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Dietro la deforestazione in Amazzonia c’è una fitta organizzazione criminale

Secondo un rapporto di Human Rights Watch la deforestazione e gli incendi in Amazzonia sono collegati a una rete di criminali che minacciano gli indigeni, gli agricoltori, i funzionari pubblici e persino gli agenti di polizia

Di Alice Possidente
Pubblicato il 17 Set. 2019 alle 19:19 Aggiornato il 17 Set. 2019 alle 19:21
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Dietro la deforestazione in Amazzonia c’è una fitta rete criminale

Dietro la deforestazione in Amazzonia ci sarebbe una fitta organizzazione criminale. Lo sostiene un rapporto di Human Rights Watch pubblicato oggi, martedì 17 settembre 2019.

Secondo HRW la deforestazione illegale è guidata in gran parte da reti criminali che coordinano l’estrazione, l’elaborazione e la vendita su larga scala di legname e che schierano uomini armati per proteggere i loro interessi. Il loro obiettivo finale è spesso quello di “liberare” completamente la foresta per fare spazio a pascoli per i bovini o a campi per i raccolti.

Ogni giorno in Brasile ci sono persone che si mettono a rischio per difendere la foresta amazzonica dal disboscamento illegale: agenti di polizia, funzionari pubblici, piccoli agricoltori, indigeni. Persone che corrono rischi e con poche aspettative che lo stato li proteggerà mentre affrontano taglialegna che violano sfacciatamente le leggi ambientali del Brasile e che minacciano, attaccano e persino uccidono chi cerca di fermarli.

Essendo la più grande foresta pluviale tropicale del mondo, l’Amazzonia svolge un ruolo vitale nel mitigare i cambiamenti climatici assorbendo e immagazzinando anidride carbonica. Se tagliata o bruciata, la foresta non solo cessa di adempiere a questa funzione, ma rilascia anche nell’atmosfera l’anidride carbonica precedentemente immagazzinata.

Per più di un decennio, per il Brasile preservare la foresta pluviale amazzonica significava prendere misure per contenere il riscaldamento globale. In base all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015, il paese si è impegnato ad eliminare tutta la deforestazione illegale in Amazzonia entro il 2030. Ma per rispettare gli accordi, è necessario frenare i gruppi criminali colpevoli di gran parte della deforestazione.

Durante il suo primo anno in carica il presidente Jair Bolsonaro ha ridimensionato l’applicazione delle leggi ambientali. Secondo funzionari ambientali e residenti locali, le sue parole e azioni hanno effettivamente dato il via libera alle reti criminali coinvolte nel disboscamento illegale.

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La violenza dietro la deforestazione illegale

La violenza da parte dei taglialegna in Amazzonia non è iniziata con Bolsonaro: si tratta di un problema diffuso da anni. Secondo Human Rights Watch nell’ultimo decennio più di 300 persone sono state uccise in conflitti legati all’uso della terra e delle risorse in Amazzonia. Alcune di queste vittime erano funzionari di controllo ambientale. La maggior parte erano membri di comunità indigene o residenti nelle foreste che denunciavano il disboscamento illegale alle autorità o cercavano di contribuire agli sforzi del Brasile per far rispettare le sue leggi ambientali.

Le mancate indagini

I responsabili della violenza nell’Amazzonia brasiliana vengono raramente consegnati alla giustizia. Degli oltre 300 omicidi registrati dal 2009, solo 14 sono stati processati. E degli oltre 40 casi di attacchi o minacce, nessuno è stato sottoposto a processo.

La polizia locale ha dichiarato che la mancanza di indagini efficaci è dovuta in gran parte al fatto che i crimini si verificano in comunità remote o in luoghi lontani dalle stazioni di polizia. In ogni caso, pure se la polizia indaga, raramente avvengono autopsie o visite sulle scene del crimine. I soli casi in cui la polizia ha indagato sono quelli che hanno attirato l’attenzione dei media internazionali.

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Le protezioni inadeguate per i difensori

Dal 2004 il Brasile ha un programma di protezione per i difensori dei diritti umani. Il programma dovrebbe essere in grado di fornire protezione anche ai difensori delle foreste che ricevono minacce di morte. Più di 400 persone sono attualmente iscritte al sistema di protezione in tutto il paese, la maggior parte dei quali sono difensori dei diritti degli indigeni, dei diritti alla terra o all’ambiente.

Il programma mira a fornire una serie di misure di protezione agli iscritti, tuttavia, i funzionari governativi e i difensori delle foreste concordano che il programma offre poca protezione significativa.

Il costo umano di una scarsa difesa ambientale

Nel 2016 il Brasile ha firmato l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e si è impegnato ad eliminare la deforestazione illegale entro il 2030 in Amazzonia. Tra il 2004 e il 2012, il paese ha ridotto la deforestazione complessiva in Amazzonia di oltre l’80 percento, da quasi 28.000 chilometri quadrati di foreste distrutte all’anno a meno di 4.600. Ma la deforestazione ha iniziato a crescere nel 2012 e nel 2018 aveva raggiunto i 7.500 chilometri quadrati. Si prevede che il dato crescerà significativamente nel 2019.

Il successo del Brasile nel frenare la deforestazione prima del 2012 è stato in parte il risultato dell’utilizzo di immagini satellitari quasi in tempo reale per individuare e chiudere i siti di disboscamento illegali. È stato anche dovuto alla creazione di aree protette dove vigono speciali restrizioni sull’uso.

Ma alcuni fattori hanno contribuito a invertire questo progresso. Tra questi, i taglialegna hanno adottato tecniche per la rimozione degli alberi che rendono più difficile per la sorveglianza satellitare. Allo stesso tempo, le agenzie federali di controllo ambientale hanno subito tagli di bilancio e del personale, diminuendo il personale sul campo.

Le comunità indigene e i residenti locali svolgono da tempo un ruolo importante avvisando le autorità riguardo alle attività illegali di disboscamento. Diversi studi basati su dati satellitari mostrano che la deforestazione è molto più bassa nelle terre controllate dalle popolazioni indigene rispetto ad altre aree. Di fatto, però, ovunque i difensori della foresta si trovano ad affrontare taglialegna illegali e a subire rappresaglie e intimidazioni da parte dei taglialegna che possono così continuare la loro attività indisturbati, alimentando un clima di paura crescente.

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Le politiche anti-ambientali del presidente Bolsonaro

Le politiche ambientali intraprese dal leader del Brasile Jair Bolsonaro non sembrano impegnarsi a rispettare l’accordo di Parigi. Il ministro degli Esteri si oppone agli sforzi internazionali per affrontare il cambiamento climatico. Il ministro dell’ambiente respinge il riscaldamento globale come una questione di importanza “secondaria”. Entrambi i ministri hanno eliminato le unità per i cambiamenti climatici all’interno dei rispettivi ministeri, e il ministro dell’ambiente ha anche ridotto del 95% il budget per l’attuazione della politica nazionale sui cambiamenti climatici.

L’amministrazione Bolsonaro ha ridotto del 23 percento il budget del Ministero dell’Ambiente, eliminando i fondi destinati alle attività di contrasto e alla lotta contro gli incendi in Amazzonia. E in un solo giorno ha licenziato 21 dei 27 direttori regionali di IBAMA (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili) responsabili dell’approvazione delle operazioni anti-disboscamento.

Durante i primi otto mesi di mandato di Bolsonaro, il numero di multe emesse da IBAMA per infrazioni relative alla deforestazione è diminuito del 38% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo il numero più basso di multe in almeno due decenni.

Bolsonaro è stato inoltre particolarmente ostile verso le ONG che difendono l’ambiente e i diritti delle popolazioni indigene, sostenendo che “sfruttano e manipolano” gli indigeni e promettendo di combattere il loro “attivismo ambientale sciita”. Questa ostilità si è estesa anche ai governi europei che hanno sostenuto gli sforzi di conservazione in Amazzonia.

Le politiche anti-ambientali e la retorica di Bolsonaro e dei suoi ministri hanno esposto gli agenti e i difensori forestali locali a un maggior rischio. Le minacce da parte di gruppi criminali coinvolti nel disboscamento illegale sono aumentate da quando Bolsonaro è entrato in carica.

Secondo funzionari delle forze dell’ordine e residenti, dall’elezione di Bolsonaro il disboscamento illegale da parte di reti criminali in Amazzonia è diventato più sfacciato, con camion che invadono in pieno giorno i territori indigeni. L’impatto sulla foresta pluviale è stato drammatico. Durante i primi otto mesi di mandato di Bolsonaro, la deforestazione è quasi raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2018. Ad agosto 2019, gli incendi boschivi legati alla deforestazione infuriavano in tutta l’Amazzonia su una scala che non si vedeva dal 2010.

Sono incendi che non si verificano naturalmente nell’ecosistema umido del bacino amazzonico. Sono incendi dolosi, organizzati preventivamente e innescati dopo che gli alberi di valore sono già stati rimossi.

L’amministrazione Bolsonaro ha cercato di minimizzare il problema, sostenendo inizialmente che il clima secco era responsabile degli incendi. Ha poi attaccato le ONG ambientaliste del paese, accusandole di aver appiccato gli incendi nel tentativo di mettere in imbarazzo il governo. E si è scagliato contro i leader stranieri.

Solo dopo che un numero crescente di imprenditori brasiliani ha sollevato preoccupazioni sul fatto che la risposta del governo agli incendi ha danneggiato l’immagine internazionale del paese, Bolsonaro ha annunciato lo schieramento delle forze armate.

Ma l’amministrazione Bolsonaro non ha annunciato un piano per affrontare le reti criminali che operano con un’impunità pressoché totale in Amazzonia, minacciando e attaccando i difensori della foresta che tentano di fermarli.