riscrivere, a trasformare.
«Gli ostacoli che le donne dello spettacolo e della cultura si trovano ad affrontare sono simili a quelli che, in generale, si manifestano nel mercato del lavoro ma in questo ambiente gli stereotipi di genere possono avere un ruolo ancora più cruciale», ci spiega Giuliana Aliberti. «Studi di settore mostrano il campo dei media con una sotto rappresentazione delle figure femminili ai vertici dei processi decisionali. Le conseguenze ovviamente si manifestano in maniera esplicita sul piano economico dove si rileva una notevole differenza di trattamento riservato alle donne dell’industria cinematografica. Per questo ho voluto iniziare il programma di incontri di Visionarie, venerdì 30 gennaio, con un panel di confronto focalizzato su gender gap, parità salariale e certificazione di genere, che vede la partecipazione di Chiara Gribaudo, promotrice della legge sulle pari opportunità per le donne che lavorano e presidente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia».

Interventi legislativi
«Le donne sono la metà della forza lavoro di questo Paese precisa a TPI Chiara Gribaudo. «Eppure vengono pagate meno a parità di incarico, trovano più intralci nella carriera, spesso hanno contratti part-time involontari per conciliare la professione e la vita privata. A ottobre 2021 è stata approvata all’unanimità la legge 162/202, di cui sono prima firmataria, con inclusa la certificazione di genere, un attestato che deve valutare le misure adottate dai datori di lavoro per ridurre il divario di genere. Sono passati quattro anni, a che punto siamo? Non lo sappiamo perché abbiamo a che fare con una maggioranza di Governo che non informa il Parlamento sulla situazione del gender gap e non ci consegna i dati sulle certificazioni. Sostenere questa misura significa cambiare la cultura del mercato del lavoro e favorire l’occupazione femminile, che non porta solo pari opportunità ma anche crescita economica».
Questo fenomeno è però più importante di quanto non si pensi poiché non è solamente legato all’effetto diretto che questa discriminazione ha sul lavoro delle donne. Nel settore culturale la posta in gioco è molto più alta e riguarda l’influenza che una comunicazione sbilanciata e parziale ha nella vita delle persone. Le donne che desiderano produrre film hanno il doppio della difficoltà a intercettare finanziamenti, a distribuire le loro opere. Tutto ciò ha anche la conseguenza che senza possedere ruoli decisionali, le donne difficilmente riescono a dare opportunità di lavoro ad altre professioniste.

Controcorrente
In controtendenza c’è l’esperienza di Benedetta Caponi, direttrice commerciale di I Wonder Pictures, distribuzione cinematografica indipendente, prima donna a ricoprire un ruolo vulgato al maschile fin dal 2001. «Essere donna in questa industria è stato pionieristico perché il mio percorso si è svolto da autodidatta: un lavoro imparato e compreso facendolo sul campo, fin dal 2001. Ho distribuito oltre 500 film. Sono orgogliosa delle scelte che ho fatto soprattutto per “La Voce di Hind Rajab” – Gran Premio della Giuria alla 82 Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia», ci rivela Caponi. «Kaouther Ben Hania è una cineasta straordinaria con uno sguardo estremamente lucido sulla realtà e questo film è stato un ponte fondamentale per far arrivare la voce della Palestina e quella della piccola Hind al mondo intero, affinché si prendesse atto dell’orrore indicibile che purtroppo oggi è divenuto anche una catastrofe umanitaria».
Ancora più esigua, però, è la presenza delle donne nella produzione cinematografica italiana anche per i pregiudizi intorno alla figura femminile nei ruoli di potere: meno fiducia, meno credibilità, meno possibilità di ricevere grossi finanziamenti. «Per noi non è stato così», ci racconta invece Riccardo Tozzi, fondatore e a.d. di Cattleya. «A un certo punto della nostra storia ci siamo resi conto che le donne rappresentavano l’80% dello staff. La mia vice, Francesca Longardi, guida una squadra essenzialmente femminile, e sono donne le responsabili dell’amministrazione e del marketing. Per rispettare gli standard internazionali ho voluto formalizzare una serie di standard di genere. Abbiamo responsabili che controllano il rispetto della parità salariale, la correttezza dei comportamenti in azienda e sul set. La forte presenza femminile nei ruoli editoriali di Cattleya ha favorito la scelta di scrittrici e registe. Il potere non ancora, ma il racconto è già in mani femminili»

Che fare?
«Spesso mi si chiede cosa può fare la cultura in termini di empowerment femminile», aggiunge Chiara Sbarigia, presidente APA (Associazione Produttori Audiovisivo). «Penso che sia fondamentale condividere, come succede in Visionarie, esperienze positive, saperi, storie ed esempi di donne che ce l’hanno fatta, che non hanno aspettato la gentile concessione di una quota rosa per prendersi il posto che meritavano. Perché la vera sfida è proporre un altro tipo di autorevolezza, senza bisogno di utilizzare cliché maschili. Non si tratta di produrre una contro-narrazione, né di decostruire le storie già scritte, ma piuttosto di raccontare e dare spazio al pezzo mancante, che siamo noi».

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