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Anna, l’assistente che aiuta i disabili a scoprire l’erotismo: “La sessualità è consapevolezza del corpo”

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Immagine di repertorio. Credit: Rai/Facebook

Disabili sessualità assistenti | In Italia esiste un problema mai risolto che riguarda il bisogno di sessualità, affettività e intimità anche per le persone disabili. TPI ha portato all’attenzione pubblica questo problema in diversi articoli.

Avevamo infatti spiegato come in Italia non esista la figura dell’assistente sessuale, ossia di una persona formata e dedicata a soddisfare i bisogni erotici delle persone disabili. Ma anche questa definizione è molto riduttiva e alcuni passi in avanti sono stati fatti ampliandone e chirendone il ruolo e l’importanza.

Grazie al lavoro di associazioni come LoveGiver, guidata da Max Ulivieri, e alla caparbietà di Fabrizio Quattrini, si sta delinendo in Italia la figura dell’ “Operatore all’emotività all’affettività e alla sessualità” (OEAS). Un OEAS ha il delicato compito supportare e assistere le persone diversamente abili nel vivere la loro intimità e le loro emozioni sessuali.

 “Una persona disabile non ha intimità, già questo dovrebbe essere un punto di riflessione importante per chi si avvicina a una persone disabile è un essere umano che ha sempre bisogno di qualcuno: accudito, lavato, vestito e chiaramente come ogni essere umano necessita anche dell’initimità. Un’intimità che si fa fatica ad avere: nell’età infantile, a scuola, ad esempio, c’è sempre un certo tipo di distacco”.

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Lo spiega a TPI Anna Senatore, dal 2013 impegnata nel diritto al benessere psicofisico dei disabili. Anna, 46 anni e tre figli, vive a Ferrara, ha seguito il corso della LoveGiver e ha assistito Matteo, un ragazzo tetraplegico, nel percorso di scoperta dell’affettività e dell’intimità che non può prescindere dalla scoperta del proprio corpo.

Anna e Matteo sono i protagonisti della quarta puntata della serie “Il Corpo dell’Amore”: quattro puntate in seconda serata su Rai 3 dal 31 maggio che raccontano le storie di altrettanti disabili alla ricerca di un’affettività libera e indipendente.

“Costuire il proprio io in assenza di intimità, affettività, quell’emozione che noi tutti viviamo già dalle scuole materne, significa sentire la mancanza di quel passaggio esperenziale, non solo c’è una mancanza fisica ma proprio di esperienza”, ci racconta Anna.

Cosa significa non poter vivere determinate esperienze legate alla consapevolezza del proprio corpo?

Matteo, essendo un tetraplegico spastico, ha sempre dei movimenti rigidi. La sua preoccupazione era quella di farmi male. Quindi bisognava fargli comprendere quanto in realtà lui fosse delicato.

Se nessuno lo rassicura è ovvio che la sicurezza in se stessi non c’è. L’altro deve porsi in modo aperto. Invece spesso ci si pone in una posizione di chiusura perché si teme il rapporto con il diverso, si teme l’entrare in intimità con un corpo diverso.

Matteo aveva paura di farmi male nell’abbraccio, ero seduta sulla sue gambe, era riuscito a passare il braccio dietro la mia schiena, è stato emozionante perché per la prima volta lui è riuscito ad abbracciare qualcuno.

Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

Mi ha insegnato molto a empatizzare con l’altro, tante domande che sono arrivata a farmi sono nate grazie a Matteo. Una delle quali era: se io fossi Matteo, o me stessa in una condizione di disabilità, vorrei essere ignorata o guardata per strada?

Io preferisco essere guardata. L’indifferenza non la merita nessuno.

Ognuno deve superare le proprie barriere interne.

Non ho avuto prima molte possibilità di interagire con le persone disabili, prima si tenevano “nascoste”, come una vergogna, sono 20 anni che frequento le scuole, vedo le cose come sono cambiate. Ora c’è più possibilità di interagire. C’è una maggiore accoglienza di questi bambini.

È un primo passo che la società sta facendo. I bambini sono quelli con meno filtri, poi dipende anche da contesto familiare in cui si cresce.

Come è iniziato questo percorso con Matteo?

È arrivata una richiesta dall’associazione “privata assistenza”, da Maria di Francisca che era in contatto con la famiglia in un progetto che vede Matteo avviato all’autonomia e verso la possibilità di costruire una relazione con una ragazza. Matteo non voleva una donna che fosse con lui dietro un compenso per vivere un’esperienza sessuale, voleva relazionarsi con una donna. Aprirsi.

Così si è arrivati a Max Ulivieri e alla LoveGiver. Anna aveva accettato di assistere Matteo. Tutto è partito da una mia amica di Parma che mi ha segnalato il progetto. Ferrara è lontana da Parma però ho sentito subito l’impulso di candidarmi, così da chiudere un cerchio. Il percorso si svolge in 12 incontri; conoscenza, comprensione e offrire gli strumenti di cui la persona ha bisogno per evolvere.

Cosa ha scoperto Matteo?

A Matteo mancava una persona alla quale poter parlare liberamente di sessualità, per raccontare cose intime. Uno dei suoi conflitti interiori, ad esempio, era legato alla masturbazione. Riuscire a capire se lui riusciva o meno a masturbarsi, come lo facesse, è stato un lavoro molto difficile. Matteo mi ha parlato di quando da bambino era riuscito ad avere il suo momento di intimità grazie alla tata che gli lasciava questa finestra aperta al fine di poter avere la solitudine per vivere l’intimità e al contempo con qualcuno che dopo si occupasse di lui senza farglielo vivere con vergogna.

Sono stati necessari più incontri per comprendere la dinamica della sua masturbazione associata alla libertà e autorizzazione tacita di poter vivere quel momento di libertà fino ai 18-20 anni. Dopo quel periodo gli era stato negato. Dopo di che per tanti anni ha represso i suoi impulsi. Durante un incontro mi ha detto “con te è come se avessi sbloccato una saracinesca”, avere una persona con la quale parlare, per avere l’approvazione di poter vivere l’autoerotismo, è importante.

Ogni volta che lui cercava di parlare con qualcuno, gli veniva detto “dai non parliamo di questo”. Un riifuto. Poche persone sono in grado di sostenere un dialogo sulla sessualità e intimità.

Come si riesce a non far innamorare la persone cui si presta assistenza?

Sono una consulente olistica che accompagna in percorsi evolutivi, c’è già questo rischio nel mio lavoro. Cerco di essere una persona accogliente ma chiara, faccio raggiungere un certo obiettivo, ma è solo un aspetto professionale. Ogni operatore terapeutico ha il dovere di informare che non c’è modo di interagire sul piano privato. C’è questo atteggiamento che a me viene naturale, combino l’accoglienza con il distacco.

L’importante è comprendere che in quel momento si ha di fronte una persona fragile e vulnerabile, quindi non bisogna adottare nessun atteggiamento che possa far pensare altro. Di mio sono integra e corretta, ma è un qualcosa che fa parte del codice deontologico.

Nella chiarezza e nell’accordo le relazioni funzionano sempre.

Qual è stata la risposta della società?

Molto sostegno. Per il momento. È un forte incoraggiamento in questo momento che sto cominciando a uscire allo scoperto. Un momento di prova anche per me. La sessualità è innanzitutto intimità, un diritto di tutti, si dovrebbe esplorare prima e non arrivare a 40 anni per scoprirla.

Ti hanno giudicata?

Per ora no. Sono esercizi pratici, non c’è la sessualità. Come può esserci la sessualità se non c’è consapevolezza del proprio corpo. Matteo ha fatto un percorso di conoscenza del proprio corpo. Parlo di corporeità. Si è denundato rimanendo in slip, dicendo “non mi vergogno”, mostrare il proprio corpo a un’estranea e sentirsi accettati è molto emozionante.

La formazione di LoveGiver

Ci sono 14 persone che stanno ultimando la formazione, alcuni di loro, hanno iniziato il tirocinio che apre alla possibilità di mettere in pratica quello che hanno appreso. Sono operatori all’emotività e all’affettività”, spiega Fabrizio Quattrini.

“Ho costruito un protocollo di intervento rispetto a quello che devono fare, a come agire. Un protocollo supervisionato. Sono abbastanza soddisfatto del lavoro fatto ma l’aspetto psicologico è da migliorare nelle fasi della pratica perché è un momento molto delicato. Da qui l’importanza del lavoro di equipe per non cadere in trappole semplicistiche. Il loro operato è tecnico, devono gestire elementi già emersi con lo psicologo o familiari, con empatia per sperimentare affetto, emozione e corpo”.