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Climate Change, cambiare le proprie abitudini non basta senza un’azione politica seria

Di Olimpia Troili
Pubblicato il 30 Set. 2020 alle 14:22 Aggiornato il 30 Set. 2020 alle 15:05
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Immagine di copertina
Credit: Pixabay

Da qualche tempo circola una riflessione critica nel mondo di chi si occupa di climate change. La domanda è essenzialmente questa: è vero che attraverso alle pratiche individuali, piccoli gesti, scelte di consumo alternativo, promozione di filiere di commercio equo e solidale, scelte di mobilità alternativa come guidare un mezzo ibrido, elettrico o volare meno, il singolo consumatore può fare la differenza? La risposta più semplice è no. No non perché non sia utile ma perché non è sufficiente.

Cambiare le proprie abitudini non basta se un’azione politica seria non indirizza i processi produttivi verso un’economia che sia realmente verde, non obbliga le aziende più inquinanti a riconvertire, non pianifica la circolarità dei modelli di consumo e crea le condizioni affinché la transizione energetica sia efficiente, ragionevolmente veloce e orizzontale.

C’è un però. A fronte di quanto detto, soprattutto in un Paese come il nostro in cui spesso manca tra la gente la coscienza degli effetti dei propri comportamenti sull’ambiente e sul clima, diventa di cruciale importanza la sensibilizzazione alla cultura dei gesti individuali. Sono sempre di più le realtà civiche che si auto-organizzano attorno a progetti virtuosi per ripulire strade, piazze e marciapiedi o prendersi cura di spazi verdi. Venerdì 19 settembre alcuni di questi gruppi si sono riuniti al Parco degli Acquedotti di Roma in occasione del World Clean Up Day. C’erano, fra gli altri, i comitati di quartiere di Retake Roma, che da dieci anni si occupano di raccogliere i mozziconi abbandonati oltre a togliere i resti dell’attacchinaggio abusivo, insieme agli ideatori della campagna “cambiagesto” contro la dispersione nell’ambiente di mozziconi di sigarette promossa da Philip Morris Italia con il supporto di H+, E. R. I. C. A. oltre a Retake. Realtà speculari che complessivamente mobilitano migliaia di persone.

Gettare meno mozziconi per strada vuol dire certamente minore impegno poi nella raccolta dei rifiuti abbandonati. Non posso negare, però, di essermi chiesta se la campagna “cambiagesto” fosse solo una buona trovata per consentire a una grande multinazionale di scaricare sui singoli la responsabilità dell’emergenza ambientale e non un’iniziativa utile all’interno di una strategia complessiva per minimizzare il proprio impatto ambientale.

Da quanto risulta la Philip Morris International ha un piano per la sostenibilità che si richiama all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Il piano prevede una riduzione delle emissioni costante e progressiva degli stabilimenti grazie a investimenti per l’ottimizzazione e la riduzione dei consumi dei processi produttivi, oltre che all’uso di energia prodotta da fonti rinnovabili. Già qualcosa, mi vien da dire, anche se sarebbe bene approfondire se davvero l’energia utilizzata è autenticamente Green come ci suggerisce l’ultimo documentario prodotto da Michael Moore Planet of the Humans.

In ogni caso, l’iniziativa testimonia un impegno serio. Inoltre ho trovato un’attenzione non comune alla gestione dell’acqua. Il sito produttivo di Crespellano, ad esempio, ha ottenuto una certificazione AWS in occasione della Settimana Mondiale dell’Acqua lo scorso anno. Anche il minore utilizzo di plastica, bannata dagli uffici di Roma, è entrato stabilmente tra le politiche aziendali. Infine, un sistema di mobilità intermodale è stato attivato attorno all’hub di Crespellano con la partnership di Regione Emilia Romagna e Città Metropolitana di Bologna tra gli altri.

È chiaro che per un’azienda così importante sia necessario prendere provvedimenti all’insegna della sostenibilità ma è altrettanto vero che non tutte le aziende di questo calibro stanno già investendo ingenti risorse in anticipo rispetto all’applicazione delle normative europee. Nel momento in cui si attende che la politica abbia il coraggio di promuovere un nuovo modello di sviluppo è necessario coinvolgere le grandi aziende affinché adottino politiche che minimizzino l’impatto ambientale delle loro produzioni da subito. Il protagonismo delle aziende che desiderano essere virtuose non farebbe affatto male al nostro clima, anzi, sarà essenziale a patto che la politica sia in grado di governare certi processi e non di esserne supinamente governata.

Leggi anche: 1. SOS acqua: parte da Stoccolma la World Water Week dedicata a questa preziosa risorsa; // 2. Rispetta l’ambiente e #Cambiagesto, la campagna di sensibilizzazione contro l’inquinamento da mozziconi di sigaretta; // 3. Persone al centro: il capitale umano, la vera sfida ai tempi del COVID 19

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