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Società farmaceutiche, produttori di alcolici: ecco chi c’è dietro al no alla cannabis legale

L'inchiesta di Elisa Serafini

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Potrebbe esserci più che un motivo “ideologico” dietro ai continui rinvii del Parlamento italiano delle proposte di legge di legalizzazione della cannabis, il cui dibattito è stato riacceso poche settimane fa dal Movimento 5 Stelle, che ha presentato una nuova proposta, e dalla campagna dei Radicali volta a sostenere un precedente disegno di legge del 2016.

A sostenere la maggior parte delle tesi pro-legalizzazione ci sono, senz’altro, gli aspetti economici. Le previsioni di introito per lo Stato offrono una stima di circa 9 miliardi di euro all’anno.

Per dare alcuni termini di paragone, questo è l’importo speso dallo Stato per affrontare le emergenze migratorie degli ultimi 5 anni, una cifra che da sola potrebbe finanziare gli stipendi di tutti gli insegnanti di scuola secondaria in Italia, o coprire le spese di ricerca e sviluppo attualmente finanziate da enti locali e Stato.

Tuttavia, a parte qualche timida apertura all’uso terapeutico a livello locale, nessuna proposta di legalizzazione è stata mai davvero attuata, nonostante alcuni endorsement importanti, come quello del procuratore antimafia Franco Roberti, o del presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone.

E allora chi sta impedendo la legalizzazione della cannabis? Ogni esperto in materia di politiche pubbliche sa che, più forte della volontà politica e del consenso pubblico, esistono solo gli interessi di gruppi organizzati. E di gruppi organizzati, contro la legalizzazione della marijuana ne abbiamo ben due: l’industria degli alcolici e l’industria farmaceutica.

Ad un primo impatto questo collegamento potrebbe sorprendere: cos’ha in comune la cannabis con gli alcolici o i medicinali?

Partiamo dalla prima industria: alcolici e cannabis condividono molto più di quanto possiamo pensare: parliamo di quelli che in economia vengono definiti “prodotti sostitutivi”, ovvero beni che vengono consumati in maniera concorrente, poiché in grado di accontentare uno stesso bisogno.

Il bisogno soddisfatto dal consumo di marijuana, è principalmente quello legato allo scopo ricreativo: relax, divertimento, socialità, e “sballo”. Vi ricorda qualcosa? In misura simile, questi sono gli effetti dell’alcool, e chi consuma cannabis, tende a scegliere questo prodotto al posto di un drink.

Questo orientamento nei consumi è stato fotografato da diverse ricerche, la più rilevante è quella che ha coinvolto tre università, evidenziando come le vendite di alcolici siano diminuite fino al 15 per cento negli Stati in cui era stata legalizzata la marijuana medica, con un solo superstite: il vino che, essendo un prodotto complementare ai pasti, ha subito in misura inferiore gli effetti della concorrenza.

Solo pochi giorni fa, anche IWSR, ente americano di ricerca e analisi dati del settore beverage ha ammesso, per la prima volta, il rischio sostanziale di diminuzione dei consumi degli alcolici, pubblicando dati che evidenziano una lenta, ma progressiva, riduzione nelle vendite.

Molte aziende produttrici hanno quindi avviato importanti attività di lobbying, volte a contrastare la legalizzazione della marijuana, altre invece hanno scelto la strada opposta, investendo milioni di dollari in progetti orientati allo sviluppo di bevande a base di cannabis, rigorosamente alcool-free.

E in Italia? La situazione non è diversa, esistono diversi soggetti no-profit attivi nel contrasto alla legalizzazione della cannabis, scorrendo la pagina “sponsor” di questi enti troviamo proprio loro: le aziende di spumanti, birre, e superalcolici.

Il principale argomento di chi vuole impedire la legalizzazione della marijuana, è che questa sostanza porterebbe a sviluppare dipendenze da sostanze più pesanti. Questa tesi è considerata, in realtà, abbastanza debole.

Secondo i comuni modelli di ricerca sarebbe un’analisi se mai inversa, a poter avere valore, ovvero: quante persone, tra quelle che hanno fumato cannabis, hanno successivamente sviluppato dipendenze da eroina o cocaina?

La maggior parte delle persone che utilizza marijuana, secondo il National Institute on Drug Abuse, non passa poi al consumo di droghe pesanti.

Non solo, pensiamo se questa stessa tesi potesse essere applicata anche ad altre sostanze. Quanti dei tossicodipendenti, prima di sviluppare le dipendenze, hanno fumato sigarette, o bevuto alcolici? Probabilmente, quasi tutti.

Questa è quella che in logica viene definita una “falsa causa”, ovvero quando viene scambiato un rapporto di tempo (post hoc) per un rapporto di causa (propter hoc).

C’è poi la seconda industria antagonista della legalizzazione: quella dei farmaci, in particolare degli psicofarmaci e degli antidolorifici. Un’industria ricchissima, ma ugualmente minacciata: una recente ricerca della rivista Journal of Pain, ha evidenziato come circa il 45 per cento dei consumatori di cannabis scelga il prodotto come alternativa ad un farmaco.

Queste dinamiche stanno portando ad un sensibile ridimensionamento del numero di prescrizioni mediche: uno studio dell’Università della Georgia, pubblicato su Health Affairs, ha calcolato una diminuzione di circa il 10 per cento di prescrizioni di farmaci potenzialmente sostituibili dalla cannabis.

Non sorprende, quindi, che tra gli oppositori alla legalizzazione della cannabis ci sia anche una parte di questa industria. Un riscontro immediato di questa teoria è l’incidenza di donazioni, da parte di case farmaceutiche, verso la “causa proibizionista”.

La più clamorosa venne fatta, due anni fa, in Arizona, da una società produttrice di farmaci oppioidi sintetici, ad un gruppo che si opponeva alla legalizzazione della marijuana medica: 500mila dollari.

Se osserviamo nuovamente la lista di sponsor degli enti no-profit che, in Italia, si oppongono alla legalizzazione, troviamo accanto alle molte società di alcolici anche anche alcune importanti case farmaceutiche, produttrici di famosissimi antinfiammatori e di farmaci antidepressivi.

Niente di illegale: le donazioni delle case farmaceutiche sono regolate da una convenzione di Farmindustria che chiede di rendere pubbliche e trasparenti le erogazioni.

L’attività di lobbying invece, è ancora poco regolamentata in Italia. Non sono pubblici gli incontri dei policy-maker con i portatori di interesse, e risulta sempre complesso ottenere dati su donazioni ed erogazioni ad enti, o addirittura politici, da parte di imprese.

L’attuale normativa sul terzo settore non obbliga infatti gli enti a fornire nomi ed importi dei donatori, creando un vuoto informativo tra cittadino e politica.

Certo è che, per come sta procedendo il processo legislativo sulla legalizzazione della cannabis, le industrie di alcool e farmaci stanno probabilmente svolgendo un lavoro di lobbying ben più efficace di quello dei sostenitori della causa antiproibizionista.

Si mettano il cuore in pace i “legalizzatori”: per ora, i contributi allo Stato e la regolamentazione possono attendere: converrà, piuttosto, berci sopra un drink. Rigorosamente alcolico.