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    Domenico Quirico parla della conversione di Silvia Romano: “Conosco quel rito, vogliono la tua anima”

    In un lungo articolo pubblicato su La Stampa, il giornalista, rapito in Siria nel 2013, racconta di aver vissuto in prima persona "l'offerta del rito della conversione" e spiega di che cosa si tratta

    Di Niccolò Di Francesco
    Pubblicato il 12 Mag. 2020 alle 07:42

    Domenico Quirico e la conversione di Silvia Romano: “Conosco quel rito”

    La conversione all’Islam di Silvia Romano (qui il suo profilo), la giovane cooperante tornata in Italia domenica 10 maggio dopo un anno e mezzo di prigionia in Africa, continua a far discutere: a intervenire sull’argomento è stato anche Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, che nel 2013 fu rapito in Siria da un gruppo di ribelli islamici. Proprio in un articolo scritto per il quotidiano torinese, il reporter racconta di conoscere molto bene il rito della conversione per averlo vissuto in prima persona. “Non gli basta tenerti in pugno, barattarti per denaro. Vogliono la tua resa, la tua anima” afferma Quirico nell’articolo, del quale vi proponiamo un lungo estratto di seguito, in cui spiega, dall’alto della sua competenza non solo in qualità di prigioniero ma anche di esperto del mondo arabo, perché “Non esiste la sindrome di Stoccolma in chi si converte davanti a predicatori che sanno ispirare l’animo alla follia”.

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    “Dio, come pesa quel barracano verde, come ci annaspiamo dentro – scrive Quirico nell’attacco del suo articolo – È come se lo gonfiasse tutto quello che in questi mesi interminabili Silvia Romano ha attraversato, come se avesse voluto portarli con sé, la prigionia, la violenza del sequestro, i segni dei nuovi indemoniati che ritengono che tutto sia permesso non più perché dio non esiste ma anzi proprio perché, per loro, il suo esistere li rende fanatici. In un vestito che non ha voluto lasciare dietro, che ha voluto esplicitamente come simbolo, c’è il mondo dell’islamismo radicale con i suoi codici le sue parole d’ordine i territori segreti l’incubo dei predicatori che sanno ispirare l’animo alla follia, (ah poveretti, voi non sapete quanto sono abili in questo), la sua manovalanza e suoi gerarchi”.

    Secondo Quirico infatti “Gli uomini di Al Shabaab la seguono, non l’hanno liberata. Distanza e vicinanza. L’immagine di Silvia ritornata, della sua giovinezza raggiante e minacciata, i suoi occhi sfavillanti, la sua bocca che corre dietro alle parole, agli abbracci, l’abito verde, come un illusionista, la moltiplica senza fine: la figura smarrita in una camera di fata morgana”.Per il giornalista l’abito indossato da Silvia Romano “pesa”. “Lei ha voluto indossarlo, ci condanna e ci coinvolge. Non possiamo voltargli le spalle. Si offre allo sguardo di ognuno. Inganna o conferma? Ci costringe a ricordare che chi ha subito un sequestro, nel tempo purtroppo senza via di uscita della jihad, vive inevitabilmente in più di un mondo, non può ordinare al passato di spegnersi, invocare l’avvenire per illuminarlo”.

    Domenico Quirico poi spiega nel dettaglio in che cosa consiste il “rito della conversione”. “Conosco il rito dell’offerta della conversione: per averlo vissuto. Comincia con una proposta, gentile: quella di cambiare identità, di assumere un nome musulmano. Allucinante complessità del fanatico. Sconcertante impenetrabilità di personaggi a doppio, triplo fondo. Non gli basta tenerti in pugno, barattarti per denaro. Vogliono la tua resa, la tua anima. Non è un rito formale, piccole mercanzie da sacrestia islamica, è un obbligo, a cui credono sinceramente: salvare un miscredente dal peccato, portarlo alla vera fede, accrescere di una unità il paradiso dei puri, dei giusti. Che doppia vittoria! Poi lo si potrà vendere, sfruttare, possedere. Senza rimorso. Nessuno ti dice che così la tua condizione di vittima, di prigioniero cambierà, che in quanto musulmano non subirai più violenze. Che sopravviverai. Forse ti libereranno… e allora… fuggire… forse, chissà. Ma ti accorgi immediatamente che l’abbandonare il nome, anzi gettarlo via come una cosa sporca, è l’equivalente, oh quanto più forte, del restare nudo, del lasciare i vestiti che ti hanno tolto subito dopo il sequestro”.

    “Sei debole, senti mancarti il terreno sotto i piedi, precipiti verso il fondo del trabocchetto, non sai neppure tu come ti devi chiamare. Sai che se dici sì, scivoli via da te stesso: obbligatoriamente. Adesso non hai più nome che non sia quello che loro ti hanno imposto, ogni volta che ti chiamano devi percorrere nella tua mente uno spazio, per capire che quel nome sei tu. Poi viene la proposta di pronunciare la preghiera, la dichiarazione di fede. Ma l’idea di mentire, del prendersi gioco dei tuoi carcerieri, salvarsi con la riserva mentale, ingannarli? Sarebbe lecito, in fondo. Pensieri che partorisce la notte. Che non potrai disinvoltamente gettare via. Ma con dio non si scherza, soprattutto quando hai vicino di cella il dolore. Cerchi la via di scampo. E se fosse proprio in questo dio in cui credono di credere i carcerieri? Un dio senza angoscia nella mente, senza incertezza, senza dubbio, senza un elemento di disperazione. Non si parli di sindrome di Stoccolma, del legame capovolto che si crea con chi ti fa del male. Semplicemente non esiste. Quello che cerchi, che sogni è avere un po’ di quella stanchezza felice che provano i convalescenti. Anche un dio implacabile e senza indulgenza può andare bene, ti può scorrere addosso come un balsamo. Il tuo, se lo avevi, sembra aver scelto il silenzio, ha perso la partita”.

    Quirico infine sottolinea come “nella retorica della jihad non c’è posto per le donne, è un mondo di giovani guerrieri che costruiscono il loro paradiso insanguinato. Ma nella ipocrisia dei mercanti sanguinari di dio quante donne: kamikaze, produttrici di martiri, riposo del guerriero. Sequestrate. Chi esce da un rapimento ha soltanto la sua memoria, l’esser rimasto vivo, i gesti che ha compiuto o non ha compiuto in una dimensione che, non bisogna dimenticare mai, è quella della violenza, del ricatto. Se gliela rifiutiamo questa memoria, qualunque sia, ditemi: che cosa gli resta?”.

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