L’arte ferita dalla Palestina al Mediterraneo: una mostra a Brescia ricostruisce la galleria di Eltiqa Group for Contemporary Art distrutta a Gaza
Opere salvate dalla guerra, identità in movimento e memorie condivise. La rassegna ospitata dal Museo di Santa Giulia ricostruisce simbolicamente la galleria di Eltiqa Group for Contemporary Art distrutta nella Striscia e svela il rapporto tra creatività e solidarietà
L’arte è, fin dai primordi, espressione dell’interiorità dell’essere umano, del suo stupore e della consapevolezza innanzi a ciò che lo circonda e al mistero della vita. Il raccolto e la caccia, la fratellanza e la ritualità, la rappresentazione di animali (equini, bovini, cervi) nelle Grotte di Lascaux sono alcuni dei soggetti che hanno lasciato la loro traccia come testimonianze di un passato remoto che risuona, tuttavia, ancora nel nostro presente.
L’arte è anche presa di coscienza, riflessione e azione, interpretazione e rielaborazione della realtà in cui siamo immersi: non può prescindere dal contesto in cui sorge. Anche se l’arte non è politica e ad essa non può ridursi, allo stesso tempo non può dimenticare, ignorare, cancellare dal suo sguardo la vita che palpita, scorre e si arresta quotidianamente, essendo la cartina tornasole della civiltà, fiorendo nei momenti di prosperità ma anche, o forse soprattutto, nel dolore. L’arte si insidia nella ferita aperta, nella paura, nell’urgenza di condannare la violenza e la prevaricazione.
Così durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1916, nasceva a Zurigo il Dadaismo come atto di ribellione alla guerra e al finto perbenismo borghese che non aveva evitato lo scaturire del conflitto. Subito dopo la sua fine, nel 1919, in Germania era la volta della “Neue Sachlichkeit”, ossia “Nuova oggettività”. L’espressionismo tedesco incluse così la brutalità, lo spaesamento, il nonsenso, l’orrore per la morte e i corpi menomati nei dipinti di Otto Dix, Max Beckmann e George Grosz. Nello stesso periodo, erano gli anni Venti a Parigi, si posero le basi per la nascita del Surrealismo che esprimeva un desiderio di fuga da una realtà che aveva ormai perso le sue coordinate essenziali e, con esse, i valori di pietà e umanità.
Un fermo-immagine geopolitico
“Material for an exhibition. Storie, memorie e lotte dalla Palestina e dal Mediterraneo” è a cura di Sara Alberani, curatrice indipendente e attivista di base a Roma, che dal 2020 co-dirige LOCALES, piattaforma curatoriale per la produzione di interventi site-specific e pratiche decoloniali nello spazio pubblico della capitale. È più di una mostra che possiamo visitare presso il Museo di Santa Giulia a Brescia (fino al 22 febbraio 2026): è un fermo-immagine di una situazione geopolitica che sta cambiando. Gli artisti inclusi sono i palestinesi Mohammed Al-Hawajri, Dina Mattar, Emily Jacir (Leone d’oro a Venezia nel 2007) e l’artista libanese Haig Aivazian. Ci si sofferma in questo caso, anche per l’agitazione mondiale che ha sollevato, sulla Palestina e sul Mediterraneo, ma senza dimenticare i conflitti attivi in altre parti del mondo.
In una stanza sono disposti come sugli scaffali di una libreria bianca 1.000 libri, completamente bianchi, pagine e copertina, senza una sola parola vergata. Avvicinandosi, si nota che ognuno di questi presenta un foro. Sono stati, infatti, tutti attraversati da un proiettile. Si tratta dell’opera “Material for a Film” di Emily Jacir. Per comprenderla, bisogna andare a ritroso nel tempo, al 16 ottobre 1972: Wael Zuaiter, scrittore e traduttore palestinese, rifugiato politico a Roma, viene assassinato dal Mossad innanzi al portone di casa. 12 proiettili raggiungono le spalle e la testa ma non solo: un proiettile performa il volume II dell’edizione araba di “Le Mille e una Notte” che si trovava nel suo taschino. Il progetto di Zuaiter da 10 anni, da quando si trovava in Italia, era quello di tradurre in italiano, direttamente dall’arabo-persiano e non dalle edizioni inglesi e francesi, l’antichissima raccolta di racconti orientali, incentrata sul re persiano Shahriyār. Così anche il secondo volume di “Le Mille e una notte (‘Alf layla wa layla)”, Cairo, Muhammad ‘Ali Sabih wa-Awladihi, 1960, è esposto in mostra, testimone di un efferato omicidio e di come la cultura debba resistere come germoglio resistente, ancora di bellezza in un mondo di invidia, conflitti e morte.
“Memorial to 418 Palestinian Villages which were Destroyed, Depopulated and Occupied by Israel in 1948” consiste in una tenda costellata dai nomi di paesini che non esistono più. La struttura minimale è simbolo del nomadismo ma, di questi tempi, sempre di più degli alloggi di fortuna, delle tendopoli e dei campi umanitari allestiti per accogliere intere popolazioni fatte emigrare con la forza, costrette a rinunciare non solo alla dimensione domestica ma ai beni di prima necessità — acqua pulita e pane — igiene, privacy, protezione dal gelido inverno, dal vento e dalle piogge incessanti. Oltre a masse di persone che negli scorsi anni abbiamo visto, tramite i social network, costrette a lasciare la propria casa, ingiuriate e uccise da bombardamenti continui, umiliate, ciò che ha stupito e stupisce il resto del mondo (almeno quello a cui è rimasto ancora un nocciolo di umanità e buonsenso) è stata la desolazione, la distruzione dei nuclei urbani. Una striscia di terra completamente devastata che alimenta il sogno di resort ultra lusso, di una espropriazione di proprietà per nuovi coloni. Quello che brucia di fronte a scenari di abuso e inermità è il senso di impotenza e di smarrimento. Cosa fare?
Radici e macerie
L’esposizione però allarga il suo sguardo: il film di Emily Jacir, “We Ate The Wind” (2023), ad esempio, ricorda le politiche di reclutamento attuate dalla Svizzera nei confronti dei lavoratori stranieri. Molti italiani, la cui maggioranza proveniva dal Mezzogiorno, emigrarono in Svizzera ma furono privati del diritto al ricongiungimento familiare. In tale occasione circa 50mila bambini vennero allontanati dalla vita sociale, nascosti nelle proprie case.
Con la forza della determinazione e dell’amore per le proprie radici ci guardano gli occhi da cerbiatta, coronati da lunghe ciglia e sopracciglia nere e folte, le figure femminili velate in “Maryam. The Martyr’s Wedding” e “Maryam. The Land Is Ours”, acrilici su tela del 2015 di Mohammed Al-Hawajri.
I dipinti di Al-Hawajri si impongono per le pennellate a tocchi di colore vivido, per le figure umane dai corpi monolitici — come fossero blocchi di granito, giganti o livide lapidi —, per il modo di costruire l’immagine che ricorda, talvolta, i tratti ruvidi e la compattezza delle vetrate gotiche, altre volte si diluisce in un’atmosfera più rarefatta. Gli animali, soprattutto le capre che ricorrono in tutte le composizioni, quasi animali totem protettori di una dimensione di pacificazione tra uomo e natura, o il pastore tedesco in Yellow Dog (2023), hanno la stessa importanza degli esseri umani e sono i primi, grazie all’intuito e all’urgenza di auto-conservazione, a rendersi conto di pericoli imminenti.
Nella serie “The Trees Die Standing” tutto lo spazio del quadro è occupato dal corpo di un uomo appeso a testa in giù come un tronco d’albero morto. La posizione ricorda il Marsia scorticato dipinto da Tiziano nella sua “Punizione di Marsia” tra il 1570-1576, con la sua pennellata talmente all’avanguardia da anticipare le atmosfere materiche degli “en plein air” impressionisti.
Non solo figure umane e animali costellano i suoi dipinti ma anche case e mazzi di grano che alludono al legame con la famiglia e con la natura. Il percorso espositivo parte dalla simbolica ricostruzione della galleria fondata da Eltiqa Group for Contemporary Art a Gaza, andata distrutta a causa dei bombardamenti del dicembre 2023. Questo non per cercare di tirare le somme, tra opere salvate e opere distrutte, di quello che in regime di guerra sembra essere sempre più un tentativo di “damnatio memoriae” di interi popoli, bensì per offrire un modello di responsabilità civile a chi rimane. Non tacere ma ricordare, lottare affinché qualcosa rimanga.
Nel video di apertura, infatti, Mohammed Al-Hawajri e suo figlio sono intenti a setacciare lo studio per imballare le opere ancora intatte e portarle via. Hanno rischiato la loro vita ma per quale ragione? Si sono presi cura della propria identità di artisti, facendo in modo che lo sforzo di anni non venisse inghiottito dalle macerie.