La solitudine dell’individuo scientifico: colloquio con Massimiliano Smeriglio
Un prof di chimica, ossessionato dagli elementi, perde la moglie e cade in uno stato di apatia, lasciando andare ogni contatto col mondo esterno. Il nuovo libro di Massimiliano Smeriglio, dal titolo "Il legame covalente", racconta una storia minima che è lo specchio di quest’epoca. In cui la dimensione pubblica resta fuori dalla vita delle persone
Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma Capitale, ha appena pubblicato per Mondadori il suo nuovo romanzo, dal titolo “Il legame covalente”. Il libro racconta la storia di un professore di chimica che perde la moglie in seguito a una forma aggressiva di leucemia. Il lutto lo fa sprofondare in uno stato di apatia e solitudine, aggravato anche dal difficile rapporto con la figlia, emigrata in Bretagna. Ma una scoperta inaspettata aprirà nuovi scenari.
Smeriglio, partiamo dal titolo, “Il legame covalente”: a cosa fa riferimento?
«Tutto il libro è un omaggio a Primo Levi. È dedicato ai sommersi e ai salvati. Considerati i tempi che stiamo vivendo, è sempre buona regola ricordarci che l’orrore non è alle nostre spalle ma può essere davanti a noi. In chimica, il legame covalente è un particolare legame in base al quale due atomi raggiungono una configurazione più stabile se condividono fra loro degli elettroni. Mi sembrava interessante e di buon auspicio traslare questa dinamica nelle relazioni umane: l’idea del trovare l’equilibrio solo se si sta insieme, anziché da soli».
Il protagonista è un professore di chimica, la moglie una tecnica di laboratorio, ogni capitolo del libro è dedicato a un elemento della tavola periodica. Cosa rappresenta la scienza in questo romanzo?
«Rappresenta la possibilità di leggere in modo oggettivo il contesto in cui siamo immersi. Ma può diventare anche un’ossessione. Il protagonista del libro vede il mondo solo attraverso la tavola periodica, ma la scienza da sola non basta, perché non è mai neutra – è sempre orientata da interessi particolari – e soprattutto perché, come esseri umani, abbiamo bisogno anche della dimensione affettiva relazionale, una dimensione immateriale e irrazionale. Il protagonista fa parecchia fatica a riconoscerlo. A partire dalla relazione con la figlia adolescente, con la quale si produce già nella preadolescenza una frattura che aumenterà via via e che ci accompagnerà per gran parte del romanzo fino a modificarsi solo nella parte finale».
Quando muore sua moglie, il protagonista si chiude in se stesso.
«La sua cifra diventa la solitudine. Anche quel poco di vita sociale che gli garantiva la professione scolastica di docente viene meno. Il suo diventa un mondo rarefatto, asciugato fino all’essenza. Rimane solo una figura a fare da controcanto: Rossellona, una ragazza della sua stessa età che però probabilmente ha avuto un ritardo di apprendimento cognitivo, un male mai del tutto diagnosticato. Lei è l’unica con cui conserva una relazione. Tutto il resto si dirada. E dalla solitudine il protagonista precipita in depressione, nelle forme del barbonismo domestico, dell’alcolismo, della dipendenza dal gioco. Poi, a poco a poco, il dolore si trasforma anche in odio e rancore con pulsioni anche violente. Ma lui continua a vivere questa condizione in totale solitudine, senza alcun supporto da parte del sistema pubblico».
Il romanzo si svolge quasi esclusivamente in ambienti privati, la dimensione pubblica è pressoché assente: tipico dei nostri tempi.
«Sì, è una storia minima, una storia di interni, di una famiglia mononucleare piccolo-borghese che vive gran parte della propria esistenza solo nelle relazioni private, scollegata dalla dimensione pubblica. A un certo punto c’è un imprevisto, la malattia della moglie: tutta la fase delle cure e poi quella del lutto vengono vissute dal protagonista in solitudine, senza un sostegno da parte del pubblico. Nel libro la dimensione politica è rappresentata per sottrazione da tutto ciò che manca e che rende la vita delle persone sostanzialmente una scommessa di carattere individuale o al massimo di carattere familiare».
Lei è un uomo di sinistra. Ritiene che la sinistra abbia delle responsabilità in questa scomparsa della dimensione politica dalla vita delle persone?
«Se siamo in questa situazione, è evidente che qualche responsabilità storica di medio periodo c’è. Ma credo sia un errore drammatico sottovalutare la capacità e la potenza egemonica della destra: la destra riesce a parlare e a governare con poche parole che puntano il dito contro nemici immaginari. La sinistra, il campo in cui io milito sin da bambino, deve avere il coraggio di ripensarsi e di accettare nuove sfide: alle domande, ai bisogni, ai desideri del presente non si può rispondere con soluzioni del passato. Oggi spesso la sinistra subisce l’agenda della destra, che prova esclusivamente a mitigare: questo secondo me è un errore. Occorre cominciare a ripiantare i paletti di una contro-narrazione: non la competizione ma la cooperazione, non il razzismo ma l’antirazzismo, non il patriarcato ma il femminismo, non il nazionalismo ma la dimensione perlomeno europea. L’umanità contro la disumanità delle guerre, della violenza o del post-umano proprio del capitalismo barbarico contemporaneo. Questa è la sfida che siamo chiamati a mettere in campo, ed è una sfida di carattere planetario».
La figlia del professore, Beatrice, fa parte di una generazione la cui adolescenza è stata bruscamente interrotta dalla pandemia di Covid-19. Il lockdown è stata un’esperienza che marchierà le loro vite per sempre.
«Ci sono dati ed evidenze scientifiche clamorose su come il lockdown abbia prodotto sfregi e disagi in quella generazione che all’epoca aveva tra i 17 e 22 anni. In quel periodo il collegamento con il mondo era garantito esclusivamente dai social. Anche in questo caso siamo davanti a un impoverimento affettivo e relazionale: l’ansia di cui soffrono oggi molti giovani si è prodotta anche per questa difficoltà o incapacità di costruire relazioni. Beatrice fa pienamente parte di questa generazione – sebbene poi ci metta anche del suo: è un personaggio molto estremo –: si distanzia dal nucleo familiare, che, fino aalla malattia della madre, era una bolla di armonia e di amore, un luogo dove la figlia è intensamente amata e sostenuta. Ma proprio quell’eccesso d’amore finisce per soffocarla. Solo nella seconda parte del romanzo questa distanza comincerà ad accorciarsi».
Nel libro si affronta anche il tema dello sfruttamento del lavoro e di come la ricerca del profitto prevalga senza scrupoli sui diritti dei lavoratori.
«Purtroppo si tratta di una situazione che ormai è stata normalizzata in molti ambienti di lavoro. Questo è uno dei drammi e degli scandali che derivano dall’impoverimento della capacità contrattuale del mondo del lavoro rispetto alla controparte datoriale. Nel libro, il protagonista a un certo punto intuisce che la moglie, tecnica di laboratorio, si è ammalata di leucemia perché è stata a lungo esposta alla formaldeide. La donna è morta per colpa di mancati controlli e della mancanza di dispositivi di sicurezza sul luogo di lavoro. Di nuovo, emerge l’assenza di una protezione dal pubblico: il lavoratore è abbandonato a sé stesso».
Il romanzo abbraccia anche la questione del fine-vita. Nonostante le ripetute pronunce giurisprudenziali, il Parlamento si ostina a non legiferare in materia. Perché questa reticenza?
«La storia che racconto ci mette a contatto proprio con quel confine dato dall’accompagnamento tra la vita e la morte: un viaggio lungo la malattia, il dolore, la scomparsa. Nel nostro Paese – ma non solo nel nostro, per la verità – spesso il dibattito sul fine vita è utilizzato dalla politica come una clava, con estrema violenza. Ma quando le persone comuni si trovano a fare i conti con un tema così grande e complicato non esistono alibi o approcci ideologici: esistono il dolore di chi sta soffrendo e il dilemma di chi assiste chi sta soffrendo. Penso che, di fronte a questo, la politica dovrebbe avere un sussulto di umanità – anziché di ideologie – e riconsegnare questo dibattito a una dimensione legata al pudore, all’intimità, alla grazia delle persone. Purtroppo oggi non è così, e questo fa male alla credibilità del sistema politico».